Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: marzo 2012

Libiamo ne’ lieti calici.

Questo post parla di un evento grandissimo, ma di cui nessun giornale scriverà nemmeno una riga. Se sarà una cosa che non colpirà nessun altro come ha colpito me, vorrà dire che i giornali hanno ragione.

Noi brindiamo per festeggiare un lieto evento, nascite, matrimoni, vittorie sportive, successi lavorativi, ogni volta che c’è una festa, c’è anche un brindisi. E quando si brinda, si fanno toccare i bicchieri. Non ho idea del perché, ma si fa. I bicchieri, quando toccano gli uni contro gli altri, fanno un suono particolare, tanto più acuto e fine quanto più alta è la qualità del cristallo. È un suono che sa di festa.

Questo suono sa di festa ancora più forte se è il primo suono che una persona sente dopo un intervento volto a restituirle l’udito. Questo è successo. Ieri. Il tintinnio di calici che vale il brindisi più grande del mondo.

Generazione X, Y, Z, fine.

Io appartengo, anagraficamente, alla generazione X. Al limite proprio, giusto prima che cominciasse la generazione Y. Citando da Wikipedia, “la Generazione X è generalmente identificata dalla mancanza di ottimismo nel futuro, dallo scetticismo, dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni”. Io aggiungerei che noi siamo “i giovani”, i giovani per antonomasia, per definizione, per condanna. Continuiamo ad esserlo nonostante il mal di schiena e i capelli bianchi.

Qualche anno fa, qualcuno disse che era ora di metteri i giovani (ed intendeva quelli della mia età) di farsi una vita indipendente dalla famiglia da giovani (ed intendeva prima di me). Sarà che quel qualcuno è morto, ma in questi giorni leggiamo cose in aperto contrasto con questo auspicio. Auspicio che, perlatro, all’epoca era suonato offensivo e fastidioso a molti, forse quel qualcuno avrebbe dovuto usare le parole in modo più accorto.

Quello che leggiamo oggi parla di precarizzazione della ricerca e dell’accademia, dei sacrifici che deve fare un giovane per costruirsi una carriera creativa, dell’auspicio del Presidente della Repubblica affinché per i giovani finisca questo periodo di sfruttamento. I giovani sono sempre gli stessi di prima, generazione X che giovani non lo sono più tanto, generazione Y che lo sono ancora ma ragazzi non lo sono più, generazione Z che sta crescendo. Poi l’alfabeto ci farà la grazia di finire. Nel frattempo, un distinto signore di 87 anni spiega alla classe dirigente del paese che non può pensare che il 1994 si replichi all’infinito. Non è successo niente, da allora, nella nostra società. Tutto è fermo, in ogni posto ci sono le stesse persone. Noi, giovani ed ex giovani, siamo ancora ad aspettare di poterci costruire una vita.

Spiegatemi perché dovrei essere ottimista per il futuro, abbandonare lo scetticismo e riprendere fiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. Spiegatemelo.

La gente e lo stato.

Vedo proliferare su Facebook e Twitter scritte del tipo “sopra la gente lo stato campa, sotto lo stato la gente crepa”. Questo è un modo di manifestare il proprio malcontento che mi trova in disaccordo per diversi motivi.

Primo, odio gli slogan. Uno slogan è un modo per veicolare un’informazione in modo tale da richiedere all’interlocutore non un’analisi critica, ma una adesione o una contrapposizione ad un’idea. In generale, questo mi piace poco, soprattutto perché spesso a determinare la risposta non è la validità dell’idea espressa, ma la forma in cui viene espressa, o ancora peggio il timore di essere giudicati male se non si aderisce all’idea stessa. In questo caso, si persegue esattamente questa via: se tu non sei d’accordo con il mio slogan, sei colluso con la cricca che si arrichisce alle nostre spalle.

Secondo, non è “lo stato” ad aver portato nello stato di difficoltà in cui è l’Italia, ma un sottoinsieme di alti funzionari dello stato che non fanno il loro dovere come si deve. Lo stato sono anche i medici che fanno al meglio il loro lavoro negli ospedali, l’antimafia, gli insegnanti precari e i giovani ricercatori che cercano di non scappare all’estero, cioè io. La generalizzazione a tutto l’apparato statale è una distorsione della realtà.

