Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: aprile 2012

Creare ricchezza.

“Creare ricchezza” è una locuzione di cui ignoro il significato. Nelle moderne economie il primo indicatore per valutarne la salute è il PIL: le cose vanno bene se cresce, male se ristagna, malissimo se scende. Quindi, bisogna creare sempre più ricchezza, per andare bene. Ecco, io non capisco come sia possibile.

Diciamo che in un paese si distribuiscano stipendi, complessivamente, per 1 miliardo di euro in un anno. In quello stesso anno, una parte di quel miliardo, diciamo 400 milioni, andranno in tasse, 500 milioni in spese e 100 milioni in risparmi. Se il sistema è chiuso, tipo la Corea del Nord, o il mondo nel suo complesso, l’anno successivo ci saranno solo 900 milioni per pagare stipendi alla gente. Di quelli, 360 andranno in tasse, 450 in spese eccetera. Voglio dire, se la gente mette da parte soldi, (la gente in senso lato, le aziende, o gli Stati) il quantitativo di denaro circolante diminuisce, per cui indipendentemente da quante auto si fabbricano, da quante case si costruiscono, da quante patate si coltivano, non si crea nuova ricchezza. Si può vendere tutto, ma la somma di tutti gli incassi sarà meno dell’anno precedente. A meno che qualcuno faccia debiti, sia uno Stato (come succede da noi) o i singoli (come succede, ad esempio, negli Stati Uniti). In un sistema chiuso non ci sono altre vie: oggi, visto che se Fitch declassa la Spagna tutte le Borse europee perdono un sacco, siamo di fatto in un sistema chiuso.

Prima poteva funzionare: uno Stato, diciamo la Germania, produceva un sacco e vendeva fuori dei suoi confini, facendo uscire materiale e facendo entrare denaro: questo era crescita per loro e decrescita per qualcun altro. In alternativa, si poteva fare come le grandi potenze coloniali: rubare da qualche parte per arricchirsi. Questo però funzionava bene finché l’impero era in espansione, poi smetteva di funzionare, per ovvi motivi. Il Regno Unito però ci dà uno spunto interessante: avendo la stessa moneta da secoli e secoli, si può calcolare il “costo della vita” medio dalla metà del XIII secolo fino ad oggi. Grazie a diversi siti (io ho usato Lawrence H. Officer and Samuel H. Williamson, “Graphing Various Historical Economic Series” MeasuringWorth.Com, 2012) si può mettere in un bel grafico, tipo questo:

L’inflazione nasce nello stesso momento in cui si stabilisce che la crescita del PIL indica la salute di un’economia. Non vorrei passare per teorico del complotto, ma questo a me sembra un esempio di autoreferenzialità. L’economia deve crescere, i prezzi devono crescere, la gente deve fare debiti, deve circolare il denaro. A che scopo, non lo so.

La mia sensazione, magari semplificando troppo, è che debba valere anche in economia qualche forma di “secondo principio della termodinamica”: la ricchezza non si crea e non si distrugge, cambia forma soltanto. E spesso, in questi cambiamenti, qualcuno se ne trattiene una fettina.

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Diaz.

È uscito pochi giorni fa il film Diaz, sull’irruzione della Polizia nella scuola dove dormivano parecchi contestatori venuti per protestare e manifestare in occasione della riunione del G8 che si svolse a Genova nel 2001. Non andrò a vedere quel film, i ricordi di quei giorni sono ancora troppo vivi e troppo tristi. I blindati e i fumogeni nelle strade che percorri ogni giorno per andare al lavoro sono qualcosa che lascia il segno. La città fortificata, le vetrine sfondate, la paura della gente anche. Il G8 si svolse in luglio, fino a settembre, quando ci fu l’attentato alle Twin Towers di New York, non si parlò d’altro, sui giornali. A Genova si continuò a parlare anche del G8, e quello che si percepiva di più nei discorsi della gente era la paura. Paura che ci fossero manifestazioni e paura che le Forze dell’Ordine intervenissero.

