Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Quando l’emergenza ci rende migliori.

Continuo a leggere storie sul terremoto in Emilia. È difficile raccontare l’emergenza, o meglio, se si fa un resoconto di danni, morti e sfollati è difficile trasmettere il senso vero dell’emergenza. Nell’emergenza ci sono cose difficili da quantificare, una di queste è l’ansia.

Il 3 novembre dell’anno scorso ho preso un aereo e sono andato a Francoforte. Nel frattempo, sul sito del Secolo XIX si leggeva di come la città si stava preparando all’ondata di maltempo che era prevista per quei giorni. Il ricordo di quello che era successo pochi giorni prima nel Levante era ancora vivissimo. Il nostro territorio è soggetto a questo tipo di eventi: se l’alta pressione è forte a nord dell’Appennino e arriva una perturbazione da sud, questa può scaricare tutta la pioggia che porta in un solo punto, tecnicamente li chiamano temporali autorigeneranti. Sono in buona misura prevedibili, tra l’altro.

Il 4 novembre dovevo tornare a Genova, facendo scalo a Roma. Nel frattempo, i giornali erano pieni di notizie ed immagini inquietanti. L’acqua in mezz’ora era caduta dal cielo, aveva ingrossato i torrenti e aveva allagato la città, portandosi via sei vite. A Francoforte c’era il sole. I colleghi tedeschi ci chiedevano perché eravamo così preoccupati, perché stavamo così attaccati al telefono. Quando hanno visto foto e video hanno capito. Ciascuno di noi voleva sentire più persone possibile, essere rassicurato, anche se, nello stesso tempo, avevamo la sensazione che chi stava dall’altra aprte del telefono minizzasse proprio per tranquillizzarci.

“Stavo uscendo dall’ufficio, ho visto l’onda arrivare e sono rientrato, giusto in tempo, perché ha allagato il piano terra del palazzo.”

“Dalla finestra vedo i motorini portati via dall’acqua, anche qualche macchina inizia a muoversi.”

“Ci stanno evacuando, l’edificio si sta allagando, mancano acqua e luce.”

“Ma stiamo tutti bene.”

“Ma voi non tornate stasera, vero?”

Alle sei eravamo in aeroporto. Il volo per Roma era in orario, la signorina dell’helpdesk sembrava volerci rassicurare. Alle nove eravamo a Roma, non era chiaro se il nostro volo sarebbe partito. Eravamo di nuovo tutti attaccati al telefono, ma questa volta eravamo in tanti, più di cento sicuramente. Di tutte le parti di Genova. Quasi tutti sapevamo che i nostri cari erano a casa, più o meno tranquilli. Qualcuno ancora non riusciva a mettersi in contatto e, se nessuno sorrideva, questi meno degli altri. Ad un certo punto hanno annunciato il nostro volo. Sarebbe partito appena ricevuto l’OK da Genova. Non sapevamo cosa avremmo trovato. Parlavamo tra noi, anche se non ci conoscevamo. Chi aveva una macchina in aeroporto si offirva di portare a casa qualcuno, senza nemmeno saperne il nome. Chi aveva notizie di un quartiere, di una strada, ne parlava con i suoi vicini, per confrontare quello che sapeva e capire come arrivare a casa. Tutti erano pronti ad aiutare gli altri, come non ho mai visto succedere in nessun’altra occasione.

Prima di salire sull’aereo, ho telefonato a casa per dire che partivamo, e che avrei richiamato quando fossimo atterrati, per dir loro se eravamo a Genova, a Pisa, a Torino o chissà dove. Un’ora dopo eravamo a Genova, uno degli unici due voli atterrati dalle tre del pomeriggio al mattino successivo. Siamo arrivati a casa, anche grazie all’aiuto che ci siamo dati l’un l’altro.

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