Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: febbraio 2012

Precisione sassone.

Un filo d’erba stava nascendo dove non doveva (Dresda, padiglione reale).

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Prescrizione e matematica.

Ieri Silvio Berlusconi è stato prosciolto perché il reato contestatogli, la corruzione dell’avvocato Mills, è stato dichiarato prescritto. La prescrizione dichiara estinto un reato dopo un certo numero di anni, normalmente pari alla massima pena detentiva prevista per il reato stesso. Questo tempo si può allungare in virtù di certe interruzioni riconosciute dal codice. Non voglio né discutere il proscioglimento di Berlusconi né la ragionevolezza dell’istituto della prescrizione, bensì commentare altri tre aspetti, che secondo me sono rilevanti su una base più generale.

Primo: il limite minimo per la prescrizione è 4 anni. Quattro. Non un giorno, per fare un confronto, la Willis Tower di Chicago, l’edificio più alto del mondo dal 1973 al 1998, è stata costruita in meno di 3 anni. Se un procedimento giudiziario richiede più tempo di un palazzo di 108 piani, forse abbiamo qualcosa che non quadra.

Secondo: il reato è stato dichiarato prescritto al momento della sentenza. O la prescrizione è scattata la mattina stessa della sentenza, o questo è inaccettabile. Il giudice doveva interrompere il dibattimento al momento della prescrizione, almeno per farci perdere meno tempo e meno denaro. Se il reato era prescritto da un mese, come sosteneva la difesa, abbiamo pagato un mese di stipendio a un sacco di gente per niente, e a me questo non va.

Terzo: accusa e difesa avevano ipotesi diverse su quando sarebbe scattata la prescrizione. No, ragazzi. Questo non può essere. Anni, mesi e giorni si sommano, se siete in grado di controllare che il fornaio faccia il conto giusto quando comprate pane e focaccia, dovete essere anche in grado di fare le somme con mesi e anni e darmi una data certa e incontrovertibile per la prescrizione. Se non siete in grado, dovete tornare alle elementari, altro che fare i magistrati o gli avvocati.

Divorzi lampo e matrimoni inesistenti.

È in discussione in Parlamento una norma per accorciare i tempi del divorzio. Ad oggi, una coppia che decide di divorziare devefare un percorso piuttosto lungo. Per prima cosa, deve ottenere la separazione. Se la separazione è consensuale, la procedura richiede un tempo variabile, da tre a nove mesi, diciamo. Dalla separazione devono trascorrere almeno tre anni per richiedere il divorzio, dopodiché, con un’altra udienza, si può sancire la fine degli effetti civili del matrimonio. Per gli effetti religiosi la faccenda è più complicata. Mettendo insieme tutto, si ottengono circa quattro anni, sempre che non ci siano stati ripensamenti nel mentre. Secondo la nuova legge, dall’attuale triennio di separazione si dovrebbe passare ad un biennio per le coppie con figli e ad un solo anno per le coppie senza figli o con figli maggiorenni. Ovviemante, parte il dibattito.

Il dibattito sul divorzio, in Italia, nacque col divorzio stesso. Introdotto nel dicembre 1970, già nel gennaio 1971 veniva proposto un referendum per la sua cancellazione. Il referendum ebbe luogo nel 1974, votarono l’87,7% degli aventi diritto e vinsero i NO con quasi 60% dei voti. Il divorzio rimase ammesso nell’ordinamento italiano, e direi per fortuna, visto che gli unici due paesi del mondo che non prevedono il divorzio sono la Città del Vaticano e le Filippine. Dal referendum del 1974, ciclicamente, si ripetono conati di revisionismo e qualcuno propone di rivedere la legge. Pare che, nonostante le annose ingerenze della Chiesa, in questo periodo l’oscillazione è nella direzione opposta.

