Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Non diciamo più “cervelli in fuga”.

Io la dicitura “cervelli in fuga” la odio. In fuga ci sono i topi, dalle navi che affondano. I cervelli non fuggono, i cervelli li mandiamo via. Qualche tempo fa, un paio di docenti di Trieste hanno fatto uno studio sui fisici che sono emigrati, uno studio abbastanza impietoso. Sono tanti, e sono andati a stare bene. Ho pensato ai genovesi, e sono tanti anche quelli. Poi ho pensato che i fisici sono una fettina, oltre a noi ci sono tutti gli altri, e allora ha un senso un’intera rubrica sul Fatto Quotidiano online dedicata a chi riesce a far fiorire il suo talento solo fuori d’Italia. Un esercito di persone che fanno fortuna in un altro paese, e che fanno la fortuna di un altro paese.

Ma resta il nome sbagliato. Parlare di fuga dei cervelli implica un’azione attiva da parte dei cervelli stessi, come se se ne andassero per loro volontà. Ingrati, con tutto quello che facciamo per loro! In effetti, quello che facciamo per loro è tanto, ci escono professori, scrittori, medici, premi Nobel. Formati nelle nostre università, finanziate con i soldi nostri. Tutto bene finché non diventano un peso, ma allora non sono loro che fuggono, siamo noi che li mandiamo via. Prendendoli in giro, fondamentalmente.

In Italia ci sono ottime università e centri di ricerca d’eccellenza. Ciononostante, studenti e giovani ricercatori se ne vanno. All’estero trovano stipendi più alti, diciamo in media il doppio, stando nella UE. Trovano più autonomia rispetto all’establishment. Trovano più fondi per la ricerca. Trovano una burocrazia più snella ed efficiente (sì, non sono solo gli imprenditori a lamentarsi). Trovano un lavoro più stabile. Trovano uno stato sociale che funziona meglio, garantendogli agevolazioni per i figli piccoli eccetera.

Non trovano generazioni di politici che promettono più fondi alla ricerca, e che ogni anno tagliano di un 5 o 10% i finanziamenti. Non trovano un tessuto industriale totalmente disinteressato alla ricerca (qualcuno mi spieghi come possiamo fare trasferimento tecnologico alle imprese, se non riusciamo a comprare la strumentazione che ci serve in Italia). Non trovano un paese che, con l’economia stagnante, ipoteca il futuro togliendo risorse a ciò che può, ragionevolmente, far progredire la società.

Allora, mettendo sulla bilancia tutto questo, direi che non si deve più parlare di “fuga dei cervelli”, ma di “cacciata dei cervelli” e soprattutto che non ci si deve stupire dei cervelli che se ne vanno, ma di quelli che restano. Di quelli che restano anche dopo essersi sentiti dire da un tedesco “per noi è inconcepibile che una persona lavori senza essere pagata”, dopo essersi stupiti che in Germania funzioni così, e dopo essersi stupiti di essersi stupiti, perché non c’è proprio niente da stupirsi, in quella frase. Ma da noi non è inconcepibile per niente.

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