Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: ottobre 2012

Differenze sparse tra noi e gli americani.

Sono negli Stati Uniti. In un posto fortunato degli Stati Uniti, all’Università della California a Los Angeles. C’è un sole fantastico, temperatura estiva e in ogni edificio l’aria condizionata al massimo. Ci si veste per entrare e ci si spoglia per uscire. Stanotte, dopo aver spento il condizionatore enorme che ho in stanza, avevo quasi caldo. Ho pensato di lasciare un biglietto sulla porta della stanza, spiegando alla direzione dell’albergo che, se di notte fa caldo, prima di accendere il condizionatore si può togliere il piumone da inverno polare dal letto. Poi ho pensato che non avrebbero colto il messaggio, considerando che, nella hall, c’è un caminetto perennemente acceso. Un caminetto a gas acceso insieme all’aria condizionata quando fuori la temperatura è ideale. C’è del genio.

Uscendo dall’albergo, si deve attraversare la strada. Un americano non ti investirà mai. Se ti vede sul ciglio della strada, si ferma. Se tu rimani sul ciglio della strada, lui rimane fermo. Bisognerebbe organizzarsi e bloccare il traffico di tutti gli Stati Uniti, iniziando ad attraversare la strada lentamente e in gruppi. L’americano si ferma anche agli stop. si ferma proprio, sta fermo un paio di secondi e poi, se lo ritiene opportuno, riparte. Il fatto che non ci sia nessuno per chilometri è del tutto irrilevante, per lui. C’è lo stop e si deve fermare. E si ferma. Inconcepibile.

La benzina in America ora costa molto più che nel passato. Stiamo sui 4 dollari e mezzo al gallone, nel 2000 era poco più di un dollaro al gallone. Si lamentano meno di noi e prendono macchine che consumino meno. In fondo, non è difficile, basta scendere dai 5000 di cilindrata che erano la norma alle utilitarie da 2000cc e il gioco è fatto. Fra un paio di decenni, forse, arriveranno agli standard euro5, ma il prezzo della benzina non deve scendere, nel frattempo. Cosa poi se ne facciano, di una macchina da 5litri, non si sa. Oltre a fermarsi agli stop, ripartono lentissimamente (tutte le macchine hanno il cambio automatico, si stupiscono se dici loro che a casa tua hai una macchina col cambio manuale) e poi, comunque, vanno pianissimo, non ho mai visto limiti superiori a 75 miglia orarie (che sono i nostri 120) e se vai troppo forte ti arriva un elicottero sulla testa.

E poi l’americano mangia. Mangia tutto il giorno. Mangia solo cose non naturali. Mangia porzioni enormi di qualunque cosa. Il latte: intanto le bottiglie sono da un gallone o da mezzo gallone (un gallone americano sono quasi 4 litri, nel comparto bottiglie del mio frigo italiano non ci entra nemmeno) e poi c’è una scelta infinita. Latte scremato, scremato completamente, fat-free (hanno una passione per il fat-free, mangiano talmente tanta roba fat-free che sono grassissimi lo stesso), addizionato di proteine, addizionato di vitamina D, addizionato di cose che fanno bene alla crescita dei bambini o qualunque combinazione di queste cose. Latte intero no, non esiste. Però, su ognuna di queste bottiglie di latte modificato, c’è scritto “Attenzione: contiene latte”. In effetti, il dubbio poteva venire.

Queste sono proprio le prime quattro cose in croce che uno non può fare a meno di notare. Ce ne sono altre, sicuramente. Anche altre molto più significative, sicuramente. Comunque, se con un altro popolo abbiamo differenze significative nel dormire, nel mangiare e nello spostarci, dovremmo andare molto cauti, quando cerchiamo di tracciare analogie e parallelismi tra i nostri e i loro leader politici.

Weekly Photo Challenge: Foreign

Being European, each time I come to the US I have a strange sensation of being in a mix of movies, fiction and reality. In Philadelphia this sensation was really strong, looking at Rocky Balboa monument.

Scienziati condannati.

La notizia, ormai di qualche giorno fa, è che un gruppo di scienziati è stato condannato per omicidio colposo, in relazione al terremoto dell’Aquila del 2009. Secondo l’accusa, questi scienziati, componenti della Commissione Grandi Rischi, non hanno dato informazioni corrette alla comunità e per questo hanno contribuito alla gravità dell’evento. Dal momento della sentenza abbiamo avuto una pioggia di prese di posizione nel mondo scientifico, fino alla Società Italiana di Fisica, che ha ritenuto di diramare un comunicato.