Secondo me, quattro anni sono molti. Intanto, una coppia non decide di separarsi in un giorno. Se pensiamo che le cose debbano andare male almeno per un anno, prima di andare dall’avvocato, ecco che gli anni diventano almeno cinque. Cinque anni di litigi, cause, avvocati, telefonate, pianti, bambini dai nonni, colpe rinfacciate, amanti nascosti e amanti ostentati, soldi buttati via e soprattutto tempo buttato via. Cinque anni sono tanti. Per rapina, in Italia, si prendono da tre a dieci anni. Con sconti e buona condotta, il peggior rapinatore passa in carcere lo stesso tempo che una coppia impiega da quando inizia a litigare a quando può divorziare. Per quello che ho visto succedere ad amici miei, quando si ottiene la separazione si è già pronti per il divorzio. Io credo che un taglio ai tempi sia salutare.

Molte coppie, però, hanno bambini. Coi bambini diventa tutto più complicato. D’altra parte, i bambini nascono anche da coppie non sposate. Quanti sono i bambini che hanno una situazione familiare “non convenzionale”? Probabilmente molti. Quindi, ci sono bambini nati da matrimoni che finiscono in un divorzio e bambini che nascono da matrimoni inesistenti. In molti paesi una coppia può siglare un contratto di convivenza, acquisire dei diritti e dei doveri reciproci, sciogliere questo contratto con relativa facilità. In Italia no, Mastella ci fece cadere l’ultimo Governo Prodi, qualche anno fa, quando da sinistra lo proposero.

Ora, vorrei chiedere a chi crede che eliminare il divorzio e negare i contratti di convivenza siano modi di invogliare la gente a sposarsi in chiesa, non crediamo invece che sia il contrario? che molte coppie convivono, al più si sposano con rito civile dopo anni di convivenza perché hanno figli o necessitano di assistenza reciproca proprio perché non ci sono alternative e perché ottenere il divorzio è una via crucis? E infine, chi sono io per impedire a due persone di sposarsi? nessuno, mi sa, ma allora devo anche fare in modo che sia possibile divorziare, e che magari dopo sia anche possibile farsi una nuova famiglia.

Insegnamo di nuovo alla gente cos’è una famiglia, poi parliamo di legislazione. Ma non voglio farmelo insegnare da chi di famiglie ne ha alcune e poi organizza il Family Day. No.

Stipendi alti, stipendi bassi.

In questi giorni vengono pubblicati gli stipendi dei componenti del Governo e degli alti dirigenti dello stato. Questa gente guadagna molto. I nostri dirigenti guadagnano in media più dei loro corrispettivi degli altri paesi. Questi sono fatti: a quanto pare, il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano guadagna poco più del Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca. Tutto questo sta provocando una reazione di indignazione e stupore da parte dei cittadini, e direi che non c’è da stupirsi. Quello che mi piace meno è la grande confusione che queste cifre stanno generando.

Il Ministro Paola Severino ha dichiarato oltre 7 milioni di euro, nell’ultimo 740, il Ministro Corrado Passera circa la metà e gli altri giù giù a scendere. Su queste cifre, secondo me, bisogna dire due cose. Primo, sono professionisti che trovano qualcuno che li paga così tanto. Ammiro l’Avvocato Severino che dichiara una cifra così alta, sia per il livello di carriera che deve aver raggiunto, sia per il numero di fatture in regola che deve aver fatto. Il fatto che questi Ministri siano una riga di “ricchi e privilegiati” è un altro fatto che viene discusso in molte sedi. Anche di questo mi stupisco solo fino ad un certo punto. Se al posto di Monti avessero chiamato me, per formare un nuovo Governo, non credo che avrei scelto persone di estrazione sociale tanto diversa da quella da cui provengono gli attuali Ministri. Probabilmente li avrei scelti che provenissero da un’altra area politico-culturale, ma presumibilmente avrei scelto un giudice per la Giustizia, un economista per l’Economia, uno scienziato per l’Istruzione e così via. Avrei scelto anche persone arrivate, nel loro campo, al livello più alto possibile. Mi sarei trovato anche io con un Governo di “ricchi e privilegiati”, forse un po’ meno ricchi, ma ricchi lo stesso. Infine, dei 7 milioni dichiarati da Severino, nemmeno un centesimo è uscito (almeno direttamente) dalle mie tasche, quindi, di quei 7 milioni, mi importa relativamente poco.