Terzo, far pagare le tasse non è uno sfizio che lo stato si toglie. Le tasse servono per restituire al cittadino dei servizi. Non voglio entrare nel merito di come sia fatto nella realtà, solo dire che lo stato, secondo me, ha l’obbligo di garantire un certo numero di servizi, come sanità, istruzione, sicurezza, trasporti, ai cittadini, anche a quelli che non hanno la possibilità di pagare. Negli Stati Uniti, ad esempio, la sanità non è garantita per tutti i cittadini: le tasse sono molto basse, ma un cittadino deve pagarsi un’assicurazione o le cure in ospedale. Nel primo caso spende alcune migliaia di dollari l’anno, nel secondo parecchie migliaia di dollari (un parto in ospedale può costare da 5000 a 10000 dollari, salvo complicazioni, una degenza almeno un migliaio di dollari al giorno e così via).

Oggi ci lamentiamo di tasse molto alte, ma dovremmo esserci abituati. Dal 1992 la pressione fiscale in Italia è sopra il 40% e dal 2007 oltre il 43%: quest’anno toccherà un picco stimato intorno al 45%, sempre di più, ok, ma trovo molto più drammatico il mancato adeguamento dei salari all’inflazione, che ha portato l’Italia ad essere uno dei paesi con i salari più bassi in Europa (questa peraltro è una questione annosa). Questo vuol dire, tra l’altro, che il 45% di uno stipendio italiano è circa la metà del 48% (pressione fiscale in Svezia) di uno stipendio svedese. Il risultato netto è che lo stato italiano deve funzionare con meno soldi (per cittadino) dello stato svedese, quindi i servizi che può restituire al cittadino sono inferiori. Prima di abbassare le tasse, mi chiederei se non sarebbe meglio alzare gli stipendi.

Ultimo, ma più importante di tutti, la gente è lo stato. O almeno, dovrebbe essere lo stato. La gente dovrebbe smettere di vedere lo stato alternativamente come un nemico da cui difendersi o un pollo da spennare. La contrapposizione tra gente e stato è pericolosa e potenzialmente degenerativa. Prendendo (indegnamente) spunto da Wu Ming, una frase come “sopra la gente lo stato campa, sotto lo stato la gente crepa” può sembrare né di destra né di sinistra, ma a me fa venire in mente l’ultradestra americana del Tea Party.

Trovarsi nel posto sbagliato.

Oggi la notizia di apertura de “Il Fatto Quotidiano” tratta di documenti riservati inerenti la morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, giornalisti italiani uccisi in Somalia nel 1994. Il duplice omicidio è diventato maggiorenne, ma ancora le ombre sono ben più delle luci. Si è parlato di fatalità, di un’inchiesta che non disturbava qualche personaggio potente della zona, o anche qualche potente più potente in giro per il mondo. Oggi escono documenti attribuiti ai Servizi di Informazione italiani, forse autentici, forse significativi. Ho i miei dubbi che tutto questo rappresenti un significativo passo avanti per la comprensione della verità, ma vedremo.

La seconda notizia riguarda la liberazione di uno dei due turisti italiani rapiti dai guerriglieri maoisti nell’India orientale. L’altro è ancora ostaggio, i guerriglieri vogliono cose in cambio, possiamo sperare bene per lui e poco più. Nel frattempo, la campagna #freeRossellaUrru su Twitter si è accesa e smorzata, nel frattempo la ragazza ha compiuto 30 anni ed è ancora in stato di prigionia. Abbiamo ancora negli occhi le immagini del blitz fallito in Nigeria per la liberazione di Franco Lamolinara. In totale, gli italiani tenuti in ostaggio in giro per il mondo sono una decina. Spesso si tratta di operatori umanitari, alcuni trasfertisti e alcuni turisti. Tutti accomunati dal trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Una notizia che ha avuto il suo momento di risonanza e ora invece sta un po’ in disparte è quella riguardante l’arresto in India di due fucilieri della Marina, impiegati a salvaguardia di un mercantile italiano. La loro situazione è davvero difficile, non vorrei essere nei loro panni. Non voglio giudicare il loro operato, di cui non so nulla, mi limito a ricordare qualcosa che coinvolse militari americani in territorio italiano, qualche anno fa, e constato che ci sono grosse differenze.

