Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: giugno 2012

Sweet home Chicago.

Sono tornato a Chicago dopo 4 anni. Chicago è un posto bellissimo. Ha un clima infame, giovedì c’erano 38 gradi e un’umidità che si sentiva sulla pelle, d’inverno il freddo e il vento per cui è famosa sono intollerabili, ma resta un posto bellissimo. È un posto bellissimo per la sua architettura e le sue opere d’arte, ad esempio.

Non ci si stanca a guardarsi intorno. I grattacieli sono nati a Chicago e a Chicago c’è il grattacielo più alto dell’emisfero occidentale. A Chicago hanno lavorato Frank Lloyd Wright, Frank Gehry e tanti altri, c’è una vera e propria scuola di architettura di Chicago. E comunque Chicago dà l’impressione di essere una città vera. Se pensi a Los Angeles, pensi ad Hollywood. Se pensi a New York City, pensi ai film di Woody Allen. Se pensi a Chicago, pensi ai Blues Brothers e a E.R., pensi al rumore sferragliante della metropolitana sopraelevata.

È ferraglia, non plastichina finta. È roba vera, con tutto il suo rumore e tutta la sua ruggine. Scendendo dalla metropolitana, che è sopraelevata in quasi tutta la sua estensione, per cui si chiama “L”, diminutivo di “elevated” pronunciato sbagliato, si trovano un sacco di locali dove si suona del blues. Il blues a Chicago c’era prima dei Blues Brothers e continua ad esserci anche dopo. Ed è subito notte, con le luci che si riflettono sul Chicago River e sul Lago Michigan.

E se non vi basta il blues, su nel North End, c’è il Briar Street Theater, dove ogni giorno si esibiscono i Blue Man Group, quelli orginali, perché anche loro sono di Chicago.

Oh, Chicago. Sweet home Chicago!

Annunci

Delta Tau Chi.

Per lavoro viaggio molto. Di solito, mi mandano in giro per università e centri di ricerca, a volte a qualche conferenza in posti più carini, qualche volta in posti meno carini, ma va be’. Tra le varie università che ho visto, ce ne sono alcune americane, di quelle grandi, come l’Università della California a Berkeley, il Massachusetts Institute of Technology o la Northwestern University. Queste università hanno svariate caratteristiche che sarebbe bellissimo importare in Italia. La più ovvia è che hanno i soldi. Una fetta considerevole di soldi gli viene dagli ex studenti, per cui si organizzano eventi, feste, riunioni, finalizzati a raccogliere fondi, ma che hanno il risultato secondario di mantenere molto saldo il senso di appartenenza all’università in cui si è studiato. Questo è molto bello, secondo me.

Oltre all’università, qui è molto forte il senso di appartenenza al gruppo studentesco. Le confraternite dei film come Porky’s o La Rivincita dei Nerds esistono davvero. Nei campus ci sono le case delle confraternite. Gli appartenenti alle confraternite organizzano giochi, scherzi, rappresaglie. Quei film raccontano cose verosimili, se non vere. Al MIT, una notte, nel 1958, gli studenti hanno misurato il ponte che collega Cambridge a Boston usando un loro compagno di corso, un tale Smoot. Il ponte misura 384.4 Smoot, e ci sono le tacche ogni 10 Smoot su tutto il ponte. Ogni anno vengono rinfrescate dalle matricole e la polizia le usa per identificare il punto sul ponte dove capitano incidenti o cose simili. Il signor Smoot, laureato nel 1962, dopo che gli era stata dedicata un’unità di misura non convenzionale. diventò presidente della ANSI, l’autorità per la definizione degli standard degli Stati Uniti, e della ISO, l’autorità internazionale degli standard: quando si dice ironia della sorte.

Il signor Smoot faceva parte della confraternita Lambda Chi Alpha. Queste confraternite sono sempre identificate da due o tre lettere greche, hanno carattere sportivo, politico, religoso, di provenienza geografica. La mia sensazione, comunque, è che più che ciò che spinge una matricola ad entrare in una confraternita, a legarla ai suoi confratelli sia la permanenza nella confraternita stessa. Campus enormi in cui una fetta dell’onere di dare una casa agli studenti è gestita dagli studenti stessi con queste “case comuni”. Il contrario di quello che succede da noi, con sedi decentrate di sedi decentrate e un numero di letti per gli studenti fuori sede sempre tragicamente insufficiente. È un sogno, ma un sogno che mi piace fare: trasferire i soldi delle sedi decentrate in edilizia da dare in gestione alle associazioni studentesche. Grandi campus con buona recettività per gli studenti fuori sede, invece che sedi decentrate costose e povere di servizi. Al limite, qualche casa diventerà come la Delta House, con Bluto che fa un bel discorso motivazionale ai suoi confratelli, ma per il resto penso ci sia da guadagnare un sacco.