Nuova di oggi è invece la pubblicazione delle retribuzioni dei più alti dirigenti dello Stato. Pare che il capo della Polizia, Antonio Manganelli, dichiari oltre 600.000 euro l’anno. Ecco, questi invece glieli paghiamo noi. Uno stipendio del genere è decisamente alto, oltre il doppio del massimo di cui si parla in questi giorni. Manganelli è il più pagato, ma è in buona compagnia. Su questi, trovo molto più da dire. Lo stipendio del capo della Polizia è circa pari a quello di quaranta poliziotti semplici. Il capo della Polizia ha enormi responsabilità, che gli vanno compensate, non c’è dubbio, ma i quaranta poliziotti semplici sono quelli che girano con la pistola alla cintura, hanno i soldi contati per fare benzina ai mezzi, vengono chiamati sbirri e piedipiatti da un sacco di gente. Lo stipendio di un poliziotto semplice non è tanto diverso da quello di un operaio, da quello di un insegnante di scuola primaria o secondaria, da quello di un dipendente nel settore del commercio, da quello della maggior parte di chi lavora. Lo stipendio del capo della Polizia non è tanto diverso da quello dei direttori generali dei Ministeri, dei presidenti delle authority, di tanti altri come loro che sono arrivati al vertice.

Questo mi disturba. In un paese con retribuzioni mediamente basse, almeno rispetto agli altri paesi europei, i manager sono tra i più pagati del mondo. Non ci dovremmo stupire molto di questo, visto che, alla fine, a decidere i loro stipendi sono loro stessi, o quantomeno una ristretta cerchia di persone che contiene, oltre a loro stessi, poche altre persone, a loro strettamente legate. Speriamo che, dopo l’indignazione e la sorpresa, si faccia anche qualcosa di concreto.

Io, ad esempio, mi assegnerei uno stipendio di 271.828,18 euro l’anno. Concretamente.

La bellezza non esiste.

Questa è una notizia vecchia. È la storia di un violinista, cappello da baseball e jeans, che suona per tre quarti d’ora in una stazione centralissima di Washington DC, una mattina, all’ora in cui tutti vanno a lavorare. E chi va a lavorare al mattino tra le otto meno un quarto e le otto e mezza passando per l’Enfant Plaza novantanove volte su cento lavora per il governo degli Stati Uniti, e non piccoli impiegati, alti funzionari.

Il musicista ha suonato sei pezzi classici per violino, sotto l’occhio attento di qualcuno che ha contato 1097 persone che gli sono passate davanti. Di questi, ventisette gli hanno dato dei soldi e solo sette si sono fermati ad ascoltarlo per almeno un minuto. In totale quei tre quarti d’ora hanno fruttato al violinista la bellezza di trentadue dollari e spiccioli.

Ora, quel violinista non era un violinista qualsiasi. Era Joshua Bell e stava suonando sul suo violino Stradivari del 1713, valutato qualcosa come tre milioni di euro. In media, un biglietto per un suo concerto si paga dai 50 ai 100 euro, le oltre mille persone che lo hanno visto suonare in metropolitana gliene hanno lasciato meno di trenta.

Come è possibile? Eppure, tra quelle mille persone, appartenenti alla ‘mid-class’ o anche alla ‘high-class’ ci devono essere state decine di appassionati di musica classica. Il violinista, per di più, ha suonato pezzi importanti, difficili, la Chaconne di Bach, un quarto d’ora irto di difficoltà. Sarebbe dovuto essere uno spettacolo. Invece, è stato visto come un violinista di strada che chiedeva la carità. O meglio, è stato ignorato come un violinista di strada che chiedeva la carità. Questo vuol dire che se non ci aspettiamo di trovare sulla nostra strada qualcosa di bello, quand’anche lo incontriamo, non ce ne accorgiamo. Se anche guardiamo la bellezza, non la vediamo. Non siamo più capaci a vedere la bellezza se qualcuno non ce la indica. Praticamente, la bellezza non esiste più.

