Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: luglio 2012

I sette problemi del Millennio.

Questo post inizia parlando di matematica, ma l’argomento principale è una persona, quindi non spaventatevi.

Alla fine del millennio scorso, il Clay Mathematics Institute ha identificato sette problemi in matematica pura, irrisolti dopo decenni o secoli di ricerca, e messo in palio, per ciascun problema, un milione di dollari. Non è il caso di addentrarsi nei tecnicismi di questi sette “Millennium Problems“, di fatto solo uno di essi potrebbe avere un impatto immediato sulle nostre vite. Per questo, due parole vale la pena spenderle. Si tratta delle nostre password informatiche, che vengono crittografate sfruttando il fatto che, per trovare la chiave per decifrarle, ci vuole un sacco di tempo. Notare bene, non è impossibile, è solo molto lungo. Questo “molto lungo” è legato al numero di tentativi che bisogna fare prima di trovare la soluzione, che cresce molto rapidamente: se qualcuno riuscirà a dimostrare che quel problema può essere risolto in modo più veloce (se riuscirà a riportare un problema di classe NP ad un problema di classe P), tutte le nostre password diventeranno insicure da un momento all’altro. Speriamo non sia possibile.

I problemi del millennio non sono una invenzione del Clay Institute: nel 1900, Hilbert elencò 23 problemi aperti che, secondo lui, se risolti, avrebbero dato un impulso determinante alla matematica e alla scienza in generale. Moti dei problemi di Hilbert sono stati risolti, uno (la congettura di Riemann) è stato riproposto un secolo dopo, uno è irresolubile, diversi sono ancora aperti o hanno una soluzione parziale o troppo vaga. L’intento di Hilbert, comunque, era buono e il suo elenco funzionò veramente come volano per le ricerche successive.

Dei problemi del millennio, uno è stato risolto in pochi anni, la congettura di Poincaré. Il lavoro fondamentale per la sua dimostrazione è dovuto ad un matematico russo, Grigorij Jakovlevič Perel’man. Perel’man è un tipo strano. Geniale fin da bambino, non ha mai dato tanta importanza ai suoi lavori, al punto da non pubblicarli se non sul web, o su riviste di secondo piano (che in ambito scientifico è sostanzialmente equivalente a non pubblicarle proprio). Ciononostante, l’importanza di questi lavori non è passata inosservata: nel 2006, dopo che altri, formalizzando in modo completo le idee di Perel’man, hanno mostrato che da queste si poteva dimostrare la congettura di Poincaré, sono arrivati i riconoscimenti ufficiali, la medaglia Fields (il più ambito riconoscimento tra i matematici, per i quali non esiste un premio Nobel) e il milione di dollari del Clay Institute.

Perel’man ha rifiutato entrambe le cose. A quel che se ne sa, vive in un piccolo appartamento in una casa popolare dell’epoca di Khrushchev con l’anziana madre, in condizioni umili, a San Pietroburgo. Tutto questo per dire che, quando incontrate qualcuno con un aspetto strano in metropolitana, le apparenze potrebbero ingannare.

La foto viene da Repubblica.it, dai tempi che erano ancora seri.

Primo frammento.

Francesco teneva la testa bassa. Ma gli occhi erano fissi sul suo uomo. Aveva abbandonato il suo giornale di annunci mentre il treno era ancora nella prima galleria, si era aggiustato i capelli con il suo odioso pettine di tartaruga e si era infilato nell’ultimo compartimento del vagone. Il rituale del giovedì iniziava, una sveltina sul treno con una prostituta mentre le altre si cambiavano per la serata di lavoro. Laido, miserabile, repellente, ma preciso come un orologio, ogni giovedì era la stessa storia. Fermata, altre prostitute che salgono, risolini, ma l’impressione che nessuna di loro fosse davvero stupita, il treno che riparte.
Un’altra fermata, la stessa scena. Francesco sentiva il sangue camminargli nelle vene. Aveva letto da qualche parte che ci sono persone che continuamente sentono il suono del sangue che cammina nelle arterie e nelle vene che passano vinco al timpano. In quel momento era uno di loro. La mano andava avanti e indietro sul metallo. Sentì una goccia di sudore scendergli sulla fronte, e capì a cosa servono le sopracciglia. Il sudore non era previsto, doveva rimanere calmo, respirò profondo e guardò l’orologio, senza leggere l’ora.
Un’altra fermata. Qualcuno che scende, gli ultimi pendolari della sera, ma solo dalla parte anteriore del treno. La parte posteriore era abitata solo da relitti della società che andavano a passare la notte non in una comoda casa di periferia, ma su qualche strada o in qualche locale consono ai loro traffici. Tutti tranne uno, c’era un intruso… non avrebbe interferito.
Il treno era appena ripartito quando Francesco vide il suo uomo uscire dallo scompartimento di fondo. Si stava ancora aggiustando il riporto con il suo pettine di tartaruga, ma ora aveva il viso rosso e la cravatta storta. Francesco si alzò, andò verso l’uscita anteriore del vagone e si rigirò verso l’uomo che stava avanzando lentamente. Sul volto dell’uomo si lesse il terrore per una frazione di secondo, poi si udì uno scoppio e apparve un buco rosso sulla sua fronte.
Francesco tirò il freno di emergenza, aprì la porta e scese lentamente, avviandosi verso i binari.

