Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Classifiche alla Cordialmente.

Una delle mie trasmissioni radiofoniche preferite è Cordialmente, su Radio DJ. Ho scritto una buona fetta di tesi di laurea ascoltando Cordialmente e credo si vedessero i risultati, ma va be’. Chi non ne fosse un assiduo ascoltatore deve sapere che la trasmissione si articola in una serie di rubriche più o meno assurde, molte delle quali vengono presentate come colonne portanti della trasmissione e, in realtà, appaiono in una sola puntata. Molto spesso, invece, viene presentata una classifica, sempre un po’ assurda, ma sempre divertente, tipo la “classifica delle parole di senso compiuto che sembrano bestemmie ma che non lo sono da utilizzare nelle barzellette estreme per non urtare la sensibilità dell’elettore cattolico così importante in questa fase di cambiamento“, che ebbe grande successo dopo una famosa grezza di Berlusconi.

Una classifica che non hanno mai fatto, o che io non ho mai sentito, è quella delle “frasi che un leader di sinistra avrebbe dovuto dire almeno una volta nella storia e che invece non sono mai state dette da nessuno”. In realtà, stilare una classifica come questa sarebbe un’impresa titanica, ma una prima top five mi sento di proporla.

Al quinto posto, oscillante tra il terzo e il nono da più di vent’anni, troviamo “Non capisco perché le noie giudiziarie di Berlusconi debbano rappresentare un problema per un partito grande e radicato sul territorio come il PDL: quand’anche Berlsuconi dovesse sparire dalla scena politica, il PDL non avrebbe nessun problema, ne sono certo.”, a cui si può rispondere ammettendo che il PDL senza Berlusocni muore o con altre affermazioni fortemente autolesive.

In quarta posizione, in discesa, “Uscire dall’Euro sarebbe un’ottima idea, per me, se avessi un’azienda con i dipendenti in Italia, a cui svaluterei lo stipendio, e i capitali all’estero, dove potrei mantenerli in Euro, o Sterline, o Talleri di Maria Teresa.”: il tema dell’uscita dall’Euro sta perdendo un po’ campo in favore di altre amenità, come Ruby o gli scontrini. Strano che nessuno abbia ancora messo insieme le cose e proposto che il meretricio sia sottoposto allo stesso regime fiscale di medici ed avvocati, magari con un ordine professionale apposito.

Terza stabile, un grande classico, è “Vorrei ricordare che, dalle valli lombarde dove la Lega raccoglie montagne di voti, partono anche migliaia di lavoratori frontalieri che, per gli omologhi svizzeri della lega, sono la peggiore feccia dell’umanità.”, chiaro esempio di relativismo culturale applicato alla scala del razzismo, una scala che ha un sacco di scalini in basso e nessuno in alto.

Al secondo posto, una new entry pompatissima dai recenti stravolgimenti elettorali,”Vorrei commentare le ultime dichiarazioni di Grillo abbondando nel turpiloquio e chiamandolo Bellachioma, per essere in linea con il suo modo di esprimersi, ma non riesco ad abbassarmi a tanto, per cui non le commenterò proprio.”, va bene un po’ per ogni occasione e, in fondo, non va a detrimento della comprensione da parte dell’elettore del messaggio politico degli uni e degli altri, almeno per come è espresso oggi.

Prima da tempo, stabile e inarrivabile, troviamo “Un partito che ha bisogno di un leader forte è un partito che non ha idee, un partito con delle idee non ne ha bisogno e può confrontarsi con altri partiti sulla base delle idee: il PDL ha Berlusconi e il M5S ha Grillo, non abbiamo nessuno con cui parlare.”. Il problema, però, è che, oltre a non esserci qualcuno che dice le frasi che vorrei sentir dire, anche le idee vacillano e ci sono troppi aspiranti leader forti. Persone che, spesso, di forte hanno solo il tono di voce.

Weekly Photo Challenge: From Above.

Turin Cinema Museum, 2009.

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La sottile differenza tra 65 e 6 milioni.