Il G8 di Genova è stato un grande fallimento. Prevedendo l’arrivo di facinorosi, la città era stata blindata. Il centro era stato chiuso e migliaia di uomini delle Forze dell’ordine erano all’interno della “zona gialla”. Le operazioni erano state gestite direttamente dai vertici della Polizia, Gianni de Gennaro, Spartaco Mortola, Arnaldo La Barbera, Francesco Gratteri. Per la maggior parte del tempo, insieme a loro al comando operativo, sedettero anche l’allora Ministro degli Interni, Claudio Scajola, e l’allora Vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini. L’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, faceva gli onori di casa, nello splendido Palazzo Ducale, servendo ai suoi ospiti del blasfemo pesto senz’aglio, ché a lui l’aglio non piace, ma questa è un’altra storia.

Tutti i poliziotti, i carabinieri e gli uomini della Finanza erano all’interno della zona gialla, quella all’interno della quale non si poteva entrare se non residenti, quella all’interno della quale erano stati saldati i tombini, perché nessuno si infiltrasse. Ma era anche difficile uscirne. Al punto che, ad un certo punto, l’allora Sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, andò a parlare coi manifestanti, per convincerli a lasciare uscire le Forze dell’Ordine. Il Sindaco, nessun altro. Per la cronaca, Pericu era stato eletto Sindaco di Genova nel 2007, vincendo di pochi voti al ballottaggio contro Sergio Castellaneta; nel 2002, presentandosi per la rielezione, prese oltre il 60% dei voti al primo turno. Pochi mesi dopo il G8. Tornando a quel venerdì 20 luglio 2001, poche ore dopo veniva ucciso Carlo Giuliani.

In un clima di grandissima tensione, sabato 21 luglio 2001 si svolse la grande manifestazione unitaria. Per seguire i movimenti dei vari gruppi, farò riferimento alla carta di Wikipedia. Il corteo principale si snodava sul lungomare, seguendo i numeri rossi, lungo la direzione 6->10->9. Le forze dell’ordine erano schierate a protezione della zona gialla, a sinistra del 9. Un gruppo di black bloc, prima dell’arrivo del corteo, stazionava all’altezza del 9 stesso. Per avere un’idea delle dimensioni, diciamo che dal 9 al 5 ci sarà circa un chilometro. Tra le Forze dell’Ordine, ricordiamo questo elemento (GdF) per la sua divisa fuori ordinanza e decisamente fuori luogo.

Grande tensione, dicevo, ma relativa calma finché non arriva il corteo. Allora i black bloc iniziano a tirare sassi, la polizia lacrimogeni, e scoppia il delirio. Il corteo, stimato in qualche centinaio di migliaia di persone, avanza lentamente, ma anche per fermarsi ha difficoltà. Indietregga su una strada laterale, mentre davanti infuria lo scontro. Dopo parecchi minuti, i black bloc decidono che è ora di scappare e scappano. Considerando che su un lato hanno il mare, di fronte lo sbarramento della polizia, dietro il corteo e sull’altro lato una linea ferroviaria sopraelevata, sulla linea (sempre sulla cartina di prima) 20-19-14, viene logicamente da pensare che siano presi nel sacco. Invece no, attraversano la linea ferroviaria (che ha 3 sottopassaggi 3) raggiungono e superano il punto 18 e si disperdono nel quartiere circostante. Nei giorni successivi molti si sono fatti domande su chi veramente fossero questi black bloc: anche volendo pensare che fossero quello che ufficialmente erano, be’, per le Forze dell’Ordine esserseli fatti scappare così è stata una cosa terribilmente vergognosa.

Alla fine del meeting, sono arrivati i commenti dei protagonisti. Silvio Berlusconi, Vittorio Agnoletto e Luca Casarini fecero dichiarazioni stranamente simili: sia da parte di chi aveva organizzato l’evento, sia da parte di chi aveva protestato contro di esso, venivano parole di grande soddisfazione. Tutti soddisfatti e convinti di aver fatto un buon lavoro. Buon per loro, che, tornandosene nelle loro città, lasciavano nella mia un morto, centinaia di feriti, devastazioni che sono rimaste visibili per anni.

In un paese normale, il cittadino onesto è rassicurato dalla presenza delle Forze dell’Ordine e collabora con esse. Quando i cittadini onesti hanno paura, a torto o a ragione, delle Forze dell’Ordine, un paese smette di essere normale.

25 aprile.

