Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: marzo 2012

Dante è razzista, pare.

La notizia pirotecnica di oggi è che un gruppo di ricerca sui diritti umani ha definito la Divina Commedia un’opera razzista, per cui si solleva qualche dubbio sull’opportunità di insegnarla nelle scuole. Queste persone hanno delle ragioni. Dante non è tenero con gli ebrei, ma anche con i musulmani e con gli omosessuali. Sicuramente, una lettura acritica della Divina Commedia potrebbe far passare un messaggio poco edificante agli studenti. A me pare però abbastanza evidente che “lettura acritica della Divina Commedia” sia un ossimoro. Ciò non vuol dire che un approfondimento critico mirato a dare una migliore visione d’insieme non solo della Divina Commedia, ma di tutta la letteratura che si studia nelle scuole, sia auspicabile.

Una cosa su tutte che io trovo deprecabile è il disallineamento dei programmi di studio. Soria, storia dell’arte, storia della letteratura vengono studiate ciascuna secondo i suoi tempi. Lo studente (io non ero uno studente brillantissimo, OK, ma facciamo finta che capissi le cose così posso usare me stesso come esempio) studia argomenti profondamente legati tra loro non con la sincronia che gli consentirebbe di imparare di più e di faticare di meno. Allora si studia Dante non con il Medio Evo, ma spalmato su tutta la storia post-classica. Studiandolo insieme al Medio Evo, l’antiislamismo si spiegherebbe da solo, considerando che Dante inizia a scrivere nel 1304 e l’ultima crociata era finita, con la cacciata dei cristiani dalla Terra Santa, nel 1291. Negli anni di attività di Dante, inoltre, gli ebrei iniziavano ad essere marginalizzati dalla società italiana ed europea, dal Concilio Laterano IV (1215), in cui si stabiliva che dovessero vestirsi in modo riconoscibile, fino alla cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna del 1492. Quindi, l’atteggiamento razzista che con gli occhi del lettore del XXI secolo vediamo in Dante non era, con ogni probabilità, così evidente al lettore del suo tempo.

Io credo che facendo studiare la storia e la letteratura in parallelo (e possibilmente in modo approfondito), questa inattualità di Dante per quel che riguarda il dialogo interreligioso possa essere compresa dai giovani, anche quelli non particolarmente dotati come me. In effetti, però, Dante aveva una visione molto squadrata di chi era con lui e chi era contro di lui: i secondi li ha messi tutti all’inferno. Al XXXIII canto, ad esempio, si legge

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?

Forse, come genovese, dovrei avercela anche io un po’ con lui.

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Un anno dopo.

Un anno fa si verificava il terremoto di Sendai e del Tōhoku, nono grado della scala Richter, il peggior terremoto deella storia in Giappone e il quarto in assoluto. Il terremoto, ma ancora di più il successivo maremoto, ha causato oltre 15000 vittime e danni incredibili.

A me due cose hanno impressionato davvero e continuano ad impressionarmi.

La prima, il terribile incidente alla centrale nucleare di Fukushima Dai-Ichi. Io sono un fisico e, nelle settimane successive al disastro, un sacco di gente mi ha chiesto spiegazioni. Quelle spiegazioni non le avevo, ho dovuto studiare un po’, per dire qualcosa che non fosse del tutto campato per aria. Oggi possiamo guardare a quelle giornate convulse con più calma e cercare di riassumere in poche parole cosa successe e come stanno andando avanti le cose ora. Immediatamente dopo il terremoto i reattori sono andati al minimo, in automatico. Questo li mette in condizioni di massima sicurezza. Un reattore al minimo, però, produce ancora calore, circa il 7% della potenza nominale. Cioè un sacco. Tutti i sistemi di raffreddamento erano in funzione, finché non è arrivato il maremoto, che ha portato via corrente, tubi e pompe e ha allagato le sale di controllo. Stanze piene di computer allagate d’acqua di mare, tutto fuori uso. Lì è partito il surriscaldamento dei noccioli, la parziale fusione del core, le esplosioni di idrogeno e ossigeno prodotti dalla dissociazione dell’acqua, l’evacuazione di una zona di 20 chilometri di raggio. I lavori di messa in sicurezza continuano, la centrale verrà dismessa e l’area, prima o poi, tornerà abitabile. Ci vorranno decenni, probabilmente. Tutto questo per dire che, anche se siamo superbravissimi a costruire una centrale nucleare (ma vale anche per un impianto chimico o per qualsiasi altra cosa), prima o poi succede la catena di eventi disgraziati che provoca il disastro. Dopo il disastro vengono gli eroi, quelli che la centrale l’hanno messa in sicurezza, “con supremo spirito di abnegazione e sprezzo del pericolo”. Ovvero, rischiando la pelle per il bene della collettività, per evitare che il disastro dventasse ancora più grande.