L’altroieri ricorreva il ventisettesimo anniversario dell’incidente di Chernobyl, il più grave incidente della storia dell’energia atomica. Ufficialmente nell’incidente persero la vita 65 persone, tutte impegnate nelle operazioni di intervento di emergenza. Altre stime tengono in diversa considerazione l’impatto dell’esposizione alle radiazioni per la popolazione e portano a numeri di morti causate, direttamente o indirettamente, dall’incidente molto variabili, decine di migliaia, centinaia di migliaia o addirittura sei milioni. Queste stime sono probabilmente tutte opinabili, ma vengono comunemente utilizzate per avallare il fatto di essere pro o contro il nucleare. Sulla scia dell’emotività per Chernobyl si votò in Italia il referendum che nel 1987 sancì la chiusura delle centrali esistenti (e sulla scia dell’emotività per l’incidente di Fukushima si votò un secondo referendum sullo stesso tema). D’altra parte, le stime prudenti delle morti “certamente attribuibili alle radiazioni” portano a statistiche secondo cui nessuna fonte di energia è sicura come il nucleare. L’impressione è che quei numeri non siano omogenei, quantomeno.

Ora, non vorrei fare un’affermazione azzardata, ma mi pare evidente che qui qualcuno mente. In alternativa, direi che mentono tutti. Non voglio andare a vedere chi ha ragione e chi ha torto, anche perché, sinceramente, non saprei da che parte cominciare. Il problema che mi pongo è che, sulla base di queste informazioni, formiamo la nostra opinione. Va di moda parlare di “riavvicinare la società civile alla politica”, ma, proprio in uno dei momenti in cui questo è più semplice, cioè per un referendum, si fa il contrario, parlando alla gente non come ad esseri pensanti, di cui si vuole recepire la volontà, ma come ad una massa in cui incutere un sentimento di parte, possibilmente con la paura. Ricordo la campagna pro-nucleare come “senza energia nucleare moriremo tutti di fame e di freddo” e quella contro-nucleare come “con le centrali nucleari moriremo tutti di cancro”. Pochi dati, politici impreparati, giornalisti impreparatissimi (basta ricordare l’ambiguità di fusione del nocciolo o fusione del nucleo per l’incidente di Fukushima) e tecnici smaccatamente di parte (e sostanzialmente privi di ogni dote comunicativa).

È la differenza tra Bruto e Marco Antonio, dopo l’uccisione di Giulio Cesare: gli ottimi argomenti del primo non possono nulla contro l’oratoria affabulatoria del secondo che, alla fine, convince tutti a ribellarsi contro i congiurati.

Non è una cosa rassicurante, in fondo. Sarebbe bello poter ragionare su questi argomenti di rilievo non solo in base a considerazioni gastriche, ma anche con il cervello. Non che sia semplice, se i giornali riportano, per fare un esempio del tutto diverso, le stime di organizzatori e questura per ogni manifestazione. La differenza è sempre madornale, peraltro in continuo aumento. In fondo, mentire per mentire, conviene spararla grossa, sia che tu sia l’organizzatore che il questore. E dire che qualcuno si è preso la briga, in passato, di fare delle considerazioni ragionevoli sulla capienza di un po’ di piazze famose. A quel che sembra, questo articoletto, a prima vista molto sensato, è caduto nel dimenticatoio.

Quello che chiederei, a giornalisti e politici, se fosse possibile, sarebbe di non dare i numeri. In tutti i sensi.

Letta non mi ha chiamato al MIUR.

Enrico Letta ha presentato poco fa la lista dei Ministri del Governo che è stato chiamato a formare. A parte le polemiche sull’inciucio o sull’alleanza (ma, a meno che non ci fosse qualche eccezione alla regola matematica del dividere per 2, almeno due schieramenti dovevano mettersi insieme per fare un Governo), mi sono incuriosito su chi sono i nominati.

Enrico Letta, “giovane” vice segretario del PD, di area centrista, è il nipote di Gianni Letta, braccio destro di Berlusconi. Non ne avevo avuto grande considerazione finché non ho visto la diretta streaming dell’incontro con i M5S, lì mi è sembrato decisamente preparato, se non brillante.