In questi giorni, 67 anni fa, le ultime città del nord Italia venivano liberate dai tedeschi e dalle ultime frange di fascisti. A Genova l’insurrezione iniziò alle 9 del 25 aprile 1945 e il comando tedesco firmò la resa alle 19:30. Dall’8 settembre 1943 erano passati oltre 19 mesi: in quei 19 mesi molti giovani erano scappati dalle case e dalle caserme per diventare partigiani, altri avevano creduto fino all’ultimo giorno nel fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò e combattendo al fianco dei tedeschi.

Dopo tanti decenni, c’è chi propone una distensione e un annullamento delle differenze tra chi combatté sulle due sponde. Io trovo che questo sia molto disdicevole, perché sottende la cancellazione delle colpe del regime che i repubblichini difendevano. I nostalgici ricordano Mussolini come l’ultimo Presidente del Consiglio sotto il cui Governo l’Italia ebbe il pareggio di bilancio, il condottiero delle guerre coloniali, il difensore della dignità della patria. Del fascismo ricordano la costruzione di grandi infrastrutture, la bonifica delle paludi, il Prefetto Mori contro la mafia.

I detrattori del fascismo ricordano l’alleanza con la Germania nazista di Hitler, le leggi razziali, le persecuzioni contro gli oppositori politici e, soprattutto, l’aver portato l’Italia in una guerra che ci costò quasi mezzo milione di morti. Il 25 aprile 1945 è stato la fine di tutto questo, del fascismo, della Seconda Guerra Mondiale, dell’occupazione tedesca, degli italiani (partigiani) che sparavano contro gli italiani (repubblichini) e solo per questo dovrebbe essere una festa per tutti, una festa di gioia per quello che i nostri nonni hanno visto iniziare quel giorno.

Resta il problema dei nostalgici del regime. Come diceva Voltaire, “non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”: questo è ciò che hanno fatto i partigiani, scrivendo una costituzione che consente a Forza Nuova e simili di esistere, ma è il contrario di quello che avevano fatto i fascisti nel ventennio precedente.

Palloni scoppiati.

Premessa importante: ci sono argomenti che vanno affrontati con cautela, soprattutto se appartieni ad un gruppo umano che per qualche motivo è in aperta contrapposizione con quello di cui vorresti parlare. Ecco, io sono sampdoriano e vorrei parlare di quello che è successo oggi al Genoa. Mi prendo il rischio, ma lo faccio con le migliori intenzioni.

Oggi la partita del Genoa è stata interrotta e ripresa dopo una cinquantina di minuti a causa della forte contestazione dei tifosi nei confronti della squadra. Ora, nel mio mondo ideale, sia Sampdoria che Genoa sono in serie A e alla fine la Samp vince e il Genoa perde. Oggi il Doria è in B, ma non spero che ci venga anche il Genoa, piuttosto vorrei che tornassimo noi in A. Per questo, una punizione alla squadra non mi farebbe felice, né, tutto sommato, mi farebbe felice una penalizzazione del campo, ovvero dei tifosi. A parte una fetta di teste calde, un centinaio, parrebbe dalle foto, si tratta di persone che ci patiscono, piangono, si arrabbiano, ma non tirano fumogeni in campo, dove stanno dei ragazzini a fare i raccattapalle.

D’altra parte, di fronte a scene di questo tipo, non si può nemmeno fare finta di niente.

Lo stadio di Genova è bellissimo, con le gradinate che arrivano a bordo campo, come gli stadi inglesi: in più, rispetto agli stadi inglesi, ha delle paratie che separano i tifosi dal campo. C’erano anche oltremanica, fino a qualche anno fa. Fino a qualche anno fa, gli hooligans erano l’incubo delle polizie d’Europa, ad ogni trasferta in giro per il continente. Poi è successo qualcosa. La Thatcher, nel 1989, ha iniziato una serie di leggi per prevenire il problema della violenza negli stadi. Per tutti gli anni 90 le forze dell’ordine (e le società, e le tifoserie organizzate) hanno identificato e allontanato gli elementi più pericolosi, fino a trasformare gli stadi inglesi in un posto tranquillo, dove le paratie non servono a nulla. Da noi non si fa niente di simile, anzi, anche quando arrivano informative su certi personaggi, che so, dalla Serbia, di solito si fa finta di nulla.

Mi dispiace un sacco per quello che è successo oggi allo stadio Luigi Ferraris.

Nerd alla conquista di Wall Street.