Cerchiamo di cambiare il modo in cui ci guardiamo intorno, va.


The Dark Side of the Apple.

In queste settimane gli ispettori della Fair Labor Association stanno visitando le fabbriche della Foxconn, dove parecchi dispositivi Apple vengono assemblati. Questa ispezione durerà tre settimane e farà, auspicabilmente, luce sulle reali condizioni di lavoro degli operai che costruiscono i nostri iDevices. Iniziano a trapelare delle indiscrezioni al riguardo, ma finché si tratta solo di indiscrezioni, è prematuro trarre qualunque conclusione.

Ci sono considerazioni che vanno fatte prima che arrivino queste conclusioni, però. Innanzi tutto, due dati. La Foxconn impiega più di un milione di persone, in un solo impianto 330000. Un numero sconfinato, tutti gli abitanti di Genova di età compresa tra i 25 e i 64 anni, per intenderci. Questa azienda non costruisce soltanto dispositivi Apple, ma anche Motorola, Nokia, Sony, Microsoft, Nintendo, Dell, Hewlett-Packard. Ciononostante, quando si parla di suicidi alla Foxconn, si fa sempre riferimento alla “fabbrica dei prodotti Apple”.

Ora, Apple è l’azienda quotata in borsa con la più alta capitalizzazione del mondo (464 miliardi di dollari oggi, più della Esso, che storicamente stava al vertice), una liquidità stimata oltre gli 80 miliardi di dollari e una posizione di leader del mercato dell’elettronica di consumo. I giornali parlano dei prodotti Apple prima che vengano messi sul mercato, anche solo per la segretezza maniacale con cui i nuovi progetti vengono sviluppati. Il logo della mela morsicata è tra i più facilmente riconoscibili del mondo.

Tutta questa notorietà ha un lato oscuro. Apple è stata presa di mira da Greenpeace per la politica ambientale, è stata presa di mira per la privacy dei suoi utenti, è stata presa di mira per le condizioni dei lavoratori nelle sue fabbriche. Tutti argomenti nobilissimi e assolutamente degni di essere analizzati e studiati. Allora mi domando cosa dovremmo dire di Sony, ad esempio, peggiore nella classifica di Greenpeace, che produce dispositivi con sistema operativo Android, potenzialmente meno sicuro di iOS, nella stessa Foxconn dove gli operai “che costruiscono oggetti Apple” vengono maltrattati così tanto.

Probabilmente si parla così tanto del lato oscuro di Apple perché si parla tanto di Apple in generale, e non si parla del lato oscuro degli altri perché degli altri non si parla proprio.

Ospedale di vallata nell’area ex-ILVA.

Chi è di Genova non può non aver mai sentito parlare dell’ILVA di Cornigliano. L’ILVA di Cornigliano sta chiudendo e già si parla di cosa utilizzare l’area ex-ILVA. Dopo decenni che se ne sente parlare nelle zone più disparate della Valpolvevera, ora pare che l’ospedale di vallata possa aver trovato una location perfetta. Poi insomma, si vuole fare un superospedale gigante, 1500 posti letto, quindi serve un sacco di posto… tipo quanto? Il monoblocco del San Martino ha 14 piani di 3000mq l’uno e 900 posti letto. ed è effettivamente enorme, ma quanto enorme rispetto all’area ex-ILVA? la risposta me l’ha data Google Earth, dove ho riquadrato la zona.

La pista dell’aeroporto è 3 chilometri e spiccioli, facciamo due stime a occhio e troviamo che da est a ovest l’area industriale è circa 1700 metri e da nord a sud 400 dove è più stretta e 900 dove arriva al mare.