Eventi diversi con un denominatore comune: italiani che si trovano in paesi stranieri e passano guai più o meno grandi. Questi eventi si sono risolti in passato con il pagamento di riscatti, con scontri a fuoco sanguinosi, con incidenti diplomatici, con la morte di qualcuno. In ogni caso, un prezzo molto alto.

Sovranità nazionale o sicurezza per i nostri concittadini all’estero, prima o poi potremmo dover scegliere qual è la nostra priorità.

Andare a lavorare un’ora prima.

Ora, sinceramente: se vi dicessero “da domani il tuo orario non è più 8-17, ma 7-16” come reagireste? Se vi dicessero che i bar, invece di smettere di servire alcolici alle 2 del mattino dovessero smettere all’1? Secondo me non sareste contenti. Nessuno è contento di dover andare a lavorare un’ora prima. Nessuno è contento di dover andare a dormire un’ora prima, perché tutti i locali chiudono un’ora prima. Ecco, adesso vorrei capire perché un sacco di gente aspetta l’ora legale con tanta ansia, visto che ha esattamente l’effetto di farci andare a lavorare un’ora prima e di far chiudere tutti i locali un’ora prima.

L’ora legale è stata introdotta con lo scopo dichiarato di risparmiare energia, sfruttando la luce solare in modo più efficiente. In Italia si applica, con modalità diverse, dal 1966. Il risparmio stimato dal gestore elettrico, nei prossimi 7 mesi, sarà di 95 milioni di euro. Sostanzialmente, la seccatura di dover cambiare ora a svariati orologi due volte mi farà risparmiare poco meno di un caffè e una brioche al bar. Grazie, ora legale, mi cambi la vita. In più, questo risparmio è stimato: si stima che si consumerà meno in illuminazione, ma ci sono forti sospetti che si consumi di più in condizionamento. Qualche anno fa, uno studio californiano evidenziava proprio come il risparmio non sia così certo. Di fatto, tu puoi stimare quanto consumeresti e misurare quanto consumi, ma non misurare entrambe le cose, quindi ci si deve fidare della statistica. Se statistici diversi dicono cose diverse, probabilmente è meglio non fidarsi di nessuno.

Quest’anno, la maggior parte dei paesi non applicherà l’ora legale. L’ora legale si applica in Europa, quasi ovunque, in qualche paese mediorientale, in Nord America e qua e là nell’emisfero australe. Ad est dell’Iran non la usa nessuno, nell’emisfero boreale. In Giappone, posizione geografica simile all’Italia, industrializzazione decisamente superiore, società frenetica e iperveloce e qualunque altra cosa se ne voglia dire, l’ora legale non esiste. Appena l’esercito di occupazione americano se n’è andato, l’ora legale è stata abrogata. Non per questo il Giappone è tornato un paese agricolo o con standard di vita da terzo mondo.

Se non si fosse capito, io l’ora legale la odio. Mi sembra una cosa inutile e fastidiosa. Soprattutto odio sentirmi dire “ma con l’ora legale c’è più luce!” Non è l’ora legale, è l’inclinazione del piano dell’eclittica rispetto all’equatore celeste.

Ed è subito polemica.

Io sono una persona polemica. Tendo ad avere un’opinione su un sacco di cose e ad esprimerla. Tendo anche ad esprimere le mie opinioni in modo molto netto e a difenderle contro le critiche.