Angelino Alfano (interni e vicepresidente) è un personaggio difficile da identificare. Giovane, posizionato alla segreteria del PDL da Berlusconi senza un grande background, dà una cattiva impressione forse più perché, se improvvisa, viene sistematicamente contraddetto dal suo capo. Pescando tra i dirigenti del suo partito poteva andare peggio.

Filippo Patroni Griffi (sottosegretario alla presidenza) è un ex magistrato, già ministro con Monti, già segretario dell’autority per la privacy, già alto dirigente del ministero per la Pubblica Amministrazione, ha forse una collocazione leggerissimamente di sinistra. Sicuramente, per usare le parole di Letta, è uno che la patente la ha da secoli.

Mario Mauro (difesa) è un accademico, con esperienze nel centro-destra, gode della fiducia di Monti e, con Moavero Milanesi è un po’ il ticket che Letta deve pagare a Scelta Civica. Sinceramente, mi sembra uno di cui si poteva anche fare benissimo a meno.

Anna Maria Cancellieri (giustizia) è famosa per essere stata ministro dell’interno con Monti, qualcuno l’aveva proposta anche come Presidente della Repubblica: non era certo uno dei nomi peggiori in circolazione.

Emma Bonino (esteri) è fin troppo famosa, è stata ovunque, con chiunque, a fare qualunque cosa. Sicuramente un personaggio rappresentativo della nostra storia politica, piuttosto nota in Europa, della mia simpatia, qualora ne godesse, non se ne farebbe granché.

Fabrizio Saccomanni (economia) è un economista, direttore generale della Banca d’Italia dal 2006. Ufficialmente non ha mai avuto incarichi politici, o quantomeno non ha mai avuto bandierine troppo evidenti sulla schiena. Potrebbe essere un buon elemento per trattare con i vari Olli Rehn e Wolfgang Schäuble, non dovrebbero essere in condizioni di negletterlo.

Gaetano Quagliariello (riforme istituzionali) è politico dalla culla, di centro-destra moderato, dopo essere stato indicato da Napolitano tra i “saggi” ha avuto la strada spianata per arrivare ad un ministero dove, da qualche governo a questa parte, le buone intenzioni sono ordini di grandezza superiori ai risultati.

Flavio Zanonato (sviluppo) è il sindaco di Padova, del PD, alla fine del secondo mandato. Già il fatto che sia del PD e sindaco di Padova dovrebbe farci ben sperare sulle sue capacità. È stato comunista, qualche decennio fa, non è dato sapere se qualcuno lo ha detto a Berlusconi.

Maurizio Lupi (trasporti) è un volto noto del PDL, troppo noto perché possa dire qualcosa di più qua.

Nunzia di Girolamo (agricoltura) è molto giovane, avvocato, assurta alle cronache per i complimenti ricevuti da Berlusconi e per essere la moglie di Francesco Boccia, uno che nel PD è visto come tra i più stretti collaboratori di Letta. Mettendo insieme tutto, non so cosa ci sia da sperare.

Maria Chiara Carrozza (istruzione, università e ricerca) è ingegnere, dovente universitario e rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, uno dei massimi istituti universitari d’eccellenza d’Italia. Sarà che è il mio settore, ma la nomina di un personaggio di questo calibro in questo ministero mi dà qualche speranza.

Beatrice Lorenzin (salute) viene da una carriera politica in Forza Italia e PDL, difficile dire dove abbia mostrato grandi doti o altro. Il confronto (almeno ai miei occhi) con il nome precedente è impietoso.

Enrico Giovannini (welfare) economista, è presidente dell’ISTAT. Non sono un entusiasta delle statistiche, ma in teoria dovrebbe esser uno che il polso della situazione ce l’ha. Anche lui nominato tra i “saggi” di Napolitano, appare tuttavia piuttosto lontano dal mondo politico: ha collaborato con La Repubblica e Il Sole 24 Ore.

Andrea Orlando (ambiente) piuttosto giovane, del PD, non ha mai avuto grandi ruoli con cui mettersi in luce, né ha mai fatto molto altro che il funzionario di partito. Difficile da valutare.