Un branco di ingegneri ed informatici sta facendo un sacco di soldi in borsa, non grazie alle loro conoscenze economiche, ma, fondamentalmente, alle trasformate di Fourier. La notizia può sembrare bella, un grido di speranza per tutti quelli che, studiando una materia scientifica, pensano che il loro destino sia segnato  lavorare per sempre in un ambiente tecnico-scientifico arido e povero di stimoli, e soprattutto ad avere uno stipendio limitato, indipendentemente dalle loro capacità. La notizia diventa meno bella se si pensa alle conseguenze di una cosa del genere.

Già il mercato azionario, per chi, come me, ancora pensa che i soldi si facciano lavorando, è un qualcosa di poco chiaro. Gente compra e vende quote di aziende (e ancora ci posso stare) o di debiti (e qua ci sto già meno) e in questa operazione fa dei soldi. Io credo, ma forse è una mitizzazione di un passato che non ho visto con i miei occhi, che la Borsa sia nata per vendere quote di aziende, in modo che i compratori potessero poi trarne giovamento attraverso i dividendi. Ha senso, sei padrone del 3% di una fabbrica di chiodi e ti emtti in tasca il 3% dei guadagni che fai vendendo chiodi. Ora, ma forse è solo una mia impressione, i dividendi sono secondari, mentre la compravendita è il vero core business della finanza.

Un buon investitore, quindi, è chi “annusa” che un titolo salirà, lo compra a prezzo basso e lo rivende prima che ricominci a scendere. Non gliene importa nulla che faccia assicurazioni, automobili o mine antiuomo: deve comprare mentre sale e vendere prima che scenda. Questo vuol dire che, in media, le azioni cambiano di mano molto rapidamente e che il loro valore, essendo determinato da quante se ne vendono e quante se ne comprano, cambia altrettanto rapidamente. Inoltre, spesso cambia con una certa ciclicità, con salite e discese cicliche.

L’accelerazione delle variazioni delle quotazioni aveva creato mostri, come gente che comprava al mattino e vendeva alla sera, senza mai coprire gli acquisti (i saldi si facevano a fine contrattazione). Si è intervenuto con un regolamento più severo, ogni volta che qualcuno ideava un trucco per fare soldi “a discapito degli altri”. Il mercato autoregolante aveva bisogno di regole, altrimenti un gruppo di squali lo avrebbe divorato. Oggi questi squali non sono finanzieri spregiudicati, ma matematici che programmano un computer e lasciano fare a lui. Interpreta i trend, compra e vende in pochi secondi e realizza guadagni molto piccoli, ma ogni volta guadagni.

Il problema di questo meccanismo è che, se il volume di transazioni da lui generato diventa statisticamente rilevante, può pilotare il mercato in modo “autonomo”, verso una crescita incontrollata o un crollo. Questo fa molta paura, e probabilmente qualcuno inventerà un intervallo minimo tra acquisto e vendita di azioni. Questo gruppo di nerd ottimizzerà i suoi algoritmi, e vedremo come andrà a finire. Se però questo gruppo di nerd riuscirà a scardinare definitivamente la centralità dei mercati finanziari nell’economia globale, dovremo innalzare loro monumenti in ogni città.

Diplomazia della Formula 1.

Questo fine settimana la Formula 1 corre in Bahrain. Per chi, come me, ha qualche difficoltà a situare il Bahrain su un planisfero, be’, è un arcipelago che si trova nel Golfo Persico, nella sua parte sud-occidentale, a ovest della penisola del Qatar. Già emirato, dal 2002 è una monarchia costituzionale, con poco più di un milione di abitanti e il 23º PIL pro capite del pianeta, proveniente dal petrolio e dalle perle.

Come molti paesi arabi, però, da svariati mesi il Bahrain è attraversato da movimenti di protesta popolare contro il regime. L’anno scorso, per motivi di sicurezza, il Gran Premio del Bahrein era stato annullato, mentre quest’anno si è deciso di correrlo comunque, nonostante la situazione sia ancora lontana dalla normalizzazione. Anche la Force India era stata oggetto di un attacco diretto, per cui lo svolgimento della gara non potrà essere del tutto regolare.