La seconda cosa che mi ha impressionato è questa compostezza, questa dignità e questo anteporre il bene della collettività al bene individuale. Non ho visto scene di disperazione, ho visto gente con tanta voglia di ricostruire, con la rassegnazione di chi è abituato da tutta la vita a vivere in un territorio a rischio, con la consapevolezza che da ciascuno da solo non avrebbe potuto fare molto, ma che ognuno doveva fare qualcosa, per sé e per gli altri. Persino le grandi multinazionali, quelle del profitto ad ogni costo, hanno interrotto la produzione per non utilizzare energia elettrica in un momendo di carenza. I risultati si vedono, strade ricostruite, case in ordine, macerie sparite. Non voglio fare confronti, qui, con quello che in frangenti del genere succede in Italia. Vorrei solo esprimere tutta la mia ammirazione per il popolo giapponese.

Parlavo ieri con un’amica giapponese. In Giappone, i guerrieri avevano un particolare codice d’onore, chiamato bushido. Una cosa diversa dall’onore come lo intendiamo noi. Il bushido è l’onore, con in più la giustizia e la pietà. Quando lei mi ha chiesto in cosa differisse dal concetto di onore che abbiamo in Italia, le ho risposto che il nostro è come il bushido senza giustizia e senza pietà. Hanno sempre qualcosa in più, e non sono aggeggi elettronici. Sono quello che li rende un popolo capace di rialzarsi dopo qualunque disgrazia che li colpisca.

Amo le donne.

Ieri era la festa della donna. Ho letto due cose, al riguardo, molto diverse tra loro, ma entrambe interessanti. D’altronde, Geppy Cucciari e @Spora sono due persone interessanti, e tanto.

Uomini e donne non sono uguali. Se fossimo uguali, ci capiremmo. Il problema non è la diversità, però. La diversità è ricchezza. La diversità è progresso. Nel mio ambiente lavorativo, c’è in media una donna ogni cinque uomini. Sono convinto che, nei gruppi di lavoro dove c’è un certo equilibrio, tra uomini e donne, i risultati si ottengono meglio che dove siamo tutti uomini. Non so perché, è qualcosa che si vede e si tocca. Nel mio ambiente, però, la maggior parte di chi è arrivato in alto in carriera è un uomo. Ci sono tanti motivi, le donne sono meno, in passato erano meno ancora, è un tipo di lavoro che porta via un mare di tempo ed è difficile da conciliare con una famiglia.

Ecco, una famiglia. Potersi fare una famiglia dovrebbe essere un diritto per le persone. A noi chiedono flessibilità, disponibilità a trasferirci da una città all’altra, disponibilità a fare trasferte, orari elastici (ma si allungano solo, non si accorciano mai), fine settimana di lavoro. In compenso, abbiamo poche strutture che aiutino chi ha figli piccoli, regalie alle famiglie al posto di aiuti fiscali seri, necessità di fare affidamento sui nonni. O sulle donne. Finché la società non metterà le coppie in condizioni di lavorare entrambi e costruire una famiglia con facilità, le prime a farne le spese saranno le donne, che per motivi sociali, storici, quello che volete, saranno le prime a rinunciare a qualcosa per la famiglia.

PRIMA viene l’inadeguatezza della società, POI la mentalità della gente. La mentalità della gente cambia con il tempo, e già si vede la differenza tra chi sta andando in pensione e chi viene assunto adesso. La società è inadeguata e non si vede prospettiva di miglioramento.

Io amo le donne. Mi piace essere circondato da donne. Adoro lavorare con le donne, soprattutto: lì quelle differenze sono davvero un valore aggiunto. Come è un valore aggiunto mettere insieme persone che vengono da posti diversi, che hanno esperienze diverse, che hanno idee diverse. Non piangerei, se il mio capo fosse una donna. Piangerei se fosse una donne a causa di qualche quota rosa. Piangerei anche se fosse un uomo incapace messo lì al posto di una donna capace.

Forse il problema è che continuiamo a chiederci se l’Amministratore Delegato sia un uomo o una donna, invece di chiederci se sa fare il suo lavoro o no.

Lavorare di più? o meglio?

Il Governatore della Banca d’Italia dice che bisogna lavorare di più e altre cosette. Tralasciando che nell’articolo di Corriere.it c’è la foto del Visco sbagliato (l’hanno corretta mentre scrivevo il post, bravi :)), l’argomento è comunque interessante. In questo momento sono in Germania, e azzardo un confronto tra l’approccio al lavoro che hanno qui con quello che abbiamo in Italia.