Sono in ottima compagnia, però. Cercando “ed è subito polemica” su Google (con le virgolette, così trova solo le occorrenze esatte) si trovano circa 525.000 risultati. Per confronto, “ciclo mestruale” ne restituisce 597.000. Mestruazioni e polemica occupano lo stesso spazio, secondo Google, e Google ne sa. Sono meravigliosi i primi risultati, tra l’altro:

Il miglior vino per la mozzarella? Un friulano.
Murdoch su Twitter
C’è l’idea di riportare lo spritz torna al Naviglio
Berlusconi ecco il nuovo inno del PDL
Orsini critica Gramsci
Lorenza Lei ammonisce Celentano
Troppa Monotonia? (a scuola)
Beyonce diventa “bianca”
Pirateria e contraffazione: la Ue firma l’ACTA
Adozione di embrioni

È fantastico come la polemica sia poliedrica e democratica, si può fare polemica su qualunque cosa. Si fa polemica su qualunque cosa. Ancora meglio, si fa polemica su qualunque cosa su cui non valga la pena fare polemica: Orsini che critica Gramsci può essere di un qualche interesse storico-politico, la Lei e Celentano già fanno ridere, sulle adozioni vedo un qualche senso di aprire un dibattito, ma il resto? Io sono sommelier per passione, che per la mozzarella di bufala serva un vino bianco sapido e strutturato non mi stupisce e andarlo a cercare in Friuli mi sembra naturale. Si perde la tipicità geografica, ma le papille gustative mica lo sanno. Le mie, almeno, polemica non ne fanno per una cosa del genre: al limite potrebbero risentirsi se ci mettessi su un (eccellente e perfettamente localizzato) Taurasi, che però con la mozzarella di bufala ci farebbe a pugni.

Il vero problema, secondo me, è che mi capita di avere la sensazione che qualcuno sollevi una polemic per far sì che si smetta di affrontare razionalmente una questione e si passi ad un piano emotivo ed irrazionale. La polemica è molto utile, ma andrebbe limitata ai casi in cui davvero serve, per il resto basta il confronto e la sintesi tra le idee. Poi, per fare polemica come si deve, bisogna essere capaci, lasciamolo fare ai professionisti del settore.


 

Uomini e lupi.

Qualche settimana fa ci siamo commossi per la storia del lupo Navarre, che sta meglio, e oggi leggiamo di una lupa che, invece, è stata più sfortunata. Per secoli l’uomo ha combattuto il lupo, fino a farlo praticamente scomparire dall’Europa occidentale. Da qualche anno i lupi stanno riconquistando i nostri boschi e, di nuovo, l’interazione con noi bipedi è problematica. Il rapporto tra uomini e lupi è sempre stato frastagliato. Una interessante descrizione dell’evoluzione dell’approccio dell’uomo agli animali selvatici la diede qualche anno fa Umberto Eco (Secondo Diario Minimo, il pezzo si chiamava “Come parlare geli animali”, con un po’ di buona volontà si ritrova da qua) e io sono d’accordo con quello che scrisse lui allora.

Ci sono due cose che vorrei aggiungere, però. La prima è che i cacciatori non sono più nemici dei lupi. Questo è qualcosa di incredibile, a prima vista. A seconda vista lo diventa un po’ meno. Il cacciatore non è un animalista, o almeno uno non si aspetta che lo sia, però, rispetto alla media della popolazione, il cacciatore ha una coscienza ecologica molto più sviluppata. Il cacciatore (furbo) sa che per andare a caccia ha bisogno di un ecosistema sano. In un ecosistema sano non ci sono piste da motocross nei boschi, gli incendi sono un problema e i lupi sono un elemento essenziale per garantire il giusto equilibrio. Un cacciatore (furbo) difende la natura, chi non sa distinguere una rovere da un leccio no, ma spesso parla.

La seconda è che qualcuno quella lupa l’ha investita e un cacciatore (scemo) a Navarre aveva sparato. Sparare ad un lupo con un fucile a pallini è un’idiozia, non lo ucciderai e al limite morirà tra atroci sofferenze giorni dopo. E poi, cosa pensa un cacciatore furbo l’ho scritto prima. Investire un lupo in una stradina nel bosco è criminoso: un lupo, a meno che non sia molto scemo pure lui, non ti si butta sotto la macchina. Allora questi fatti sono causati da gente che se ne frega, che è peggio della gente che fa danni con uno scopo.

