Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: maggio 2012

Invarianza di scala.

In natura ci sono diversi fenomeni che hanno comportamenti simili su scale diverse, come ad esempio la distribuzione della materia nell’universo, con i sistemi planetari, le galassie, gli ammassi di galassie, tutte cose diverse, ma con forti analogie nella distribuzione di oggetti e vuoto. In casi come questi, si pala di invarianza di scala. L’esempio più noto e matematicamente perfetto di invarianza di scala lo offrono i frattali. In certi casi, anche la società umana presenta fenomeni caratterizzati da una sostanziale invarianza di scala, a volte anche con risvolti ridicoli o assurdi.

La divisione amministrativa d’Italia è un esempio carino. Venti regioni, centodieci province, oltre ottomila comuni. L’invarianza non è perfetta, perché la Regione Trentino-Alto Adige in realtà non è una regione, ma l’unione di due Province autonome, che peraltro di autonomia non ne hanno mai abbastanza. Soprattutto Bolzano, a cui i festeggiamenti per l’Unità d’Italia non andarono proprio giù. D’altra parte, l’essere regione autonoma italiana credo porti anche qualche beneficio, per cui, se ci fosse un referendum domani, non sono sicuro che la maggioranza degli altoatesini vorrebbe passare all’Austria.

Nel recente passato, qualcuno ha pensato di aggiungere un’ulteriore livello, tra Stato e Regioni, introducendo delle “macroregioni” o più semplicemente propugnando la separazione dal territorio nazionale del blocco più ricco. Ma questo stesso Nord che oggi si ribella alle tasse da pagare allo Stato, è passato da uno stato di relativa indigenza all’attuale ricchezza grazie al mercato interno e alle commesse dello stato, al Nord e al Sud, negli anni 60 e 70, e alle esportazioni “facilitate” dalla svalutazione della lira (di cui tutti paghiamo ancora le conseguenze) negli anni 80 e 90.

Passando ad una scala ancora superiore, si arriva ai rapporti tra l’Italia e la UE, o meglio ancora, l’Eurozona. Sull’euro diceva cose molto interessanti un commentatore di Der Spiegel, erroneamente i giornali italiani avevano letto solo le prime righe, ma la traduzione completa è qui. Nell’Eurozona ci sono paesi molto diversi tra loro, ognuno vuole mantenere la sua indipendenza e autonomia, infuriandosi se si sente “commissariato” da qualcun altro (come è successo da noi), ma poi, sempre noi, siamo tra i primi a voler agganciare il nostro debito a quello degli altri con gli Eurobond.

Per fortuna, questa scala di fenomeni invaianti finisce qua, almeno per ora.

Questioni di principio e politica.

Federico Pizzarotti è sindaco di Parma da pochi giorni e, per quel che vedo, i primi limiti del Movimento 5 Stelle iniziano a palesarsi. Pizzarotti è stato ammirevole il suo modo di condurre la campagna elettorale, con spese contenute e circondandosi di persone “normali”. In questo è stato perfettamente in linea con il dettame purista del movimento che rappresenta. Sono anche, personalmente, contento che il M5S esprima il sindaco di un comune capoluogo di provincia, ma sono anche contento che non sia il mio. Da un lato, vedere il M5S e i suoi esponenti alla prova dei fatti è interessante, dall’altro ho dei timori sul fatto che tra i proclami della vigilia e quello che sarà possibile fare ci siano differenze sostanziali.

Non voglio qui dire che i candidati del M5S abbiano promesso cose che sapevano di non poter mantenere, ovvero che abbiano mentito deliberatamente, ma che abbiano sottovalutato alcuni aspetti. Ancora meglio, che si siano fidati un po’ troppo di un modello teorico della realtà non abbastanza dettagliato. Sui giornali si è ironizzato sull’ipotesi di una moneta locale o sul fatto che i neoeletti vadano a lezione di “pubblica amministrazione”, ma questi sono aspetti secondari, seppur curiosi. Altri problemi sono più insidiosi, ne citerei tre.

Il primo problema è l’inceneritore. Attualmente in costruzione, è stato il trampolino di lancio di Pizzarotti come candidato, che ha cavalcato la protesta contro la sua realizzazione. Ora che è stato eletto, si evidenzia la discrepanza tra modello e realtà: la prospettiva era eliminare l’inceneritore e rivenderlo prima ancora di metterlo in funzione, ora già si parla di valutare penali, costi, alternative.