 

Contare gli esodati.

Contare gli esodati sembra un’impresa colossale. Io non ho idea di quanti siano, posso immaginare che, su una popolazione occupata di circa 23 milioni di persone, che in media lavorano per una quarantina d’anni, circa mezzo milione entrino nel mondo del lavoro ogni anno e circa mezzo milione escano. Per questo, mi sembra più ragionevole la stima dell’ISTAT, che parla di 350mila, che quella del governo, intorno a 60mila. 60mila vorrebbe dire poco più del 10% di quelli che vanno in pensione in un anno, che mi sembrano un po’ pochini. Detto questo, mi sembrerebbe naturale che qualcuno urlasse molto forte “chi è esodato alzi la mano” e che si mettesse poi a contare, prima di dire cose più o meno a sproposito. Ma si sa, noi “scienziati” non lasciamo volentieri spazio alla fantasia.

C’è poi la questione di quanto anticipare la pensione a queste persone possa costare. Una pensione media, allo Stato, non dovrebbe costare una cifra esagerata. Poniamo che sia gente che riceve, al netto, 15mila euro l’anno in media. Non credo che su una pensione si paghino i contributi previdenziali (sarebbe un po’ un controsenso), per cui, presumibilmente, il totale non sarà più di 25mila euro l’anno. Moltiplicato per 400mila (esageriamo i numeri ISTAT) fa 10 miliardi di euro l’anno. Non pochissimo, bisogna dire. Anche moltiplicando per 80mila (esagerando un po’ i numeri del ministero) vengono fuori 2 corposi miliardi di euro. Io non ce li avrei, per coprire questo buco.

A questo punto mi viene il dubbio che anche il numero del ministero sia troppo grande. Poi mi viene un altro dubbio, che questo numero non sia troppo grande dal punto di vista economico, ma che sia troppo grande da ogni punto di vista. Queste persone, con doti professionali mirabili, sono riuscite a scrivere una legge che si dimentica di una fetta di cittadini, una fetta che oscilla tra lo 0.5% e il 2% del totale dei lavoratori italiani. Per quella legge, questi non esistono, nel senso che non rientrano in nessuna delle categorie previste dalla legge. Visto che la legge è legge, sono loro quelli sbagliati, viene da pensare. Invece, forse, indipendentemente dal numero di esodati, è la legge ad essere scritta male. Tanto male che forse sarebbe meglio smettere di dare i numeri e rivederla dall’inizio, ché anche i tecnici ogni tanto fanno una schifezza.

Il giorno dei buoni propositi.

Un sacco di gente fa una lista di buoni propositi ogni anno, magari a capodanno. Mancano pochi giorni al giorno più lontano da capodanno che ci sia, ma non vedo perché un giorno così, come oggi, non debba essere il giorno giusto per guardare all’anno trascorso e pensare a quello che viene. In fondo, ogni giorno ha un anno prima e un anno dopo e nessun giorno è un giorno qualunque. Oggi non è un giorno qualunque.

Nell’ultimo anno mi sono iscritto a twitter, ho aperto un blog, conosciuto gente virtuale, conosciuto gente reale, incontrato nuovamente persone che pensavo di aver perso irrimediabilmente. Forse ho anche perso qualcosa o qualcuno per la strada, ma sento di aver trovato e ritrovato molto. Comunque, oltre al consuntivo dell’anno trascorso, ci sono i buoni propositi per il futuro, perché quando finisce un anno, ne inizia anche un altro. Il problema dei miei buoni propositi è che non sempre sono del tutto buoni e che troppo spessi rimangono propositi. Per questo, tanto vale che non li scriva. Tanto ne avrete anche voi, e non saranno tanto diversi. Comunque, una cosa ve la consiglio. Non perdete le persone care che avete e cercate di ritrovare quelle da cui vi siete separati. Non amici e conoscenti generici. Le persone care per davvero. Non se ne incontrano tante, nella vita.

La dura vita delle province.