I lupi ci insegnano ad apprezzare lo spirito animalista dei cacciatori (furbi) e a condannare la stupidità dei bipedi che fanno le cose senza aver acceso prima il cervello. È una fortuna che siano tornati sui nostri monti.

 

(Questo post è stato scritto pensando a Gloria e alla sua passione per i lupi.)

Scienza e fede, ovvero la violenza della notorietà.

Negli ultimi anni molti scenziati, alcuni dei quali anche illustri, si sono cimentati in fatiche letterarie inerenti la loro fede. In particolare penso a Zichichi e a Odifreddi, che rappresentano visioni assolutamente antitetiche. Ora, non vorrei entrare nel discorso dicendo la mia posizione personale sull’argomento, mi limiterò a dire che sono tendenzialmente scettico nei confronti di entrambi.

Quello che più mi colpisce, di entrambi i personaggi, è la loro presenza pervasiva sui media. Vorrei dire che si tratta, in entrambi i casi, di scienziati di rilievo, ciascuno nel suo campo. Entrambi hanno avuto una carriera di alto o altissimo livello ed entrambi hanno dato contributi importanti alla ricerca. Entrambi hanno anche portato la scienza in TV, una cosa complicata e per la quale occorrono capacità diverse rispetto a quelle di un buono scienziato. Il problema, con questi personaggi, è quando diventano tuttologi. Per loro diventare tuttologi è particolarmente semplice, siamo talmente abituati a vederli in TV a parlare di un argomento (che conoscono benissimo) che troviamo naturale vederli in TV a parlare di qualsiasi argomento.

La tuttologia applicata alla fede, poi, è particolarmente seccante. Nel giro di pochissimo tempo si trascende dalle legittime posizioni “sono uno scienziato e sono credente” o “sono uno scienziato e sono ateo” e si arriva allo scontro. Per un ateo, un credente è irrazionale e crede alle favole. Per un credente, un ateo è arido e non approderà mai a nulla perché è vittima del caos in cui crede. Allora si iniziano a portare prove a suffragio della propria tesi, storiche, sociologiche, statistiche, umoristiche, surreali, di tutti i tipi. Ovviamente non si giunge ad una conclusione condivisa, non per mancanza di prove, ma perché si pone il problema in maniera sbagliata.

Alla domanda “sono scienza e fede compatibili?” non si può rispondere. O meglio, tutte le risposte sono sbagliate, a causa di chi pretende di spiegare la natura in termini religiosi o filosofici e a causa di chi taccia a priori di irrazionalità ogni credente. Scienza e fede stanno (e devono stare, secondo me) su due piani diversi. Un credente può gioire dell’armonia del disegno divino, un non credente può perseguire la purezza della conoscenza assoluta. Quando si mescola, si fa un disastro.

Per la cronaca, io sono uno scienziato e sono sampdoriano.

Dialogo e perdono.

Questa notizia è una delle più belle che mi ricordi, riguardo la crisi israelo-palestinese. Noam Shalit, il padre del soldato israeliano tenuto sotto sequestro per 5 anni da Hamas, si candida in politica e spinge perché si riapra il dialogo con tutte le forze in campo.

La questione israelo-palestinese è antica e praticamente tutta la popolazione dell’area ha vissuto tutta la vita in stato di guerra. La via per la pace è estremamente ardua e i tanti morti da entrambe le parti sono un fardello pesantissimo per chiunque si prodighi per la risoluzione del conflitto. Nonostante tutto, leggere di qualcuno che ancora ci crede, di qualcuno che ha avuto per anni il timore che il figlio potesse essere vittima di questo conflitto, a me rassicura.

Mi rassicura particolarmente la volontà di Noam Shalit di voler coinvolgere nel dialogo di pace anche Hamas. Naturalmente, anche lui pone delle condizioni, come il riconoscimento dello stato di Israele (non riconosciuto da una trentina di stati appartenenti all’ONU, finora): questo riconoscimento non sarà facile da ottenere, ma non è una chiusura a priori, e questo è già importante. A quello che si legge sui giornali, Hamas, in particolare nella striscia di Gaza, non è “un’organizzazione clandestina”, ma sostanzialmente rappresenta l’ossatura dell’Autorità Nazionale Palestinese sul territorio. Hamas controlla scuole, ospedali, polizia. Questo vuol dire che gode dell’appoggio (e può influenzare) di una grossa fetta della popolazione palestinese.