Un secondo problema è insorto sulla burocrazia elettorale. Evidentemente, le pastoie burocratiche a cui siamo tutti abituati hanno tentacoli che arrivano anche alla definizione delle liste elettorali. Come nella vita reale, del resto.

In quest’ultimo articolo, si accenna a quello che, secondo me, è il problema più grosso. Talmente grosso da aver fatto partire una polemica sul blog di Beppe Grillo. Trovare un Direttore Generale per un grosso comune pare non sia semplice, soprattutto se si pongono troppi vincoli, per giusti che siano. Se si pretende che sia una persona che non si è mai esposta con nessun partito, diventa difficile trovare qualcuno che abbia esperienza dirigenziale in qualche amministrazione pubblica, Se si allenta questo vincolo a “una persona che non sia mai stata iscritta ad un partito”, probabilmente rientrerebbe anche Gianni Letta, numero due di Berlusconi per anni, che, a quanto capisco, non rientra esattamente negli standard del M5S.

In conclusione, trovare delle regole generali teoriche che siano anche applicabili alla realtà non è banale.

Alluvionati dentro.

L’altra notte un forte terremoto ha colpito la pianura emiliana, provocando morti, feriti e distruzione. Negli ultimi anni ho visitato diverse volte l’aquilano, per lavoro. Nei tre anni successivi ad un terremoto di proporzioni simili è stato fatto molto lavoro, ma la situazione è ancora lontana dalla normalizzazione. Non è solo questione di case, strade, monumenti storici. Ci sono stati i morti, e quelli sono qualcosa di più profondo. Ma c’è anche dell’altro.

L’8 novembre 2011 sono partito da Genova per andare all’Aquila. Erano passato pochi giorni da una alluvione che aveva colpito il levante della città, quando ancora avevamo negli occhi i disastri dell’alluvione che, un anno prima, aveva colpito il ponente. Almeno tre volte, in pochi giorni, gente dell’Aquila mi ha chiesto notizie di Genova. Ancora circondati dai danni del terremoto, erano particolarmente vicini a noi, per aver visto i danni dell’acqua. È una cosa che mi ha colpito molto, mi hanno raccontato di volontari partiti per le Cinque Terre, che avevano subito un’alluvione pochi giorni prima, dei volontari liguri che erano stati all’Aquila durante l’emergenza.

Non so se impareremo a prevenire, nei limiti del possibile, i danni di queste catastrofi naturali. Potremmo pensare ad edifici piu sicuri, a piani di evacuazione per scuole ed edifici pubblici, all’educazione dei singoli su come affrontare l’emergenza. Forse prima di tutto dovremmo capire che queste cose possono succedere e che, quando succedono, ci lasciano alluvionati anche dentro.

Parametri da riparametrare.

Pare che la Zona Euro possa perdere in tempi brevi un pezzo, la Grecia. A quanto pare, i problemi nascono dal mancato rispetto delle richieste della UE, che vuole garantire primariamente gli interessi degli stati membri “virtuosi”, che non vogliono le loro economie intaccate per sopperire alle carenze di qualcun altro. È una crudele realtà, ma non mi sento di condannare i lavoratori tedeschi se non vogliono pagare le pensioni a greci e italiani.

La permanenza nella Zona Euro è legata al raggiungimento e mantenimento di alcuni parametri economici fondamentali, che sostanzialmente sono legati a PIL, debito pubblico e inflazione. Per mantenere stabile la moneta unica, è necessario che ogni paese abbia indicatori macroeconomici compatibili con quelli degli altri: da un punto di vista meramente tecnico, questo mi sembra anche ragionevole. Trasportare questi parametri dall’iperuranio in cui sono stati concepiti alla realtà è un altro paio di maniche.

Inflazione, PIL e debito sono legati a produzione industriale, previdenza sociale, costi dello stato, competitività delle industrie, un sacco di cose. Un sacco di cose che non si regolano da sole quando si forzano i parametri macroeconomici a stare in certi valori, o almeno non credo. Secondo me, altri parametri dovrebbero essere perseguiti. Gli stati membri avrebbero dovuto uniformare i loro sistemi pensionistici e previdenziali, i loro sistemi ospedalieri, i loro sistemi fiscali. A quel punto, la concorrenza interna avrebbe forse aiutato a livellare le differenze tra i vari paesi, portando al livellamento dei parametri macroeconomici.