Massimo Bray (turismo e beni culturali) è direttore editoriale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, cioè quello che sovrintende la scrittura della Treccani. Il background culturale non sembra da sottovalutare, visti certi suoi predecessori (Bondi, per dirne uno) potrebbe anche fare una bella figura.

Carlo Trigilia (coesione territoriale) è un sociologo con diverse esperienze accademiche nazionali e internazionali. Neodeputato del PD è anche alla prima esperienza politica di rilievo. Il curriculum non sembra male, ma, almeno per me, era un perfetto sconosciuto.

Enzo Moavero Milanesi (politiche comunitarie) è un giurista, è stato alla Corte Europea di Giustizia e viene confermato al ministero dove lo aveva voluto Monti. Non è emerso granché del suo operato da ministro, sui media, ma pare che in molti abbiano molta fiducia in lui.

Graziano Delrio (affari regionali) è presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, medico, pare molto stimato sia dai suoi cittadini che dai suoi compagni di partito (PD). Poco presente sui media, nelle rare occasioni in cui ha avuto da dire, ad esempio sull’IMU, non ha dato una cattiva impressione.

Josefa Idem (pari opportunità, sport, giovani) nata in Germania, un oro olimpico, 5 campionati del mondo e svariati podi nel kayak, è sicuramente più nota per lo sport che per altro. Quando parla dà sempre un’eccellente impressione, è neosenatrice del PD, ma per formazione sembra più un tecnico, a quel ministero.

Dario Franceschini (rapporti col parlamento) è un personaggio fin troppo noto della politica degli ultimi anni. Il fatto che stia ad un ministero abbastanza marginale è tutto sommato consolante.

Cecile Kyenge (integrazione) è nata in Congo, medico, viene da una serie di incarichi locali col PD. Attivista per l’integrazione degli immigrati da anni, sebra decisamente una scelta azzeccata per quel ministero. Anche lei è alla prima legislatura in Parlamento.

Giampiero D’Alia (pubblica amministrazione) è un avvocato dell’UDC, alla quarta legislatura, benché nome poco notonel panorama politico, è tra i “veterani” del governo. Pare che sia tra i parlamentari più attivi e che, in passato, abbia espresso opinioni piuttosto controverse su temi come la libertà di espressione su internet. Non un ottimo biglietto da visita, per chi scrive su un blog.

Complessivamente, ci sono svariati “volti nuovi”, alcuni volti vecchi e francamente poco rassicuranti, diverse personalità di un certo spessore, quantomeno secondo il mio punto di vista. Sicuramente non è il Governo dei sogni di nessuno, né a destra, né a sinistra, né per Grillo. La curiosità di vedere quanto durerà e cosa riuscirà a combinare è forte, comunque.

Simulazione o Arcade.

Intorno alla metà degli anni 90 mi ammazzavo di videogiochi. In particolare, perdevo giornate intere con le simulazioni di corse automobilistiche. A quei tempi, i giochi di macchine si dividevano in simulazioni e arcade. I giochi di simulazione, tipo la serie Formula 1 Grand Prix di Geoff Crammond o la serie di Indycar Racing di David Kaemmer. Bellissimi entrambi. Il cuore del gioco era il motore fisico che simulava il comportamento delle vetture al variare dei mille parametri che si potevano regolare: incidenza degli alettoni, altezza da terra, tipo di gomme, camber, caster, rapporti del cambio. Dall’altra parte stavano i giochi arcade. Macchine con una configurazione sempre ottimale, piste strampalate, gare in notturna, checkpoint contro il tempo, imprevisti vari lungo la gara, cose così.

Oggi questa distinzione sarebbe più difficile, da fare. In effetti, non so se esistono giochi come quelli che ricordo, sul mercato di oggi. La distinzione diventa più difficile perché in Formula 1 sono stati inseriti un sacco di elementi dei giochi arcade di una volta.

