Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

La dura vita delle province.

Ogni tanto, in Italia, qualcuno decide di abolire delle province. Di solito non solo questo non succede, ma, dopo qualche anno, ne nasce qualcuna nuova. Pare che anche il Governo Monti ci stia meditando su. Dallo schema presentato sul Corriere, però, emerge una tara di fondo che non aiuterà nell’iter di realizzazione della riforma. La tara a cui mi riferisco è il criterio “matematico” che le province devono soddisfare per sopravvivere. Nell’articolo si parla di dover soddisfare due dei tre criteri: popolazione sopra i 350.000 abitanti, superficie sopra i 3.000 kilometri quadrati e numero dei comuni superiore a 50. In passato Calderoli propose criteri diversi, ma analoghi, e l’iter si arenò immediatamente. Caro Patroni Griffi, se, come pare, vorrai unire Pisa e Livorno, non credo avrai grande fortuna.

Peraltro, se fossi un abitante di una provincia “a rischio”, mi arrabbierei anche io, soprattutto se Venezia e Trieste rimanessero fuori dalla legge, come pare. Una volta introdotta l’eccezione, non ci capisce perché si debba eccepire per qualcuno e non per qualcun altro. Per questo, per evitare di eccepire senza motivo, io le province le abolirei sul serio tutte. Come cittadino non ne vedo l’utilità, nemmeno sforzandomi.

Ad oggi le province d’Italia sono 110 e hanno i seguenti compiti (cito wikipedia):

  1. difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità;
  2. tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
  3. valorizzazione dei beni culturali;
  4. viabilità e trasporti;
  5. protezione della flora e della fauna parchi e riserve naturali;
  6. caccia e pesca nelle acque interne;
  7. organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;
  8. servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  9. compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l’edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  10. raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.

I compiti da 1) a 4) potrebbero essere svolti con uguale o superiore efficienza dalle regioni, quelli da 5) a 7) dai comuni, quelli da 8) a 10) non si capiscono proprio. Operativamente non cambierebbe molto. Soltanto, i dipendenti provinciali che fanno certe cose passerebbero a comuni o regioni e continuerebbero a fare le stesse cose. Non dovremmo nemmeno cambiare le nostre abitudini, perché, invece di pensare alla provincia di Genova, potremmo iniziare a pensare alla prefettura di Genova (prefetture e province coincidono quasi, il prefetto ha un ruolo di rappresentanza del Governo sul territorio, per cui non ha molto senso mescolarlo alle autonomie locali) e continuare ad abbreviare con “pr. GE”. Sarebbe semplicissimo.

Gli unici che ci rimetterebbero sarebbero i circa 3.000 consiglieri provinciali che rimarrebbero senza lavoro. La vita delle province è dura, ma non durissima, mi sa.

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