Io credo che si sia preso il problema dal lato sbagliato, perseguire numeri uguali con sistemi diversi, invece che convergere su sistemi simili per arrivare a numeri simili.

Guarda su.

Quando pensi che un problema sia troppo grande da risolvere, guarda su. Il nostro è un piccolo mondo. Molto piccolo.

Libertà di limitare la libertà.

Oggi a Roma ha avuto luogo una manifestazione contro l’aborto. La storia dell’interruzione volontaria della gravidanza (IVG) in Italia è lunga e tormentata. l’IVG è stata proibita in Italia fino al 1978, quando è stata introdotta la legge 194, che la consente, sotto determinate condizioni. Questa legge, ad oggi, allinea l’Italia agli altri paesi dell’Europa occidentale. La legge prevede, oltre che la possibilità per la donna di interrompere la gravidanza, l’obbligo da parte dello Stato di istituire strutture di accompagnamento psicologico e legale per chi decide di abortire: inoltre, è prevista la possibilità di partorire in strutture pubbliche e lasciare anonimamente il neonato in adozione. Dal punto di vista del medico, esiste la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza, ovvero rifiutarsi di praticare l’IVG, a meno di casi in cui la donna sia in stato di rischio imminente di morte.

Questa legislazione, se opportunamente applicata, dovrebbe garantire alla donna libertà di praticare l’IVG se necessario, di proseguire la gravidanza fino al parto senza riconoscere il figlio, di cambiare idea grazie al supporto dei consultori; d’altra parte dovrebbe garantire al medico la possibilità di praticare l’IVG o di non praticarla a seconda delle sue convinzioni morali e religiose. L’intento della legge suppongo fosse limitare la pratica degli aborti clandestini, che provocava la morte di parecchie donne, nel nome dell’ipocrisia che voleva checerti scandali si risolvessero nell’ambito familiare.

Fin dalla sua promulgazione, però, questa legge è stata osteggiata fortemente dai partiti più conservatori e più legati agli ambienti religiosi: nel giro di pochi mesi si raccolsero le firme per un referendum abrogativo, che si tenne nel 1981 e che fu respinto. Si noti, en passant, che, all’epoca, le forze che volevano il mantenimento della legge non indicarono l’astensione ai loro elettori, ma chiesero che si andasse a votare NO, come dovrebbe essere ancora oggi e come non è più, disgraziatamente. Votò quasi l’80% degli aventi diritto e il NO vinse di larga misura. Ciononostante, l’avversione di una larga fetta dell’arco parlamentare a questa legge è ancora viva e forte, dopo oltre trent’anni.

Ciò che è peculiare è che questa legge, che in fondo sancisce un certo numero di libertà, rispetto alla restrittiva legge precedente, viene principalmente avversata da un partito che ha la Libertà nel nome.

Vestirsi e mimetizzarsi.

La notizia del giorno è che Zuckerberg è andato a presentare Facebook, che sarà presto quotata in borsa, a Wall Street indossando una felpa col cappuccio. (In realtà la notizia del giorno sarebbe questa, ma è troppo impegnativa per ora).

È subito polemica. C’è chi dice che ha portato una ventata di novità e freschezza in un ambiente troppo rigido, c’è chi dice che ha mancato di rispetto agli investitori tutti incravattati, c’è chi dice che uno che si veste così non può essere in grado di gestire un’azienda così grande. Giustamente Repubblica fa notare che anche Steve Jobs aveva un dress code molto rigido (fonte) e poco allineato, ma che, comunque, come CEO non si comportava tanto male. La storia del maglioncino di Steve Jobs è carina, significativa del personaggio che ha avuto per una vita “less is more” come motto. Inoltre, quel girocollo non era un girocollo qualunque, ma una creazione esclusiva di Issey Miyake, una cosa che nemmeno Marchionne, tanto per citare un altro appassionato del maglioncino.