In Germania gli stipendi sono più alti che in Italia. Per fare lo stesso lavoro che faccio in Italia mi hanno offerto un stipendio più alto del 70% circa. Non il doppio, ma più di una volta e mezza. Non sono noccioline. L’orario di lavoro è simile, i giorni di ferie qualcuno in più e sono circondato da persone che cercano soddisfazione nel fare bene il loro lavoro. Sicuramente la differenza di salario pesa anche sul morale del lavoratore, ma questo è un argomento che in Italia non ho mai sentito nominare da nessuno. Ci possiamo illudere che il costo della vita sia più alto in Germania che in Italia, ma per la mia esperienza non è vero. Quindi, a parità di profilo lavorativo, un tedesco lavora un po’ meno e guadagna significativamente di più. Già Visco dovrebbe meditare, su questo.

Passando dal mondo della ricerca, che è oggettivamente un settore poco significativo, qualcuno ha fatto un confronto anche in ambito industriale, FIAT contro Volkswagen. Anche qua la situazione è incredibile, Up! e Panda, Polo e Punto, Golf e Grande Punto (o Stilo), gamme equivalenti, prezzi equivalenti, trattamento del lavoratore non equivalente, volume di vendite non equivalente. Cos’altro servirà per far capire a Marchionne che la FIAT è in crisi perché non sa competere sul mercato dal punto di vista della qualità e del marketing, e non dei costi di produzione?

Quindi, in Germania si lavora meglio, si viene pagati meglio, ma non si lavora di più. E si lavora anche con più soddisfazione. Dicevo prima che la differenza di stipendio pesa. Lo ribadisco, ma credo ci sia di più e di peggio. La nostra società, da almeno vent’anni a questa parte, non ci stimola a null’altro che a divertirci. Il lavoro è un male necessario, ma se si riesce a renderlo meno necessario è meglio. Gli studenti a scuola cercano di studiare il meno possibile, e anche all’università, e questo è un controsenso. La gente va a lavorare di cattivo umore e aspetta solo il fine settimana o le ferie. Lavoriamo male. E rendiamo meno di quello che potremmo. Ma se non siamo calciatori o veline, il nostro lavoro non può che essere uno schifo, quindi tanto vale che lo facciamo male.

L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è che venga restituita al lavoro la dignità che merita.

Siamo bruti, ma non rassegnati.

Ho letto con piacere questo pezzo sulla “dittatura dell’incuria”. Mi fa venire voglia di riprendere quello che dicevo qui. Premetto innanzi tutto che sono quasi completamente d’accordo con Gian Antonio Stella, quindi non ripeterò quello che lui già ha scritto, ma cerhcerò di aggiungere qualcosa.

Un giorno, ero a Dresda e sono andato a visitare un museo di strumenti scientifici. In fondo, il mio mestiere consiste nel costruire strumenti per fare ricerca scientifica, ero curioso e sono andato. C’erano macchine calcolatrici meccaniche, telescopi, sfere armillari, strumenti di navigazione, un sacco di cose. Di tutte, quella che mi è rimasta più impressa è una grossa lente per fondere i metalli concentrando i raggi solari. In realtà, ce n’erano più d’una, alcune erano devorate con dorature e stucchi, veri complementi d’arrebo barocco. Ma una era uno strumento operativo, di legno e vetro, senza dorature. Il piedistallo, tuttavia, non era un palo dritto, ma aveva una elegante modanatura, una silhouette raffinata. Non c’era nessun motivo perché non fosse un palo dritto, era solo per non offendere il senso estetico di chi l’aveva costruita e l’avrebbe usata nel suo laboratorio. Non siamo più capaci di una cosa del genere. Non so quando si sia consumato questo divorzio tra scienza e bellezza, ma è un fatto.

Molte cose vengono progettate solo in base alla praticità e ai costi. A volte si sente anche dire che la bruttezza è un pregio, perché se un oggetto è brutto vuol dire che chi lo ha pensato non ha perso tempo con l’estetica e si è concentrato sulla sostanza. Sicuramente esistono casi in cui, per poter funzionare, un oggetto deve avere certe caratteristiche e risultare brutto. Sono convinto che questi casi siano una frazione quasi irrilevante. In tutti gli altri, è la nostra diseducazione alla bellezza che ci rende ciechi di fronte ad un lavoro non curato.