Allora penso: quanto spazio serve per l’ospedale? e se insieme all’ospedale ci stesse qualcos’altro, tipo che so, la facoltà di ingegneria e magari anche di scienze mfn? invece che sparse per la città come la mozzarella sulla pizza, potrebbero stare in una zona che, per vicinanza con aeroporto, porto, stazioni e industrie potrebbe essere niente male. Allora dico: l’altoforno era alto più di 50 metri sicuro, quindi per gli aerei non ci sono problemi a fare palazzine di una decina di piani… ma mi tengo basso e dico 8: 8 è un numero che mi è simpatico. Non sono un architetto, e allora penso di fare palazzine rettangolari, larghe 25 metri e lunghe 100. In proporzione al monoblocco, con 4 palazzine si fanno giusto 1500 posti letto… ma li lascio larghi, che ci sia posto per un bel parco e tanti posteggi.

OK, ho occupato il 10% scarso dello spazio. Allora dico: l’aeroporto avrebbe bisogno di avere la pista di rollaggio lunga come quella di atterraggio, e diamocelo un pezzo di terra anche a loro… ma è un altro 15%, non di più. Allora penso, dove attraccavano le navi di carbone e minerale è un porto, usarlo come porto? tra l’altro, facendo un paio di rampe vi si potrebbe accedere dallo svincolo di Genova Aeroporto senza passare per la città… allora, un bel pezzo lo diamo al porto e lasciamo lo spazio per una strada grande e una ferrovia dedicata. Con un ponte sul Polcevera si potrebbe anche connettere al porto a est della foce, e sarebbe un’altra bella idea, credo.

C’ho ancora quasi metà dello spazio… e allora vado di palazzine, una per farmacia, 3 per scienze, 4 per ingegneria… è diventato un campus e c’è ancora spazio. Ma insomma, vogliamo che non ci sia qualche compagnia che ha bisogno di spazio per qualche capannone in una zona così appetibile? mettiamo che ci sia e concediamoglielo. E già che ci siamo, facciamo una bella strada di scorrimento veloce che salti Cornigliano collegando l’Aurelia dall’altezza dell’aeroporto a Lungomare Canepa. Ci vuole un altro ponte, ma penso che i corniglianesi ne sarebbero felici, e a me preme la felicità della gente!

Per avere un’idea delle dimensioni e di cosa intendo, ho fatto questo sogno selvaggio.

Le palazzine ospedale-campus sono lontanissime tra di loro, ci resta un sacco di posto per giardinetti e posteggi, diciamo usando due terzi dello spazio per giardini e un terzo per posteggi, ci dovrebbero stare almeno 3000 macchine belle larghe. Se poi si facesse qualche posteggino interrato, almeno il doppio.

Tutto questo mi è venuto in mente perché “togliamo l’ILVA e ci facciamo l’ospedale di vallata” mi è sempre sembrata una truffa… e tutto il resto del posto???

Primarie a Genova.

Oggi si svolgono le primarie del Centrosinistra per le immininenti elezioni comunali. Dei 5 candidati, 2 sono di chiara provenienza PD, il Sindaco uscente Marta Vincenzie e la senatrice Roberta Pinotti, una è l’ex vicequestore socialista Angela Burlando, l’ex Assessore (della vecchia giunta Pericu) Andrea Sassano, di SEL e Marco Doria, professore universitario sostenuto da Vendola, Don Gallo e formalmente indipendente. Interessanti sono le interviste rilasciate al Secolo XIX, danno il senso del distacco della media di questi personaggi dalle problematiche della gente.

Quello che mi stupisce è come il PD abbia due candidati, tra cui il Sindaco uscente, e non abbia trovato al suo interno una convergenza su un solo nome. In realtà, un’opinione su questo ce l’ho. Anche in questi tempi bui, i partiti hanno ancora un qualche interesse a vincere le elezioni, pare, e a Genova le elezioni il Centrosinistra le può vincere solo nel Ponente della città. Il Sindaco uscente, grazie alla sua illuminata gestione del dibattito pubblico per la gronda di Ponente, si è guadagnata una presumibile bocciatura proprio in quei quartieri dove i partiti di Sinistra e il PD in particolare sono più forti. Senza entrare qui nella polemica sulla gronda, che comunque mi interessa parecchio, vorrei esprimere il mio fastidio per questa situazione in cui il Centrosinistra genovese si è messo. Se le primarie verrano vinte dalla Vincenzi, secondo me, il prossimo Sindaco di Genova sarà Enrico Musso. Se saranno vinte dalla Pinotti, il rischio che vinca Musso è comunque molto alto. Se saranno vinte da un altro dei candidati, che sono “quasi sconosciuti”, il rischio c’è comunque.