Le gare di notte. Le gare di Formula 1 non si fanno di notte. È una bestialità introdotta per averle tutte alla stessa ora in Europa. Grazie, una levataccia di meno, ma se è per andare a correre in un posto dove gli spalti rimangono vuoti, be’, reintroduciamo il GP di Olanda e quello d’Austria e facciamo prima. La cosa peggiore è che, per farli correre di notte, illuminano la pista a giorno: alla prima gara di quel tipo, qualcuno provò le visiere gialle, da luce artificiale, per poi passare a quelle neutre e, per la gara, a quelle da sole. Unico vantaggio, col buio non si vedono gli spalti vuoti.

Le gomme che non durano una mazza. Le gare sono incredibili. Tre, quattro soste per cambiare le gomme. Un tempo, esistevano le gomme da qualifica, poi qualcuno disse “ma come, gomme che durano 4 giri! che senso ha?” e le gomme da qualifica sparirono. Ora si usano gomme, in gara, che durano poco di più. Complimentoni a Pirelli che, grazie alla Formula 1, si costruirà una solida reputazione di costruttore di pneumatici che sono da buttare dopo 50 chilometri. Che poi, si parla di risparmio. Pirelli produce sei tipi di gomme, quattro mescole da asciutto e due scolpiture da bagnato, anche se, se piove forte, invece di usare le gomme da bagnato estremo (è un nome ridicolo, ma le chiamano extreme wet anche in inglese), si interrompono le gare. Quando si sciallava, c’erano due mescole da asciutto e una gomma da bagnato.

La macchina sempre a punto. La Ferrari ha una task force di ingegneri a Maranello che analizzano in tempo reale i 100 PetaByte di dati che arrivano dalle macchine e ottimizzano il setup. Le macchine sono sempre al meglio, non procedi per tentativi, nella messa a punto, hai mille persone che fanno calcoli e che ti dicono anche se, in quella data curva, devi accelerare un po’ di più o un po’ di meno. Il prossimo step saranno i piloti USB.

Questi giochi arcade mi sono piaciuti sempre molto meno delle simulazioni fatte bene. Il prossimo regolamento di F1 lo dovrebbero scrivere Crammond e Kaemmer.

Weekly Photo Challenge: Up.

Looking Up you see the clouds. And the Cloud Gate.IMG_0098

Giocare al rialzo.

E niente, Marini non è stato eletto Presidente della Repubblica. Devo dire che non sono troppo dispiaciuto, non era il mio candidato ideale, e non perché poteva essere eletto con un voto bipartisan con Berlusconi. Ora tutti i più fini cervelli della politica italiana staranno valutando le brillanti strategie del futuro, e vorrei infilarmi in questo gioco, dal basso della mia impreparazione.

Intanto va di moda, che tutti possano ricporire qualunque carica, anche senza nessuna preparazione.

Ecco, secondo me, il centrosinistra, che conta su quasi metà del corpo elettorale, ha tre possibilità.

La prima è un grossissimo errore, ed è aspettare la quarta votazione per riproporre un nome condiviso col PDL.

La seconda è un errore madornale, ed è seguire il M5S su Rodotà e dare il paese in mano a Grillo.

La terza è un grosso rischio, ma potrebbe funzionare: sorpassare Grillo sul suo campo e proporre uno come Zagrebelsky. Grillo non potrebbe dire, senza generare malumori nel movimento, “Rodotà sì, Zagrebelsky no”. Berlusconi ne uscirebbe con le ossa rotte. Il PD potrebbe dichiarare di aver portato il “suo” candidato al Quirinale. Di fatto, con tutte le incognite che cercare di riproporsi al M5S da una posizione di relativa forza può comportare, penso che sarebbe l’unica tattica non suicida per Bersani.

Quando sei in difficoltà, se non giochi al rialzo, nella migliore delle ipotesi limiti i danni, che però sono già parecchio gravi. Tanto vale sparigliare.

Weekly Photo Challenge: Change

“… and the sea will grant each man new hope, as sleep brings dreams of home…” (Christopher Columbus, according to Marko Ramius, in “The Hunt for Red October”).