Steve Jobs, col suo maglioncino, ha incontrato sia Obama (fonte) che Medvedev (fonte), mentre Zuckerberg, per quella stessa cena con Obama e Jobs, si era presentato abbottonato (fonte). In qualche modo, se Jobs fosse stato invitato a Wall Street, tutti si sarebbero aspettati di vederlo arrivare in uniforme, col maglioncino d’ordinanza. Maglioncino che, in fin dei conti, passa molto più inosservato della felpa col cappuccio di Zuckerberg. Zuckerberg che, come dimostra la cena con Obama, in determinati frangenti ritiene opportuno mettersi giacca e cravatta. Per questo Zuckerberg ha sbagliato: ha voluto mettersi in mostra in modo gratutito e pacchiano. Non credo, sinceramente, che dalla felpa col cappuccio si debba presumere che debba per forza essere un CEO incapace, ma credo che abbia fatto l’errore di cercare di distinguersi nel modo sbagliato.

Io credo che in un ambiente lavorativo, specialmente se si è al massimo livello in qualcosa, come Wall Street lo è della finanza mondiale, si debba cercare di mimetizzarsi tra il resto della gente. Andare in felpa col cappuccio in mezzo a gente in giacca e cravatta è altrettanto fuori luogo che andare in giacca e cravatta in mezzo a gente con la felpa col cappuccio: metterai a disagio gli altri e starai a disagio tu. E non mi venire a dire che devi esprimerti liberamente: non è con un abbigliamento fuori luogo che rivendichi la tua identità ed unicità.

Se vuoi distinguerti, non ti vestire da buffone, vedi di essere più bravo degli altri.

Servizio pubblico e monopolio pubblico.

In Italia, come in molti altri paesi, un certo numero di cose sono gestite dallo Stato o dagli Enti Locali, per cui parliamo di “azienda pubblica”. A seconda di cosa facciano, queste aziende pubbliche, preferiamo chiamarli “servizi pubblici” o “monopoli pubblici”. Mi domando da dove venga questa distinzione. Prima di tutto, ho cercato di capire cosa sono le due cose.

Per me, un monopolio pubblico è quando lo Stato controlla il 100% di un settore, come può essere quello delle ferrovie. Per molti decenni, le Ferrovie dello Stato sono state l’unico padron, gestore ed esercente dei treni in Italia. In nome della concorrenza, del libero mercato e delle mirabili prospettive di miglioramento del servizio che ci sarebbero state, qualcuno decise di liberalizzare parte di questo mercato. Investitori vari hanno messo sulle rotaie (di proprietà FS) dei treni che collegano stazioni (di proprietà FS) importanti, dove ci può essere del guadagno, entrando in concorrenza con gli Eurostar e le Frecce delle FS.

D’altra parte, un servizio pubblico è quando la collettività si premura di far arrivare alcuni servizi ad ogni membro della comunità stessa. Penso a strade, ospedali, scuole, mezzi di trasporto, luce, gas, eccetera. Questo vuol dire mantenere anche servizi periferici, che interessano poche persone ma che per quelle poche persone sono una risorsa, come certi treni locali che collegano piccoli paesi dell’Appennino tra loro o con qualche città. Spesso, questo tipo di servizio costa più di quello che può rendere in termini di biglietti, per cui solo con il parziale finanziamento da parte delle tasse si può sostenere.

Rimanendo in argomento ferroviario, scardinando il monopolio pubblico, si diminuisce quindi il margine di guadagno sulle linee ricche per FS, che poteva finanziare in parte le linee povere, trasferendo i guadagni ai privati. Per rimanere concorrenziale sulle linee ricche, d’altra parte, FS ha ulteriore necessità di ridurre i trasferimenti alle linee povere, per cui deve decidere se finanziarsi di più atraverso le tasse (ma questo è contrario all’antitrust, lo stato non può aiutare un’azienda in regime di concorrenza), o chiudere le linee povere (e allora non è più un servizio).

Nel complesso, mi sembra che un’azienda pubblica sia monopolio se c’è da guadagnarci sopra, servizio se c’è da rimetterci. I servizi, d’altra parte, ci servono, ma non vogliamo pagarli con le tasse. Allora abbiamo un problema che io non so risolvere. Secondo me, ai tempi dei monopoli, e le FS sono sempre un buon esempio, si stava meglio. Qualcuno mi spieghi cosa ci abbiamo guadagnato con la “concorrenza”.

United we stand, divided we fall.

Da meno di due ore si sono concluse le operazioni di voto per il Comune di Genova e di molti altri, ma sui dati di Genova mi piace fare un piccolo ragionamento.