Bosone di Higgs, la particella snobbata.

Mi è piaciuto questo post di Philippe Daverio sul sito assolutamente non ufficiale dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, a tema:

Bosone di Higgs, la particella snobbata.

Daverio espone, con il suo modo equilibato e attento, un problema serio, quello della comunicazione scientifica. Premesso che lui fa riferimento ai giornali nazionali “di alto profilo”, che sono un sottoinsieme piccolo della comunicazione nel suo complesso, e che in realtà locali o più specializzate la situazione è molto diversa, la sua analisi è secondo me molto condivisibile.

I giornali italiani non brillano per prontezza e precisione, quando si tratta di commentare notizie di stampo scientifico. Secondo me, la colpa è da dividersi equamente in tre parti. La prima parte l’abbiamo noi stessi, “addetti ai lavori”, che non diamo la giusta importanza ad una comunicazione efficiente e fruibile al di fuori della nostra stretta cerchia. La seconda ce l’ha la formazione umanistica della maggior parte dei giornalisti, che, per motivi che ignoro, viene vista in Italia come contrapposta alla formazione scientifica, per cui un buon letterato deve essere ignorante in matematica e affini, per essere credibile. La terza la darei infine al pubblico, ormai tanto abituato al sensazionalismo e alle frasi ad effetto da necessitare di nomi altisonanti come “particella di Dio” per veder accendere il proprio interesse per una materia come questa, con buona pace del buon Higgs, che è pure ateo.

Per cambiare questo paradigma, queste tre porzioni di colpa dovrebbero essere espiate nell’ordine in cui le ho esposte, partendo da una maggiore attenzione da parte nostra nei confronti della comunicazione verso il grande pubblico che, alla fine, è anche il nostro maggiore finanziatore.

Profumo di donna.

Noi umani abbiamo un olfatto estremamente raffinato e, di solito, lo usiamo pochissimo. Anche quando lo usiamo, spesso lo facciamo senza rendercene conto. Quando siamo raffreddati, spesso pensiamo di “non sentire i sapori”, quando invece non sentiamo gli odori: di fatto, i sapori sono solo cinque (o forse sei, ma abbiamo pensato per decenni che fossero quattro e siamo vissuti benissimo), mentre gli odori sono migliaia: con il solo senso del gusto è molto difficile distinguere la frutta dalla verdura, addirittura. Ci aiutiamo (consciamente) con la vista e il tatto e ancora di più con l’olfatto (ma inconsciamente).

L’olfatto è invece fondamentale per moltissime specie di animali. Attraverso l’olfatto, la maggior parte degli animali acquisisce le informazioni più rilevanti per la sua vita, riconosce il cibo, identifica i potenziali partner e percepisce la presenza dei suoi nemici naturali. Per questo, l’olfatto è gestito da una parte molto antica e primordiale del nostro cervello, molto strettamente legata alle emozioni e molto meno al ragionamento. Infatti è di solito molto difficile dare un nome alle cose di cui si sente il profumo, c’è un sacco di distanza tra il pezzo di cervello che riconosce gli odori e quello che dà il nome alle cose. D’altra parte, se sentiamo il profumo di una pietanza che ci preparava la nonna quando eravamo bambini, immediatamente ci ricordiamo se era il nostro piatto rpeferito, e siamo felici, o se era una cosa che odiavamo, e non siamo felici per nulla.