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Giovani, donne e Quirinale

In queste settimane va di moda buttare lì nomi per il prossimo Presidente della Repubblica. Per un’analisi dettagliata delle sue funzioni e delle sue prerogative rimanderei a wikipedia, soltanto ricorderei i tre requisiti fondamentali, cittadinanza italiana, godere dei diritti civili e avere compiuto 50 anni, e alcuni aspetti fondamentali:

  • ratificare trattati internazionali;
  • essere capo di tutte le forze armate
  • convocare e sciogliere le camere
  • promulgare le leggi (o rimandarle alle Camere, sotto certe condizioni)
  • nominare il Presidente del Consiglio
  • presiedere il CSM

Questa lista mi sembra già abbastanza densa. Mi sembra abbastanza evidente che si cerchino personalità di un certo spessore, per proporle come inquilini del Quirinale. L’ideale sarebbe avere qualcuno che sappia barcamenarsi tra le faide politiche interne, abbia l’autorevolezza per non sfigurare come vertice della magistratura e il riconoscimento internazionale opportuno a rappresentare il Paese in modo degno, o meglio ancora, in modo più degno di quanto non meriti.

In queste settimane va anche di moda lamentarsi del poco spazio che donne e giovani hanno ai vertici delle istituzioni e delle aziende, per cui il bisogno di un Presidente della Repubblica donna (e magari non troppo anziano, compatibilmente con il limite d’età previsto dalla normativa), sembra davvero una rosea prospettiva. Premetto che non sono affatto contrario, anzi. Ritengo che non ci sia nessun lavoro di concetto che un uomo possa fare meglio di una donna solo perché è uomo. Ho l’impressione, però, che il problema non sia limitato al Presidente della Repubblica. Non c’è mai stato un Presidente del Senato donna, ad esempio. Alla Camera invece ci sono state Nilde Iotti, Irene Pivetti e Laura Boldrini. Evidentemente la terza carica dello Stato è più accessibile della seconda.

Ora mi domando dove potrei andare a pescare, per aggiungere nomi alle liste dei giornali. Tra gli ex presidenti della Corte Costituzionale, ad esempio, ma prendendo solo i nati dal 1940 in poi (tra parentesi l’anno di nascita):

  • Ugo De Siervo (1942)
  • Giovanni Maria Flick (1940)
  • Annibale Marini (1940)
  • Pietro Alberto Capotosti (1942)
  • Gustavo Zagrebelsky (1943)

Come ex Governatori della Banca d’Italia possiamo contare su Mario Draghi (1947) e Ignazio Visco (1949, ma è ancora in carica), i loro predecessori Antonio Fazio (1936, con qualche ombra sul suo operato) e Carlo Azeglio Ciampi (1920 e Presidente della Repubblica lo è già stato) non sono idonei.

Qualcuno ha proposto il nome di Dario Fo, per cui ho dato un’occhiata anche ai vincitori di premi Nobel (qua leviamo il limite del 1940, altrimenti non rimane nessuno):

  • Mario Renato Capecchi (1937)
  • Carlo Rubbia (1934)
  • Riccardo Giacconi (1931)
  • Dario Fo (1926)

Il primo e il terzo, vista la lungimirante politica italiana sulla ricerca, sono emigrati in America e non sono sicuro che abbiano la cittadinanza italiana, tra l’altro.

Eviterò di citare personaggi provenienti dalla politica di primo piano, ché sono già più che noti. Quello che mi salta all’occhio è che, di questa dozzina, ci sono solo uomini. I presidenti della Corte Costituzionale sono stati sempre e solo uomini. I Governatori della Banca d’Italia anche. Qualche Nobel è arrivato anche a donne italiane, ma al momento nessuna è vivente. Ovviamente, nessuno di questi personaggi può essere definitio “giovane”, nemmeno secondo i criteri di eleggibilità a Capo dello Stato.

Quand’anche ci trovassimo con un Presidente della Repubblica donna, e non ci scommetterei, rimarremmo comunque in una società in cui la maggior parte delle cariche più rilevanti sono affidate a uomini, per di più non giovani.

Weekly Photo Challenge: Color.

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