Ogni tanto, in Italia, qualcuno decide di abolire delle province. Di solito non solo questo non succede, ma, dopo qualche anno, ne nasce qualcuna nuova. Pare che anche il Governo Monti ci stia meditando su. Dallo schema presentato sul Corriere, però, emerge una tara di fondo che non aiuterà nell’iter di realizzazione della riforma. La tara a cui mi riferisco è il criterio “matematico” che le province devono soddisfare per sopravvivere. Nell’articolo si parla di dover soddisfare due dei tre criteri: popolazione sopra i 350.000 abitanti, superficie sopra i 3.000 kilometri quadrati e numero dei comuni superiore a 50. In passato Calderoli propose criteri diversi, ma analoghi, e l’iter si arenò immediatamente. Caro Patroni Griffi, se, come pare, vorrai unire Pisa e Livorno, non credo avrai grande fortuna.

Peraltro, se fossi un abitante di una provincia “a rischio”, mi arrabbierei anche io, soprattutto se Venezia e Trieste rimanessero fuori dalla legge, come pare. Una volta introdotta l’eccezione, non ci capisce perché si debba eccepire per qualcuno e non per qualcun altro. Per questo, per evitare di eccepire senza motivo, io le province le abolirei sul serio tutte. Come cittadino non ne vedo l’utilità, nemmeno sforzandomi.

Ad oggi le province d’Italia sono 110 e hanno i seguenti compiti (cito wikipedia):

  1. difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità;
  2. tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
  3. valorizzazione dei beni culturali;
  4. viabilità e trasporti;
  5. protezione della flora e della fauna parchi e riserve naturali;
  6. caccia e pesca nelle acque interne;
  7. organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;
  8. servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  9. compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l’edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  10. raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.

I compiti da 1) a 4) potrebbero essere svolti con uguale o superiore efficienza dalle regioni, quelli da 5) a 7) dai comuni, quelli da 8) a 10) non si capiscono proprio. Operativamente non cambierebbe molto. Soltanto, i dipendenti provinciali che fanno certe cose passerebbero a comuni o regioni e continuerebbero a fare le stesse cose. Non dovremmo nemmeno cambiare le nostre abitudini, perché, invece di pensare alla provincia di Genova, potremmo iniziare a pensare alla prefettura di Genova (prefetture e province coincidono quasi, il prefetto ha un ruolo di rappresentanza del Governo sul territorio, per cui non ha molto senso mescolarlo alle autonomie locali) e continuare ad abbreviare con “pr. GE”. Sarebbe semplicissimo.

Gli unici che ci rimetterebbero sarebbero i circa 3.000 consiglieri provinciali che rimarrebbero senza lavoro. La vita delle province è dura, ma non durissima, mi sa.

La focaccia crea dipendenza.

Da qualche parte ho parlato del rapporto che ha chi è nato sul mare col mare stesso. Per i genovesi c’è un’altra cosa di cui non si può fare a meno. La focaccia. La focaccia non è prerogativa di Genova, ci sono focacce in tutta Italia, più o meno. Un romano, ad esempio, vedrà nella focaccia qualcosa di simile alla sua pizza bianca: ogni volta che questo succede, un genovese piange lacrime di sangue. A Genova la focaccia si mangia ad ogni ora. Anche a colazione. Anche immersa nel cappuccino. I non genovesi di solito inorridiscono all’idea, ma molti di quelli che la provano, poi capiscono che non è una cosa così campata per aria. A Genova, tutti i bar hanno la focaccia per la colazione, insieme alle brioche. Parecchi hanno anche la focaccia con le cipolle, che è sì buonissima, ma quella posso capire di più che non attiri, all’ora di colazione.

Ora, la domenica la maggior parte dei forni sono chiusi. Per questo, dopo un po’ di tentativi, in un periodo in cui spesso in settimana ero in trasferta, la focaccia ho imparato a farmela. Non è difficile. Diciamo di volerne fare una teglia grande, tipo 30x45cm, e partiamo. Ci servono:

  • 350g di farina di grano tenero, 00 o anche meglio 0
  • 210g d’acqua calda
  • un cucchiaio di olio d’oliva (extra vergine, vergine, come vi pare: se è molto saporito lascia sapore anche alla focaccia)
  • un cucchiaio di sale
  • mezzo dadino di lievito
  • una punta di cucchiaino di zucchero

Io faccio così: prendo un recipiente, ci metto l’acqua calda (pesata), ci sciolgo dentro il lievito e lo zucchero, aspetto un po’ e poi inizio a mettere farina. Lavorando l’impasto, aggiungo olio e sale e continuo ad aggiungere farina un po’ alla volta. Quando l’impasto diventa maneggiabile, sempre aggiungendo farina un po’ alla volta, lo passo sulla madia per finire di lavorarlo. Secondo la tradizione, andrebbe sbattuto violentemente sulla madia diverse volte, ma forse non è del tutto necessario. Quando l’impasto è liscio, lo lascio riposare un po’: più morbido è e meglio è.