Nei corsi per assaggiatore di vino si impara a riconoscere i profumi e a dare loro un nome, un esercizio che mi ha insegnato ad usare un po’ di più il mio naso. Non è facile, bisogna allenarsi, ma i risultati sono incredibili. A volte, però, si hanno delle sorprese non del tutto gradite. A volte, ad esempio, si può incontrare qualcuno che porta un profumo particolare. Magari si è su un autobus, in mezzo a sconosciuti, e si sente un profumo di donna, ma non un profumo di una donna qualunque, ma quel profumo di Quella Donna. Lo riconoscete immediatamente, girate lo sguardo intorno a voi, pur sapendo che non può essere lì, perché sapete benissimo che è altrove, ma c’è il suo profumo, il vostro inconscio si attiva al massimo delle sue potenzialità e non è né perché pensa al cibo né perché pensa ad un predatore.

Profumo di donna. Non è solo un film.

Sul verbo “coventrizzare”.

Questo è un post serio. Dopo 67 anni il Regno Unito ha inaugurato un monumento alle vittime dei bombardamenti delle città tedesche nella seconda guerra mondiale. Sessantasette anni sono parecchi, ma i bombardamenti alleati sulla Germania sono stati particolarmente cruenti e sanguinosi: anche per chi la guerra l’ha vinta, per parecchio tempo sono stati un motivo di vergogna più che di vanto. Intere città sono state rase al suolo, coventrizzate, come si dice: i tedeschi, nell’autunno del 1940 rasero completamente al suolo Coventry, senza guardare a case, chiese, ospedali. Furono poi ripagati con bombardamenti violentissimi su Colonia, Berlino, Amburgo, Dresda e molte altre città. Il bombardamento di Dresda è forse il più noto.

Ho avuto la fortuna di passare due settimane a Dresda. È una città bellissima. Il centro è stato ricostruito, in gran parte ai tempi della DDR e anche le periferie hanno una ricchezza e una dignità che molti quartieri popolari italiani sognerebbero. Dresda è la capitale della Sassonia, regione dalla quale proveniva buona parte della nomenklatura politca ed economica. Sicuramente questo ha avuto un ruolo determinante nella ricostruzione così accurata. Il centro cittadino è un susseguirsi di monumenti barocchi (ricostruiti) di grande bellezza ed impatto, al punto da valere il soprannome di Firenze dell’Elba a Dresda. Oggi Dresda è gemellata con Coventry e in diversi luoghi è ospitata la Croce di Chiodi di Coventry, un simbolo di riconciliazione che appare in diversi luoghi simbolo della seconda guerra mondiale e non solo (nessuno in Italia, peraltro).

Non tutti i monumenti del centro di Dresda sono stati ricostruiti ai tempi della DDR. Come monito ed esempio, la Frauenkirche era rimasta letteralmente un cumulo di detriti fino alla riunificazione. Da qualche anno è stata riaperta al pubblico, bellissima.

I blocchi neri sono originali, ancora portano i segni delle bombe incendiarie angloamericane. Quelli chiari sono nuovi. Questa chiesa è uno degli edifici in pietra più alti che si trovino a nord delle Alpi. Un tripudio di colori e decorazioni al suo interno incredibile: colori pastello, finezza, eleganza, leggerezza.

(Questa foto l’ho fatta anche se non si poteva, ma ho chiesto prima il permesso al guardiano sassone, che me lo ha magnanimamente concesso, avrà capito che ero italiano). Al culmine della cupola si trova una croce in ferro dorato. Quella croce è la fedele riproduzione della croce originale che, durante i lavori di restauro, è stata rinvenuta tra le macerie. È stata forgiata da un fabbro di Coventry, figlio di un pilota della RAF che aveva partecipato al bombardamento. Oggi la croce originale sta dentro la chiesa, nera testimonianza di quel febbraio 1945 in mezzo ai colori della ricostruzione. Dopo il bombardamento tutta la città doveva essere così. Nera. Bruciata. Contorta.

È una visione molto forte. Andate a Dresda, è una città bellissima e fermatevi 5 minuti davanti a questa croce, ne vale la pena.