Ora, io non ho letto la sentenza (né, probabilmente, se l’avessi letta ci avrei capito qualcosa), ma mi pare di vedere, come in molte altre occasioni, un non-dialogo, con argomentazioni incommensurabili tra di loro. Giustamente, a mio avviso, i colleghi scienziati si dicono sconvolti da una condanna ad uno scienziato che esprime un parere sulla base delle conoscenze scientifiche che possiede, un po’ azzardato ma non del tutto fuori luogo mi sembra anche il confronto che ha fatto il Ministro Clini con il caso Galileo.

Da quel che si capisce dalle carte, però, il magistrato non ha indagato sul fatto che la Commissione non abbia ordinato l’evacuazione della città, il che sarebbe assurdo, ma su come le informazioni dalla Commissione sono state trasmesse alla Protezione Civile e da questa alle autorità. In particolare, pare sia stata indagata la riunione del 31 marzo 2009, di 6 giorni precedente il sisma, il cui verbale potrebbe essere stato modificato dopo il sisma stesso, o qualcosa del genere. Che in quei giorni ci fossero state delle “incomprensioni”, tra i vari attori di questa commedia, avrebbe dovuto apparirci chiaro già dagli articoli pubblicati sui giornali di allora. In ogni caso, il risultato è che chi cercava giustizia non credo l’abbia trovata, ma, in compenso, che la credibilità del mondo scientifico ha preso una ulteriore mazzata, come se ce ne fosse stato bisogno.

Gli scienziati della Commissione avranno altri due gradi di giudizio, prima di essere condannati o assolti definitivamente, per cui la storia si protrarrà ancora un bel po’. Nel frattempo, mi piacerebbe sentire anche di qualcuno che contesta a qualcun altro di aver costruito fuori norma, non aver controllato la costruzione e aver lasciato morire sotto un edificio pubblico un bel po’ di ragazzi.

Se agli scienziati della Commissione Grandi Rischi fosse giusto dare 6 anni di carcere, a chi ha fatto la Casa dello Studente (sia il palazzinaro che il funzionario che ha messo le firme), quanti anni si dovrebbero dare, 6000?

Professori ed orari.

Il ministro Profumo vuole alzare l’orario dei docenti da 18 a 24 ore settimanali. L’idea, di per sé, non so se sia giusta o sbagliata. Sicuramente è sbagliato il metodo e sicuramente è opinabile la motivazione. Chi ha fatto dell’insegnamento sa che per fare un certo numero di ore di lezione serve un certo altro numero di ore per prepararle, quelle lezioni. Diciamo che, per un docente che fa il suo mestiere con coscienza da anni, per preparare le 18 ore di lezione di una settimana ne servano altre 6. Per un docente giovane, che non ha materiale consolidato negli anni su cui fare affidamento, sono almeno 12. Le ore di lavoro settimanale diventano quindi un numero compreso tra 24 e 30. A queste si devono aggiungere le ore di ricevimento, riunioni, corsi di aggiornamento eccetera, ad arrivare alle 36 ore settimanali di un dipendente pubblico si fa relativamente presto.

D’altra parte, al di fuori delle 18 ore di insegnamento frontale, è difficile quantificare quanto lavora un docente. Per questo, nella percezione di molti, l’insegnante è uno che lavora solo quando insegna e fa tre mesi di vacanza ogni anno. Io credo che si potrebbe fare un enorme passo avanti introducendo un piccolissimo cambiamento, un qualcosa che la stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici già conosce: il cartellino da timbrare. Potremmo avere insegnanti che, timbrando il cartellino, certificano di passare a scuola, per l’insegnamento e per le altre attività, le 36 ore settimanali di un dipendente pubblico, potremmo avere insegnanti che sono presenti a scuola per più tempo, per i colloqui con i genitori, ad esempio, o anche per i colloqui con gli studenti (che, per quanto ne so, fino alle scuole superiori sono una forma di “volontariato”, da parte dei docenti). Per fare questo, però, avremmo bisogno che, nelle scuole, oltre alle aule ci fossero anche degli uffici. Non una sala professori dove passare un’ora buca, uffici per parecchi professori che passano circa emtà del loro tempo ad una scrivania a fare la programmazione dei corsi, a preparare e correggere compiti, a studiare, a parlare con ragazzi e genitori.