Al direttore del Lancet.

Oggi sul sito del Corriere della Sera viene riportata un’intervista al direttore del Lancet, prestigiosa rivista scientifica britannica. A parte i complimenti ai ricercatori italiani (grazie, molto apprezzati), si fanno un certo numero di considerazioni sulle graduatorie delle università, sullo stato dei finanziamenti e sul rilancio della ricerca in Italia.

Secondo me paticolarmente interessante è la frase “uno studio commissionato dalla Academy of Medical Sciences ha dimostrato che ogni sterlina investita in ricerca medica genera benefici economici: per ogni sterlina che si investe oggi, tornano indietro 0,39 sterline all’anno per sempre”. Vedere la ricerca come un investimento e non come un costo è il primo passo: un passo che anni di governi insensibili hanno reso faticosissimo. Io sono stanco di essere visto dalla società come un costo. Sicuramente la ricerca di base non ha la ricaduta della ricerca medica, ma sono stanco lo stesso. Ecco.

L’altro punto che mi ha dato da pensare è il confronto tra la produttività delle università britanniche e italiane. Per fare un confronto, aggiungerei due numeri. È ora aperto in Italia un bando per “giovani ricercatori” con un budget complessivo di 58.384.677,00  euro (FIRB 2012, ci si potrebbero assumere circa 150 ricercatori a tempo determinato) mentre la sola università di Edimburgo ha aperto, tra gli altri, un bando per 100 fellows, tutti da iniziare nei primi mesi del 2012. Non credo serva commentare la differenza.

Monotonia del posto fisso.

Mario Monti parla della monotonia del posto fisso. Questa posizione è difficile da sostenere. Voglio dire, se io fossi uno stimato professionista in un certo campo, diciamo i motori a curvatura di Star Trek e ci fossero diverse aziende coinvolte nello sviluppo di motori a curvatura, probabilmente verrei conteso da queste ditte, potrei cambiare mestiere spesso e ogni volta potrei aspirare ad una promozione e ad un aumento di stipendio. In quel caso, sarei perfettamente d’accordo con Mario Monti. Immagino che un certo numero di persone sia (o creda di essere) in questa condizione e quindi sia d’accordo. Immagino che tra queste persone ce ne siano un buon numero con un posto fisso e sostanzialmente tutti con una scolarità alta e con una professionalità di alto livello in un lavoro di concetto.

D’altra parte, credo che queste persone siano una minoranza. Molte persone fanno un lavoro, bene o male non sta a me dirlo, ma fanno un lavoro in cui sono sostituibili. Se io fossi un datore di lavoro, preferirei assumere giovani che costano poco e pretendono poco, piuttosto che persone con un’esperienza poco monetizzabile: con monetizzabile penso al punto di vista del datore di lavoro, ovviamente. Questo vuol dire che “flessibilità” è una parola buona per una fetta di lavoratori e cattiva per un’altra fetta, presumibilmente più grande. Da qui, secondo me, nasce la necessità di dare delle garanzie ai lavoratori, anche al rischio di condannarli alla monotonia.

Ora tutto questo viene messo in relazione all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Vorrei dire tre cose. Primo, non si applica ai dirigenti (quelli che presumibilmnete vedono la flessibilità come cosa buona), secondo, non si applica ai dipendenti delle piccole aziende (che in Italia sono moltissime) e soprattutto, terzo,  prevede che si possa licenziare per giusta causa. Mi viene il sospetto che il rilassamento dell’articolo 18 sia funzionale a deresponsabilizzare chi deve decidere se qualcuno si sta comportando in modo da essere licenziato per giusta causa più che per qualsiasi altro motivo. Lì già sta scritto che si può licenziare chi non lavora. Di cosa altro c’è bisogno?