A questo punto prendo il tegame, metto dell’olio e lo stendo. Ci stendo poi la pasta sopra, in modo che ne venga una strato di mezzo cm circa. Anche meno, se mi riesce. A questo punto bisogna far lievitare. Io non ho voglia di aspettare le venti ore che qualcuno consiglia, per cui, di solito, metto una pentola piena d’acqua sul fuoco e, quando è calda, ci spengo, metto il coperchio e ci poso sopra la teglia con la pasta. Dopo mezz’ora la pasta è lievitata.

A questo punto accendo il forno a 200 gradi e preparo la focaccia. Prima di tutto, bisogna fare delle fossette con le dita nella pasta. Senza bucarla. Non troppe e non troppo poche. Non troppo rotonde. A parte si prepara una salamoia con

  • 30g d’acqua
  • 20g d’olia (lo stesso di prima)
  • un cucchiaino di sale

Si versa la salamoia sulla focaccia e, quando il forno è almeno sui 150 gradi, si inforna. Dopo venti o venticinque minuti si estrae, si mette ancora olio in superficie e si stende col pennello. Non si dice “unto come la focaccia” cosè per caso, diciamo. Se vi ispira, fatela. Se siete genovesi emigrati, la state già facendo. Se non l’avete mai assaggiata e dopo averla provata ne diventate dipendenti, non date la colpa a me.

Facendo come ho detto, viene così:

Quando l’emergenza ci rende migliori.

Continuo a leggere storie sul terremoto in Emilia. È difficile raccontare l’emergenza, o meglio, se si fa un resoconto di danni, morti e sfollati è difficile trasmettere il senso vero dell’emergenza. Nell’emergenza ci sono cose difficili da quantificare, una di queste è l’ansia.

Il 3 novembre dell’anno scorso ho preso un aereo e sono andato a Francoforte. Nel frattempo, sul sito del Secolo XIX si leggeva di come la città si stava preparando all’ondata di maltempo che era prevista per quei giorni. Il ricordo di quello che era successo pochi giorni prima nel Levante era ancora vivissimo. Il nostro territorio è soggetto a questo tipo di eventi: se l’alta pressione è forte a nord dell’Appennino e arriva una perturbazione da sud, questa può scaricare tutta la pioggia che porta in un solo punto, tecnicamente li chiamano temporali autorigeneranti. Sono in buona misura prevedibili, tra l’altro.

Il 4 novembre dovevo tornare a Genova, facendo scalo a Roma. Nel frattempo, i giornali erano pieni di notizie ed immagini inquietanti. L’acqua in mezz’ora era caduta dal cielo, aveva ingrossato i torrenti e aveva allagato la città, portandosi via sei vite. A Francoforte c’era il sole. I colleghi tedeschi ci chiedevano perché eravamo così preoccupati, perché stavamo così attaccati al telefono. Quando hanno visto foto e video hanno capito. Ciascuno di noi voleva sentire più persone possibile, essere rassicurato, anche se, nello stesso tempo, avevamo la sensazione che chi stava dall’altra aprte del telefono minizzasse proprio per tranquillizzarci.

“Stavo uscendo dall’ufficio, ho visto l’onda arrivare e sono rientrato, giusto in tempo, perché ha allagato il piano terra del palazzo.”

“Dalla finestra vedo i motorini portati via dall’acqua, anche qualche macchina inizia a muoversi.”

“Ci stanno evacuando, l’edificio si sta allagando, mancano acqua e luce.”

“Ma stiamo tutti bene.”

“Ma voi non tornate stasera, vero?”