Forse sbaglierò, ma credo che Hamas sia un interlocutore essenziale per il processo di pacificazione, soprattutto dopo la morte di Arafat, che ha portato Fatah ad avere un ruolo più marginale nel panorama politico palestinese. Per questo, spero che il messaggio di Noam Shalit arrivi in alto.

Anche la Formula 1 è in crisi.

Seguo la Formula 1 da quando ero piccolino. Probabilmente non è una cosa di cui andare particolarmente fieri, ma tant’è. Ricordo l’incidente mortale di Elio de Angelis, le sfide tra Lauda e Prost prima e tra Prost e Senna poi, l’anno in cui Mansell e la Williams erano invincibili, le interviste di Eddie Irvine e un’infinità di altre cose.

Ricordo i motori turbo, poi gli aspirati fatti ognuno a modo suo, poi gli aspirati con disegno bloccato. Le sospensioni attive e la loro messa al bando. I rifornimenti sì, no, sì e di nuovo no. L’elettronica, dalla sola radio a macchine quasi telecomandate. I circuiti storici, Hockenheim, Silverstone, Monaco, Monza, Montreal, Spa, Imola, Suzuka, quelli che sembrava che non se ne potesse fare a meno, e poi ho visto che di qualcuno si poteva fare a meno. Ho visto, direi, più del 90% delle gare che si sono disputate negli ultimi 25 anni. Non voglio fare un discorso nostalgico, però.

La crisi della Formula 1 viene finalmente a galla, perché per la prima volta, a quanto pare, il budget complessivo è inferiore a quello del campionato di calcio di Serie A. Considerare la crisi solo dal punto di vista economico, però, mi pare un po’ riduttivo: scendono le sponsorizzazioni e gli investimenti delle case automobilistiche, ma perché? Perché le gare sono noiose. Niente di più semplice. Meno semplice è capire perché le gare sono noiose, o almeno deve essere molto complesso capirlo se sei Ecclestone o Todt (e prima di lui Mosley).

Io qualche idea me la sono fatta.

Per prima cosa, i circuiti di Formula 1 stanno diventando tutti uguali. L’architetto Tilke, che ha disegnato tutti i curcuiti nuovi e tutte le modifiche recenti ai vecchi, sarà ricordato come una sciagura. I suoi circuiti sono tutti uguali. Stesse velocità medie, stesse curve lente, stesse curve veloci. Con un setup, la macchina va bene su tutti. Zero incognite.

La seconda tragedia è l’elettronica. Una macchina di cui una schiera di ingegneri ai pit sa tutto in tempo reale è una macchina da cui si può tirare fuori il massimo senza nessuna possibilità di errore. Sempre. Soprattutto se i circuiti sono tutti uguali. Tutte le macchine vanno al massimo, ma sono sensibilissime, in questo massimo. Esci dalla traiettoria e rallenti subito. Ergo, non farai mai un sorpasso. Mai.

Allora inventiamo l’ala mobile, che grazie al cielo non ha ancora dato problemi di sicurezza, e speriamo che duri. Inventiamo il KERS, che è una tecnologia vecchia per le auto da strada e malfunzionante in gara, e facciamo un regolamento per cui queste cose si possono usare a condizioni particolarissime, con proliferare di lucette e pulsanti sul volante. Volante, cloche, un volante dovrebbe essere rotondo, o almeno sulla mia macchina è rotondo.

Inventiamo poi un modo demenziale di fare le prove cronometrate, “per lo spettacolo”, tanto bello, come spettacolo, che biglietti al venerdì e al sabato non se ne vendono più. Facciamo in modo che non si possa cambiare setup tra sabato e domenica, così chi parte davanti sarà il più veloce per tutta la gara. Andiamo in posti assurdi per fare gare assurde dove non ci sono spettatori, ma solo sponsor.

La Formula 1 ha inseguito troppo i soldi e ha smesso di essere prima di tutto un gioco. Per forza c’è crisi.