Ciononostante la gara si farà, nonostante si levino voci critiche al riguardo. Ora, sono convinto anche io che in una situazione di pericolo sia opinabile celebrare una simpatica e festosa manifestazione sportiva. Credo anche che sia poco opportuno blandire un regime autoritario e malvisto dalla popolazione da parte di una organizzazione mondiale con la visibilità del circus. Credo però che non sia compito della Formula 1 stabilire, prima dell’ONU, per dirne una, che in Bahrain non si può andare perché c’è una rivoluzione in atto.

Quando l’unione europea applicava le prime sanzioni alla Siria, nel maggio scorso, i commentatori si stupivano che nulla fosse previsto per il Bahrain: oggi facciamo a Ecclestone (che resta una persona inquietante, sia chiaro) una colpa del fatto che cerchi di rispettare i contratti firmati con un governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Se il Gran Premio del Bahrain servirà a portare all’attenzione della comunità internazionale la situazione di scontri interreligiosi nel paese, ben venga il Gran Premio. Se domani ci saremo dimenticati di tutto quanto, be’, allora tanto valeva non fare polemica oggi.

Non diciamo più “cervelli in fuga”.

Io la dicitura “cervelli in fuga” la odio. In fuga ci sono i topi, dalle navi che affondano. I cervelli non fuggono, i cervelli li mandiamo via. Qualche tempo fa, un paio di docenti di Trieste hanno fatto uno studio sui fisici che sono emigrati, uno studio abbastanza impietoso. Sono tanti, e sono andati a stare bene. Ho pensato ai genovesi, e sono tanti anche quelli. Poi ho pensato che i fisici sono una fettina, oltre a noi ci sono tutti gli altri, e allora ha un senso un’intera rubrica sul Fatto Quotidiano online dedicata a chi riesce a far fiorire il suo talento solo fuori d’Italia. Un esercito di persone che fanno fortuna in un altro paese, e che fanno la fortuna di un altro paese.

Ma resta il nome sbagliato. Parlare di fuga dei cervelli implica un’azione attiva da parte dei cervelli stessi, come se se ne andassero per loro volontà. Ingrati, con tutto quello che facciamo per loro! In effetti, quello che facciamo per loro è tanto, ci escono professori, scrittori, medici, premi Nobel. Formati nelle nostre università, finanziate con i soldi nostri. Tutto bene finché non diventano un peso, ma allora non sono loro che fuggono, siamo noi che li mandiamo via. Prendendoli in giro, fondamentalmente.

In Italia ci sono ottime università e centri di ricerca d’eccellenza. Ciononostante, studenti e giovani ricercatori se ne vanno. All’estero trovano stipendi più alti, diciamo in media il doppio, stando nella UE. Trovano più autonomia rispetto all’establishment. Trovano più fondi per la ricerca. Trovano una burocrazia più snella ed efficiente (sì, non sono solo gli imprenditori a lamentarsi). Trovano un lavoro più stabile. Trovano uno stato sociale che funziona meglio, garantendogli agevolazioni per i figli piccoli eccetera.

Non trovano generazioni di politici che promettono più fondi alla ricerca, e che ogni anno tagliano di un 5 o 10% i finanziamenti. Non trovano un tessuto industriale totalmente disinteressato alla ricerca (qualcuno mi spieghi come possiamo fare trasferimento tecnologico alle imprese, se non riusciamo a comprare la strumentazione che ci serve in Italia). Non trovano un paese che, con l’economia stagnante, ipoteca il futuro togliendo risorse a ciò che può, ragionevolmente, far progredire la società.

Allora, mettendo sulla bilancia tutto questo, direi che non si deve più parlare di “fuga dei cervelli”, ma di “cacciata dei cervelli” e soprattutto che non ci si deve stupire dei cervelli che se ne vanno, ma di quelli che restano. Di quelli che restano anche dopo essersi sentiti dire da un tedesco “per noi è inconcepibile che una persona lavori senza essere pagata”, dopo essersi stupiti che in Germania funzioni così, e dopo essersi stupiti di essersi stupiti, perché non c’è proprio niente da stupirsi, in quella frase. Ma da noi non è inconcepibile per niente.

Pasqua ortodossa.