Questo impoverimento culturale è secondo me alla base dell’incuria a cui fa riferimento Stella. Non solo abbiamo un abbassamento del livello di istruzione de nostri amministratori, ma abbiamo anche una separazione profonda tra le varie forme di cultura, un abbassamento della percezione dell’importanza della cultura nella gente, un abbrutimento complessivo. Stella spinge perché si investa su educazione e diffusione della cultura, e io sono d’accordo con lui. Non sono d’accordo con lui solo quando dice che si deve partire dai bambini. I bambini vivono in mezzo agli adulti e imparano dagli adulti. Io credo che si debba ripartire dai giovani. Dagli studenti universitari per primi. Dai futuri ingegneri, che devono aver letto Guerra e Pace e aver visitato almeno tre musei d’arte figurativa. Dai futuri semiologi, che devono sapere cos’è una varietà di Riemann (Umberto Eco lo sa, quindi non hanno scuse). Da tutti, che devono chiedere alla loro università corsi difficili e faticosi, perché vogliono laurearsi essendo davvero preparati. Poi, le stesse cose vanno estese alle scuole superiori, prima tra quelli che vorranno andare alla nuova università, poi tra i loro coetanei. Come una macchia d’olio, a fare il percorso inverso della macchia d’olio che ci ha portato dove siamo.

Stiamo diventando i bruti stigmatizzati da Ulisse nella Divina Commedia, ma finché non ci rassegnamo possiamo anche tornare indietro.

Un contadino contro le radiazioni.

Leggo con un certo disagio di un contadino giapponese, Naoto Matsumura, che rifiuta di abbandonare la sua città, evacuata dopo il disastro della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Ha deciso che la cosa più importante è curare gli animali, i suoi e quelli abbandonati dagli altri.

Al primo impatto, potremmo pensare che è un po’ matto, e cambiare pagina con un mezzo sorriso. Mezzo, perché comunque sappiamo che sta probabilmente accorciando in modo significativo la sua vita.

Secondo me, però, questa notizia merità più di un’occhiata superficiale. Quest’uomo non si batte per risolvere i problemi causati da una catastrofe naturale, da un attacco terroristico, da una guerra. All’origine del disastro c’è, prima di tutto, la convinzione dell’uomo di poter piegare la natura ai propri voleri. L’uomo ha costruito centrali nucleari in molte parti del mondo. Sono belle, piccole, efficienti e pulite, finché tutto va bene. A volte non va tutto bene. Nella storia (cinquantennale) delle centrali nucleari ci sono stati diversi incidenti gravi, Harrisburg, Sellafield, Chernobyl, Fukushima, per citare i più famosi. Per gli ultimi due è stato necessario istituire una “zona di esclusione”, un’area inabitabile di decine di chilometri quadrati. Il numero di morti provocate da questi incidenti è ignoto, difficile da calcolare, spinto in una direzione o nell’altra per interessi politici contrapposti. Ci sono delle certezze, comunque, poche, ma ci sono. Primo, non esistono impianti sicuri al 100%. Non possono esistere, è una legge di natura, come il secondo principio della termodinamica. Secondo, quando si verifica un incidente, l’impatto potenziale è enorme. Terzo, perché si verifichi un incidente grave, serve una catena di eventi sfortunati, ma, si sa, la sfortuna esiste. Tutti gli incidenti più gravi della storia dell’energia nucleare sono dovuti a una serie di errori umani e problemi tecnici, davvero catene sfortunate micidiali. Ma cionondimeno, fatti accaduti.

Per capire Naoto Matsumura, inoltre, bisognerebbe prima aver capito il Giappone, e questo non è facile. Io, del Giappone, so pochissimo, ad esempio. Quando pensiamo al Giappone, fatalmente, pensiamo all’altissima tecnologia, ai palazzi delle grandi città, al treno superveloce. Il Giappone è anche tutt’altro: un imperatore tradizionalmente di discendenza divina, un fortissimo legame con le tradizioni, templi di legno e carta di riso tra i palazzi delle grandi città. Il rapporto con la natura, in Giappone, è qualcosa di molto più profondo che in occidente. Le case sono costruite per sopportare le bizze della natura. La religione scintoista prevede riti per placare la forza della natura. Il giapponese cerca la sintonia con la natura. Preservare qualcosa di ciò che vive nella città di Tomioka, per il signor Matsumura, deve essere qualcosa di assolutamente naturale.

Chi è il matto, allora?

PS: mentre scrivevo questo post, avevo in mente una persona speciale, dalle cui parole ho imparato qualcosa sul Giappone. Cercando ioeilmiopc dovreste trovare qualcosa di suo.

Le grandi opere all’italiana.

Il Governo, dopo un’attenta e accurata valutazione, ha stabilito che la TAV deve andare avanti. Mi congratulo con la rapidità con cui hanno fatto un’attenta e accurata valutazione delle carte, mezza giornata per un progetto di quelle dimensioni è un record, i valutatori più veloci del west.