Costa meno incrementare il numero di ore di insegnamento, in effetti. Questa cosa del cartellino da timbrare inizierei ad introdurla nelle università. I docenti universitari non hanno orario. C’è chi dice “ma io sono uno scienziato, penso sempre al mio lavoro”. In molti casi è anche vero (e non è necessariamente un bene), ma non è sufficiente. La presenza fisica in ufficio, certificata da un cartellino, ha diversi effetti benefici, anche se uno in ufficio può beatamente farsi gli affari suoi. Intanto, dimostra che non eri in giro, a farti gli affari tuoi: questo sembra una banalità, ma non la è. Poi, in caso di incendio, si sa quali cadaveri inceneriti andare a cercare. In un mondo civile il tracciameto di chi è dentro e di chi è fuori, in un ambiente lavorativo, non è una cosa da sottovalutare. Infine, la presenza fisica in ufficio aiuta a non farsi distrarre da impegni esterni, soprattutto se si è, oltre che chiarissimi professori. anche stimati professionisti.

Allargare il campo di chi timbra il cartellino mi sembra davvero un’ottima idea. Prima ancora che ai professori universitari, sarebbe opportuno applicarlo ai parlamentari, così, forse, non si verificherebbero certe situazioni incresciose.

Better to reign in Hell than serve in Heaven.

John Milton, “Il Paradiso Perduto”, Libro Primo, verso 263. Questo è il verso più famoso di un poema epico scritto tra il 1667 e il 1674, un verso in cui in parte mi riconosco, ma soprattutto un verso che racchiude una verità che, ogni giorno, i politici di ogni colore ci confermano come verità immortale e senza tempo.
Pochi minuti fa Formigoni twittava sullo smarrimento di sinistra e grillini.

Renzi vuole distruggere i dirigenti del partito che lo ha fatto eleggere.

Casini difende l’indifendibile.

Alfano riscuote scarsi successi anche presso i suoi.

Bersani si fa prendere in giro e non solo da Crozza.

Berlusconi non lo cito nemmeno.

Grillo è oltre, non leader di un non partito, quando deciderà se è di sinistra o di destra ne riparleremo, nel frattempo dovrebbe farsi dare qualche ripetizione.

Questi sono solo alcuni, i più in vista, tutti pronti a sparare sugli altri, tutti pronti a governare sulle macerie della guerra che si stanno facendo. Tutti impegnati a ricordarci che è meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso.

Tutti che dimenticano che, nel Paradiso Perduto, quella frase è attribuita a Satana, non esatamente all’eroe positivo della storia.

Weekly Photo Challenge: Silhouette

Due minuti a mezzanotte.

Il 2 dicembre 1942 il primo reattore nucleare costruito dall’uomo, la “pila di Fermi“, raggiunse la criticità, in un campo sportivo dell’Università di Chicago. Questo era un reattore a uranio e grafite, costruito sostanzialmente sotto la supervisione di un italiano, Enrico Fermi, appunto, e un ungherese, Leó Szilárd, entrambi scappati in America a causa delle leggi imposte dai regimi nazifascisti in Europa. Già su questo si dovrebbero scrivere una storia, una storia scritta bene, sulla capacità di certi ambienti politici di trarre vantaggio dal mondo accademico e della ricerca, ma questa storia la scriverà qualcun altro.

Il 16 luglio 1945 esplodeva “the gadget“, il primo ordigno nucleare costruito dall’uomo. Il capo del progetto Manhattan era Robert Oppenheimer, un fisico americano, figlio di emigranti tedeschi, che aveva trascorso buona parte degli anni 20 e 30 in Europa. Nello stesso periodo, un gruppo di eminenti scienziati tedeschi, guidati da Werner Heisenberg, lavorava per costruire una bomba atomica per il Reich. Non è storicamente chiaro se non ci fossero riusciti per difficoltà tecniche o per boicottare Hitler: quello che è certo è che, durante la prigionia in Inghilterra, gli scienziati tedeschi coinvolti in questa ricerca furono increduli, quando la prima atomica fu sganciata su Hiroshima. Dalle registrazioni dei loro dialoghi pare che fossero sinceramente convinti che una bomba atomica fosse irrealizzabile.

Immediatamente dopo la guerra Klaus Fuchs trasmise molte delle conoscenze alla base della costruzione della bomba in Unione Sovietica, permettendo a Stalin di avviare il suo programma nucleare militare. Di Fuchs Feynman scriveva, ai tempi del progetto Manhattan a Los Alamos, qualcosa tipo “Mi ero messo d’accordo con un collega del dormitorio perché mi prestasse la macchina in caso di emergenza [per andare in ospedale dalla moglie malata]… il collega si chiamava Klaus Fuchs, era una spia… nessuno allora lo sapeva, naturalmente”. Fuchs mise in grado i sovietici di replicare i risultati degli americani molto presto, con la prima esplosione nucleare il 29 agosto 1949.