Oggi è Pasqua per tutti i Cristiani Ortodossi. La divisione tra la Chiesa Cattolica (che significa “universale”) e quella Ortodossa (che significa “di corretta interpretazione”) risale al Grande Scisma del 1054, quando il Papa Leone IX e il Patriarca di Costantinopoli, Michele I Cerulario, si scomunicarono a vicenda. All’epoca, la Chiesa Cristiana era unita e rappresentava il corpo sacerdotale della religione di stato degli imperi, Romano d’oriente e Sacro Romano. Le maggiori autorità di questa Chiesa erano i cinque Patriarchi, di Roma, Alessandria (d’Egitto), di Antiochia, di Gerusalemme e di Costantinopoli. Questa pentarchia risaliva al Concilio di Calcedonia del 451 e ciascun Patriarca godeva della stessa autorità, rispetto agli altri. Il Patriarca di Roma, come successore di San Pietro e come residente nella capitale “storica” dell’impero, era considerato primus inter pares, ma si trattava di un titolo puramente onorifico. Per cambiare il Credo, in cui il fedele ripete ciò in cui crede in quanto fedele, era necessario l’accordo di tutti i Patriarchi.

Questa situazione durò senza troppi strappi, o senza strappi troppo grandi, fino a che, qualcuno in Spagna, non decise di introdurre un Filioque nel Credo. Quel Filioque doveva sottolineare la consustanzialità del Padre e del Figlio, messa in dubbio da alcune eresie, arianesimo in testa. Dalla Spagna si diffuse in tutto l’occidente e arrivò a Roma nel 1014. Nel frattempo, il Papato aveva cercato di istituire un primato di Roma sulla Pentarchia, non più giustificato sull’essere nella capitale dell’Impero, ché ormai Costantinopoli era una capitale molto più importante, ma sulla discendenza da Pietro. Alessandria, Gerusalemme e Antiochia erano già in decadenza, principalmente a causa dell’avanzata dell’Islam, mentre Costantinopoli era una città nel pieno del suo splendore. Il Patriarcato di Costantinopoli, però era di istituzione relativamente recente, e, secondo il Papa, non doveva fregiarsi del titolo di “Ecumenico”.

La disputa teologica sul Filioque cadeva a fagiuolo sulla disputa politica del primato all’interno della Pentarchia. Dopo anni di accuse reciproche, il Papa inviò un ambasciatore a Costantinopoli, che non riuscì a ricomporre la disputa e, anzi, scomunicò il Patriarca Michele Cerulario. Questa scomunica fu interpretata come indirizzata a tutto il Patriarcato, per cui Michele Cerulario scomunicò il Papa Leone IX e da allora le Chiese sono divise. Oggi la Chiesa Cattolica rivendica con ancora più forza il primato di Roma, mentre le Chiese Ortodosse sono autocefale, ovvero ogni comunità fa riferimento ad un Patriarca, concedendo solo un primato d’onore al Patriarca di Costantinopoli.

Il Grande Scisma viene interpretato da entrambe le parti come “colpa dell’altro”, al punto che si chiama Grande Scisma dei Latini presso gli Ortodossi e Grande Scisma d’Oriente presso i Cattolici. Visto come poi si sono organizzati i vari gruppi, mi sbaglierò, ma secondo me hanno ragione gli Ortodossi.

Medici sportivi, dove siete?

La notizia dell’ultimo minuto è la morte di Piermario Morosini, centrocampista del Livorno, per arresto cardiaco, durante la partita Pescara-Livorno. La Gazzetta dello Sport online apre con questa notizia e ricorda altri due atleti morti in modo simile nelle ultime settimane, Vigor Bovolenta e Francesco Mancini. Centosei anni in tre, veramente giovani per morire d’infarto. Oltre che giovani, atleti. Gente che fa sport ad alto livello, che segue un’alimentazione controllata, che viene seguita da uno staff medico con continuità.

Ora, a me vengono in mente due possibilità. O fare sport, seguire una alimentazione controllata e farsi tenere d’occhio da un medico, in realtà, fa male, oppure la salute degli atleti non è prioritaria rispetto alle prestazioni. Mi sento quasi di escludere la prima possibilità, in fondo quella sembrerebbe proprio una vita sana. Allora resta la seconda possibilità, che è tragica. Anche senza tirare in ballo il doping, resta tragica. Chiaramente, se si inizia a pensare anche al doping si va oltre, ma i tempi del povero Bruno Beatrice e compagni si spera siano finiti. Resta allora l’incoscenza di sottoporre ad allenamenti duri e sforzi agonistici intensi persone che non sono in grado di sostenerli. Bovolenta, in passato, era stato fermato per problemi cardiaci: analisi più serie e medici più rigorosi potevano, a fronte di una fine anticipata della carriera, salvargli la vita? non lo possiamo sapere, ma queste morti sono strane, sospette, brutte. Molto brutte.