Alle sei eravamo in aeroporto. Il volo per Roma era in orario, la signorina dell’helpdesk sembrava volerci rassicurare. Alle nove eravamo a Roma, non era chiaro se il nostro volo sarebbe partito. Eravamo di nuovo tutti attaccati al telefono, ma questa volta eravamo in tanti, più di cento sicuramente. Di tutte le parti di Genova. Quasi tutti sapevamo che i nostri cari erano a casa, più o meno tranquilli. Qualcuno ancora non riusciva a mettersi in contatto e, se nessuno sorrideva, questi meno degli altri. Ad un certo punto hanno annunciato il nostro volo. Sarebbe partito appena ricevuto l’OK da Genova. Non sapevamo cosa avremmo trovato. Parlavamo tra noi, anche se non ci conoscevamo. Chi aveva una macchina in aeroporto si offirva di portare a casa qualcuno, senza nemmeno saperne il nome. Chi aveva notizie di un quartiere, di una strada, ne parlava con i suoi vicini, per confrontare quello che sapeva e capire come arrivare a casa. Tutti erano pronti ad aiutare gli altri, come non ho mai visto succedere in nessun’altra occasione.

Prima di salire sull’aereo, ho telefonato a casa per dire che partivamo, e che avrei richiamato quando fossimo atterrati, per dir loro se eravamo a Genova, a Pisa, a Torino o chissà dove. Un’ora dopo eravamo a Genova, uno degli unici due voli atterrati dalle tre del pomeriggio al mattino successivo. Siamo arrivati a casa, anche grazie all’aiuto che ci siamo dati l’un l’altro.

Fare esami all’università.

Qualche giorno fa ho avuto uno scambio di idee con Spora su un argomento difficile, gli esami universitari visti dal lato di chi le domande le fa. Unasnob ha cercato di intenerire i nostri cuori aridi di esaminatori con i suoi occhioni da studentessa, ma non so fino a che punto ci sia riuscita. Fare esami è difficile, sia che uno le domande le faccia, sia che le subisca.

Comunque, mi è venuta in mente una storia. Un giorno, stavo facendo il “commissario” ad uno scritto di fisica generale. Era estate e faceva parecchio caldo. Nell’aula c’erano almeno una cinquantina di studenti, molti dei quali avevano già scritto in fronte “non lo passerò mai e non capirò mai niente di questa roba”, ignari del fatto che per decenni centinaia di altri studenti come loro hanno passato quell’esame, in un modo o nell’altro. Ma si sa, nessuno ha mai amato come amiamo noi, e nessuno ha mai avuto un assistente cattivo come quello che tocca a noi.

Dopo un’oretta dall’inizio dello scritto, mi cadde l’occhio sullo studente seduto proprio vicino alla porta antiincendio, che era aperta con la speranza che passasse un po’ d’aria. Costui stava parlando con qualcuno che stava fuori, sulla scala d’emergenza. Durante il compito.

Io: “ma stai parlando con uno che sta fuori dall’aula?”

Lui: “sì, ma non sto parlando degli esercizi.”

Io: “MA ALLORA SEI SCEMO! Chiudi quella porta!”

Il resto dell’esame lo facemmo nell’aula sigillata. Non so se il caldo sia riuscito nell’epica impresa di abbassare il rendimento dei ragazzi al di sotto del loro standard, comunque. Non credo. In fondo, non credo nemmeno di essere stato tanto cattivo, avrei potuto cacciarlo e invece gli ho solo fatto fare una brutta figura davanti ai suoi compagni.

Comunque, la vita del commissario d’esame è dura.

Sindaco, ti voglio bene.

La nuova giunta comunale di Genova, guidata da Marco Doria, annuncia che da quest’anno non si svolgerà più la notte bianca in città. Introdotta nel 2007, la notte bianca ha avuto sempre un discreto successo, attraendo un mare di gente, fino ai 400mila dell’anno scorso. Ciononostante, ritengo sia una buona idea eliminarla. Tanto per cominciare, ad introdurre la notte bianca a Genova era stato lo stesso sindaco che aveva limitato l’apertura dei locali all’1 in settimana e alle 2 nel fine settimana. In questo senso, sa di contentino: se andate a nanna presto tutto l’anno, una volta l’anno vi lascio fare tutta la nottata in giro.

En passant, l’ordinanza è stata poi annullata dal TAR, che ha stabilito che non è colpa dei baristi se c’è casino, ma, direi io, di chi non fa rispettare il divieto di schiamazzi notturni. Proibire a tutti di stare in giro perché qualcuno disturba chi vuole dormire risolve il problema, ma lo fa nel modo sbagliato. Invece di cercare la responsabilità individuale, si colpisce la libertà collettiva: ogni volta che si fa questo, si fallisce un po’.