Nel frattempo, su una rivista scientifica edita dall’Università di Chicago, dove aveva avuto inizio la nostra storia, era apparso per la prima volta, nel giugno 1947, l’orologio dell’apocalisse. In quel momento, il gruppo di scienziati nucleari che lo aveva ideato, come metafora della vicinanza dell’umanità ad una guerra che avrebbe potuto cancellare la vita sulla terra, aveva deciso di fargli segnare mezzanotte meno sette minuti. La consapevolezza che per la prima volta l’uomo si era dotato di armi talmente potenti da cancellare la vita sulla terra aveva spinto queste persone a creare un’immagine che rendesse visibile quanto vicini eravamo all’apocalisse. Da allora le lancette di quell’orologio sono state spostate avanti e indietro, a seconda che si ritenesse più o meno probabile un conflitto nucleare, per venti volte.

Nel 1949 le lancette segnavano mezzanotte meno tre, a causa dei test nucleari sovietici. Con l’escalation negli anni 50 si era arrivati a due minuti a mezzanotte, poi con la distensione si era ridiscesi fino alle undici e quarantatre minuti. Con la dissoluzione del blocco sovietico, il terrorismo e il rischio che ordigni possano diventare accessibili a paesi ostili agli Stati Uniti e all’occidente in generale, l’orologio ha ripreso ad avvicinarsi alla mezzanotte e, infine, all’inizio di quest’anno è arrivato di nuovo a segnare mezzanotte meno cinque.

Il giorno che dovesse suonare i dodici rintocchi non sarà un buon giorno.

14 luglio 1979.

Il 14 luglio 1979 era una domenica e si correva il Gran Premio di Gran Bretagna di Formula 1, sul circuito di Silverstone. La pista, allora, era velocissima: a fronte di una velocità massima di 285 chilometri orari, la media era di oltre 235, praticamente non si rallentava mai. Le macchine erano estremamente diverse tra loro, la McLaren M29, prima ancora che arrivasse Ron Dennis, e la Williams FW07, che quel giorno vinse la prima gara per il team di Frank Williams con Clay Regazzoni, avevano un design abbastanza standard, essenzialmente derivato dalla Lotus 79 che aveva stravinto l’anno prima, la Ferrari 312 T4 aveva un design abbastanza estremo e decisamente brutto, ma in grado di vincere il campionato con Jody Scheckter, la Arrows A2, addirittura, si era presentata senza alettone anteriore. Oggi il regolamento tecnico è talmente restrittivo da vincolare tutti allo stesso numero di cilindri e allo stesso angolo tra le bancate, o alla presenza di una gobba sul musetto, per stare dentro alle dimensioni e avere le molle degli ammortizzatori abbastanza in alto. Negli anni 70 la libertà era tale da permettere a Ken Tyrrell, nel 1976, di mettere in pista la Tyrrell P34 con sei ruote sei.

C’erano due fornitori di pneumatici, Goodyear e Michelin, e i piloti cercavano di arrivare in fondo alla gara con le stesse gomme con cui erano partiti. Oggi è addirittura vietato, e la Formula 1 ha espicitamente chiesto a Pirelli di fare gomme che durassero poco, per imporre tanti cambi durante le gare. Se fossi stato Tronchetti Provera li avrei mandati a quel paese, che pubblicità mi faccio? Non lo ha fatto, disgraziatamente, e siamo qua a vedere gare fatte coi chewing-gum sulle ruote.

Il problema più serio, però, è che ieri RaiSport2 ha trasmesso una sintesi di quel Gran Premio, con il commento originale di Mario Poltronieri. A parte che Poltronieri è il nome ideale, per il commentatore di uno sport che incolla gli appassionati alla poltrona, proprio la telecronaca è ciò che è cambiato di più. Poltronieri c’era da solo, la sua voce arrivava attraverso un qualche canale di comunicazione a bassa fedeltà, tipo cabina telefonica (o forse è proprio quella la sua voce, non lo sapremo mai) e non si agitava mai. Oggi le telecronache Rai sono effettuate da Gianfranco Mazzoni, Ivan Capelli come ex pilota, l’ingegner Giancarlo Bruno, sedicente esperto di tecnica, Ettore Giovannelli e Stella Bruno dai box (e pare che non siano parenti, anche se da certi particolari si direbbe) e Franco Bortuzzo dal retro box, che, probabilmente, è l’unico che se ne capisca veramente. A questi si aggiungono i vari Boccafogli, Vandone, Fiorio e ospiti vari in studio in Italia.

Avendo visto, in meno di ventiquattr’ore, il GP di Gran Bretagna del 1979 e quello del Giappone del 2012, non avrei alcuna remora a mandare tutta la squadra Rai, con il coordinamento di Amedeo Verduzio, a zappare la terra.