Animali fantastici.

Il mondo degli animali è estremamente variegato, ogni anno decine di nuove specie vengono scoperte in qualche foresta, in mare, nei deserti. Sicuramente un sacco di apecie animali ci è ancora sconosciuto, sicuramente molte specie si sono estinte senza che nessuno le catalogasse. Questo lavoro di tassonomia è iniziato con Linneo e ancora continua: specie che si credevano uguali si sono trovate diverse, specie che si credevano diverse sono state riconosciute come uguali. Ogni nuova specie occupa una casella nuova nell’ecosistema globale, come l’ennesima tessera di un mosaico fantastico.

La conoscenza del mondo animale procede e si assottiglia lo spazio incognito dove ancora vivono animali di cui la gente ha sentito parlare, che qualcuno giura di aver visto, na che, in fondo, chissà se ci sono davvero. Sicuramente ce ne sono un sacco, praticamente ogni bosco, lago o vallata ne ha uno, come ci insegna Borges. Che poi, io non ne sapevo niente, finché non ho trovato Tegamini di Borges sulla mia strada. Centoventi creature fantastiche, del cielo, della terra e dell’acqua, da ogni parte del mondo, grandi, piccole, buone e cattive. Centoventi sono tante, ma sono convinto che, come per le nuove specie identificate nell spedizioni del National Geographic, ce ne siano, nascoste tra gli arbusti dei ricordi dei vecchi, un sacco di più.

Almeno una ci deve essere, perché sta nei boschi delle colline del ponente di Genova, e non c’è nel libro di Borges. Si chiama Muiùn, ed è cattivissimo. In certi scritti in genovese si trova scritto Moión, ché il genovese si può scrivere in due modi, ma io preferisco il primo, che ha regole di pronuncia più simili all’italiano. Ma parlavamo del Muiùn, che è un serpente cattivissimo che non lascia scampo a chi lo incontra. All’origine, il Muiùn è una vipera. Per la precisione, una vipera maschio: dalle descrizioni, è un po’ una sorta di patriarca delle vipere maschio del posco, perché di Muiùn ce n’è sempre uno solo. Quando un Muiùn muore, il vipero più grande del bosco si trasforma in Muiùn a sua volta e ne prende il posto.

Della vipera, però, il Muiùn mantiene poco. Perde la coda e cresce fino alla dimensione dell’avambraccio di un uomo. Gli crescono delle zampe, secondo alcuni con gli artigli, secondo altri solo abbozzate (ma forse quest’ultimo era un Muiùn giovane, ancora nella fase di evoluzione). Gli crescono le scaglie sulla schiena, come spine, o setole molto grandi. Sulle testa ne ha di particolarmente grandi, forse alcune fungono anche da padiglioni auricolari. Ma la cosa più pericolosa del Muiùn è il suo respiro. Il Muiùn emette un fiato dall’odore pestilenziale, come di carogne e zolfo, che si sente anche a grande distanza. Ed è meglio mantenersi a grande distanza, quando lo si sente, perché oltre ad essere nauseabondo, è anche tossico e provoca malattie a chi non si allontana rapidamente.

Qualcuno ritiene di averlo intravisto, molti (me compreso) hanno sentito il suo odore, in certi boschi. C’è chi dice di averne trovato la carcassa senza vita, ma nessuno ne ha uno impagliato in casa. I vecchi del paese, però, mi dicevano dell’ultimo incontro ravvicinato, avvenuto almeno una cinquantina d’anni fa. Pare che un uomo del paese, un giorno, sia tornato da funghi molto agitato e spaventato, per aver dovuto fronteggiare il Muiùn che gli sbarrava la strada, in quest’atomsfera mefitica. Molti non gli credettero e lo presero anche in giro, ma pochi mesi dopo il pover’uomo scoprì di avere la tubercolosi, e morì. Ciascuno pensi quel che vuole, del Muiùn, ma io, se sento un odore strano nel bosco, cambio strada.