Ma torniamo alla notte bianca. Il Comune di Genova dice di voler convogliare le risorse verso altre forme di promozione turistica, e questo mi sembra molto saggio. Fondamentalmente, credo che questo voglia dire intervenire sugli orari di apertura dei musei e delle attività commerciali. Sui musei il Comune ha sicuramente voce in capitolo, e infatti gli orari sono decisamente più orientati al turismo di qualche anno fa, mentre sugli esercizi commerciali dovrà andare per moral suasion, o qualcosa del genere. Sicuramente, c’è qualcosa che ancora non va, la stragrande maggioranza dei ristoranti chiude domenica e lunedì, nel centro di Genova. La domenica, a volte, capita che ci sia una bella coda per entrare all’Acquario. Guardando verso la città, si vedono solo saracinesche abbassate.

Un turista poco fortunato, a Genova, può cenare sabato sera e poi digiunare fino a lunedì mattina. Grazie, Sindaco, va bene togliere la notte bianca, ma ora aspettiamo il secondo tempo.

Un nuovo manicheismo.

Non sono morto, è che in questi giorni ho avuto da fare.

Il blog di Beppe Grillo è down da oggi pomeriggio per un attacco di un gruppo di Anonymous Italia. Anonymous è un gruppo, o meglio, più gruppi, non necessariamente coordinati, di hacker attivi in giro per il mondo, che oscurano siti istituzionali o aziendali, principalmente, rilasciando comunicati piuttosto aspri contro politici, finanzieri o qualsiasi altro loro obiettivo. Non voglio qui discutere la liceità o l’opportunità di questo tipo di attacchi, ma usare l’evento per cercare di spiegarmi un’altra cosa. Peraltro, se il blog di Anonymous Italia annuncia il “TANGO DOWN” di beppegrillo.it, dall’account twitter di Anonymous Italia arriva una condanna dell’attacco, quindi anche all’interno della comunità di hacker non ci deve essere grande accordo su chi siano gli obiettivi da colpire.

Ora, Anonymous Italia ha oscurato i siti di diversi ministeri, dei Carabinieri, della Polizia, del Vaticano, di Equitalia, di Trenitalia, di impregilo, di Vittorio Sgarbi, di Radio Vaticana, di Maurizio Paniz. Dopo poche ore dall’attacco, questi siti sono tornati su tali e quali a prima, o forse con qualche accorgimento per migliorarne la sicurezza, che male non fa. In ogni caso, Grillo non è in compagnia, non può dirsi un privilegiato, per questo attacco. Quello che mi dà da pensare, sul blog di Anonymous Italia, sono i commenti al post in cui si spiega l’attacco a beppegrillo.it. Intanto sono più di 600 in poche ore, il post che spiega l’attacco a vatican.va ha avuto 60 commenti e quello sull’attacco a vittoriosgarbi.it 67. Inoltre sono improntati, molto spesso, ad un livore molto marcato contro il gruppo di hacker, che sfocia in molti casi nell’insulto e nel turpiloquio.

Fondamentalmente si tratta di attivisti o elettori del M5S che difendono Grillo, si dice in altri commenti, ma non credo sia giusto chiudere il discorso così. Da quando Berlusconi è “sceso in campo”, c’è stato un cambiamento molto netto nella politica italiana. Prima si votavano i partiti, ora si votano i “leader” (lo scrivo tra virgolette perché mi fa un po’ ridere). Il leader non si discute, si è o con lui o contro di lui: Berlusconi ha usato questa locuzione un’infinità di volte, Grillo meno, ma è talmente contro tutti che, di fatto, trasmette lo stesso messaggio in modo ancora più netto. Inoltre, parecchi elettori di Berlusconi non avevano la convinzione sufficiente per andae in giro e sventolare la loro bandiera, mentre Grillo, col suo messaggio di forte critica contro la casta e quant’altro trasmette ai suoi elettori una consapevolezza, fondata o meno, di essere i “salvatori del paese”: per questo, molti elettori del M5S sentono il dovere di difendere il movimento e Grillo con tutte le loro forze, a volte anche con toni francamente discutibili. Inoltre, questo sottolineare così fortemente e frequentemente che la loro scelta è quella giusta e tutte le altre sono sbagliate, criminose, porteranno l’Italia allo sfascio e quant’altro inizia a essere un po’ logorante, tanto più che, oltre ai militanti del M5S, molti altri gruppi tendono a questo stesso atteggiamento.

Tutto questo per dire che stiamo urlando troppo, e non ci ascoltiamo più. Ma questo è un discorso che ha fatto Gandhi, addosso a me fa un effetto proprio strano.