Non voglio parlare della TAV, però. Fino ad ora, tutti volevano le grandi opere, ma solo fuori del proprio giardino. Nei paesi anglofoni, questa cosa si chiama NIMBY, Not In My BackYard, ma se è nel backyard di qualcun altro, forse, a me può venir bene. Da qualche tempo a questa parte, le grandi opere non le vuole un mucchio di gente, ma anche lontano da casa. Non le vuole e basta. È strano, o almeno a me lo sembra. Se fossi un Ministro, mi chiederei perché succeda questo.

Mi darei anche delle risposte, già che ci sono.

Mi direi che forse è perché la gente si è stancata di vedere lavori iniziati e non finiti.

Aggiungerei che può essere a causa dei lavori fatti e abbandonati.

Mi verrebbe in mente che in passato certi lavori sono stati fatti male (e hanno causato dei morti).

Forse penserei anche alla percezione della corruzione, “chi ci mangia dietro?”.

Forse, se fossi un Ministro, mi chiederei perché la maggioranza della gente si accontenta di così poco per non avere fiducia nel mio operato. Lo farei, perché probabilmente sarei fuori dal mondo come la media dei Ministri che ci sono stati negli ultimi decenni. Ma non sono Ministro, e mi sembra evidente che la gente non vuole le grandi opere non perché è legata al suo “piccolo mondo antico”, ma perché ha la fortissima convinzione che non riceverà MAI i benefici che le vengono promessi. Questa convinzione nasce da una lunga consuetudine, non dalle chiacchiere.

Rendetevi degni della fiducia della gente e la gente benedirà le grandi opere.

Pecorelle e Carabinieri.

La notizia di ieri di un manifestante NoTAV che insulta un Carabiniere è incredibile. A prescindere dalle ragioni dei manifestanti, proprio il singolo evento è astruso.

Il manifestante sembrava conscio di essere ripreso e, a quel che ho capito, ha dato il suo consenso alla trasmissione del filmato. Dal punto di vista giornalistico, questo non è più un reportage, ma una messa in scena. Il Carabiniere è rimasto impassibile, bontà sua, io, sinceramente, non so se sarei stato in grado. Il manifestante ha, con poche parole, aiutato la TAV più di tutte le forze dell’ordine che sono state schierate in Val di Susa in questi vent’anni. In una vicenda che già aveva polarizzato l’opinione pubblica tra simpatizzanti per i manifestanti e simpatizzanti per le forze dell’ordine, secondo me, questo video ha spostato il baricentro verso le forze dell’ordine. Nel complesso, però, temo abbia avuto un effetto ancora più potente nel distanziare le posizioni degli schieramenti. Dopo il grave episodio di Luca Abbà, quest’altro fatto non contribuirà sicuramente all’instaurarsi di un dialogo costruttivo: quello era stato un episodio molto più serio, ma questo rischia di essere molto più efficace.

Oggi sentiamo di scontri che continuano, manifestazioni in diverse città, treni bloccati. Ora, io vorrei capire, ma in questa storia ci sono troppe contraddizioni.

Costruiamo la ferrovia ad alta velocità, ma se nevica il traffico ferroviario si blocca.

La TAV serve all’economia, ma sposta persone e non merci.

I manifestanti sono poche decine di facinorosi o una fetta considerevole della popolazione?

I partiti si scannano su tutto, ma sulla TAV sono tutti d’accordo.

A questo punto, i casi sono due. O la TAV è davvero utile e semplicemente nessuno è riuscito a trovare argomenti validi per spiegarlo alla gente, oppure la macchina burocratica ed economica è inarrestabile, e anche se qualcuno ha pensato che la TAV sia un’idea balzana, non è più possibile fermarla. In ogni caso, lo stato è lontano anni luce dalla gente. Oggi, se lo stato fosse vicino alla gente, solo una cosa dovrebbe fare. Fermare il cantiere.

Dovrebbero poi mandare a casa poliziotti e carabinieri. Aspettare del tempo. Tanto. Rifare i conti, rivedere i progetti, ridiscutere con la gente. Aspettare altro tempo, di nuovo tanto. Se, dopo tutto questo, saremo tutti convinti che la TAV serve ancora, magari, forse, chissà, il cantiere potrà anche riaprire. In quel caso, i valsusini lo guarderanno con la speranza di un radioso futuro di sviluppo e ricchezza, e ci saranno una decina di poliziotti disarmati, giusto per scortare i curiosi qua e là. Andare avanti come si sta andando avanti adesso è folle.