I primi dati, proiezioni, sondaggi, danno risultati largamente attesi: Doria (Centrosinistra) vicino alla vittoria al primo turno, Musso (lista civica basata su UDC, fondamentalmente), Vinai (Centrodestra) e Putti (Movimento 5 Stelle) a dividersi il resto, Rixi della Lega con pochi punti e gli altri briciole. Leggo commenti altisonanti e stupiti, eppure, da quando c’è questo sistema elettorale, il Centrosinistra ha sempre vinto, due volte al ballottaggio (Sansa e Pericu I) e due volte al primo turno (Pericu II e Vincenzi). Oggi Doria sarà poco sopra o poco sotto il 50%, perfettamente in linea con le ultime 4 elezioni comunali. Vista la situazione, forse sarebbe meglio se fosse “poco sopra”, almeno risparmieremmo i soldi del secondo turno.

Dico questo perché, se al ballottaggio andassero Doria e Musso, probabilmente Doria vincerebbe con una ventina di punti di scarto, mentre se al ballottaggio andassero Doria e Putti, Doria vincerebbe probabilmente con una trentina di punti di scarto. In questo secondo scenario, comunque, nulla e nessuno potrà fermare Grillo dal cantare vittoria. Certamente sta prendendo una quantità di voti molto grande, ma per un partito che corre da solo, o meglio, contro tutti gli altri, questo non vuol dire nulla. La differenza sta nel vincere o nel perdere, ed è destinato a perdere, probabilmente per sempre.

Tornano alla mente personaggi della sinistra “intransigente”, e della loro soddisfazione nell’aver preso qualche percento e avere la possibilità di fare “una bella opposizione”. Per gli elettori, questo significa compiacersi che i propri eletti avrebbero fatto meglio di chi è stato eletto, per gli eletti un lauto stipendio e nessuna responsabilità.

Grazie, Grillo, ora puoi sederti con Diliberto, Rizzo, Storace  e tutti gli altri che corrono per arrivare secondi e godersi la medaglia d’argento senza le seccature di chi ha preso l’oro.

Nati con i piedi in mare.

Un giorno, a Parigi, una collega di Milano che lavora là mi disse che Genova non le era mai piaciuta molto, nonostante tutti i genovesi gliene avessero sempre parlato benissimo. Le risposi che, in effetti, le cose che più mi mancano, quando sono fuori, possono non toccare minimamente uno che a Genova non c’è nato: la focaccia a colazione e le navi in porto. Lei si stupì molto, perché erano le stesse cose che un altro genovese le aveva detto pochi giorni prima. Ecco, quando sono stato a San Francisco, a 9 ore di fuso orario da qui, il primo posto dove mi hanno portato è stato il porto, e mi sono sentito subito a casa. Più a casa che a Milano, per dire. Il mare è solo uno, quando sei in un porto, puoi salire su una nave e scendere in qualunque altro porto, senza mai dover toccare terra prima. Per chi è nato con i piedi in mare, il mare avvicina, non divide.

Un altro giorno, a Genova, avevamo ospite una collega di Roma. La sera andammo a cena in un ristorante del centro e, dopo cena, facemmo un giro per il porto. Era l’inizio dell’estate, e in serata partivano traghetti e navi da crociera. Dalla punta del Molo Vecchio, dove eravamo, le avevamo molto vicine e, quando un grosso traghetto decise di staccarsi dal molo e andare verso l’uscita del porto, era evidente che sarebbe passato a poche decine di metri da noi. La collega romana mi pregò di allontanarmi dalla ringhiera, che una nave così grande così vicina le metteva ansia. Mi resi conto che per me quella nave era una usuale parte del paesaggio, per lei il mezzo con cui si può decidere di andare in vacanza, per cui, una cosa che al limite si vede una volta l’anno.

A Genova, un posto privilegiato per curiosare le attività del porto è l’isola di chiatte. Arrivando davanti all’Acquario, si aggira la coda e si prende la strada intitolata a Fabrizio de André e si percorre tutto Ponte Spinola. Attraccate alla punta del molo ci sono alcune chiatte, attrezzate con passerelle, ringhiere e panchine. Quando iniziano le giornate primaverili, l’isola di chiatte si anima di persone anziane, bambini, qualche raro turista (raro, perché pochi sanno che c’è e molti patiscono il mal di mare) e di me stesso, se posso. Peccato che posso di rado.