Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Due minuti a mezzanotte.

Il 2 dicembre 1942 il primo reattore nucleare costruito dall’uomo, la “pila di Fermi“, raggiunse la criticità, in un campo sportivo dell’Università di Chicago. Questo era un reattore a uranio e grafite, costruito sostanzialmente sotto la supervisione di un italiano, Enrico Fermi, appunto, e un ungherese, Leó Szilárd, entrambi scappati in America a causa delle leggi imposte dai regimi nazifascisti in Europa. Già su questo si dovrebbero scrivere una storia, una storia scritta bene, sulla capacità di certi ambienti politici di trarre vantaggio dal mondo accademico e della ricerca, ma questa storia la scriverà qualcun altro.

Il 16 luglio 1945 esplodeva “the gadget“, il primo ordigno nucleare costruito dall’uomo. Il capo del progetto Manhattan era Robert Oppenheimer, un fisico americano, figlio di emigranti tedeschi, che aveva trascorso buona parte degli anni 20 e 30 in Europa. Nello stesso periodo, un gruppo di eminenti scienziati tedeschi, guidati da Werner Heisenberg, lavorava per costruire una bomba atomica per il Reich. Non è storicamente chiaro se non ci fossero riusciti per difficoltà tecniche o per boicottare Hitler: quello che è certo è che, durante la prigionia in Inghilterra, gli scienziati tedeschi coinvolti in questa ricerca furono increduli, quando la prima atomica fu sganciata su Hiroshima. Dalle registrazioni dei loro dialoghi pare che fossero sinceramente convinti che una bomba atomica fosse irrealizzabile.

Immediatamente dopo la guerra Klaus Fuchs trasmise molte delle conoscenze alla base della costruzione della bomba in Unione Sovietica, permettendo a Stalin di avviare il suo programma nucleare militare. Di Fuchs Feynman scriveva, ai tempi del progetto Manhattan a Los Alamos, qualcosa tipo “Mi ero messo d’accordo con un collega del dormitorio perché mi prestasse la macchina in caso di emergenza [per andare in ospedale dalla moglie malata]… il collega si chiamava Klaus Fuchs, era una spia… nessuno allora lo sapeva, naturalmente”. Fuchs mise in grado i sovietici di replicare i risultati degli americani molto presto, con la prima esplosione nucleare il 29 agosto 1949.

Nel frattempo, su una rivista scientifica edita dall’Università di Chicago, dove aveva avuto inizio la nostra storia, era apparso per la prima volta, nel giugno 1947, l’orologio dell’apocalisse. In quel momento, il gruppo di scienziati nucleari che lo aveva ideato, come metafora della vicinanza dell’umanità ad una guerra che avrebbe potuto cancellare la vita sulla terra, aveva deciso di fargli segnare mezzanotte meno sette minuti. La consapevolezza che per la prima volta l’uomo si era dotato di armi talmente potenti da cancellare la vita sulla terra aveva spinto queste persone a creare un’immagine che rendesse visibile quanto vicini eravamo all’apocalisse. Da allora le lancette di quell’orologio sono state spostate avanti e indietro, a seconda che si ritenesse più o meno probabile un conflitto nucleare, per venti volte.

Nel 1949 le lancette segnavano mezzanotte meno tre, a causa dei test nucleari sovietici. Con l’escalation negli anni 50 si era arrivati a due minuti a mezzanotte, poi con la distensione si era ridiscesi fino alle undici e quarantatre minuti. Con la dissoluzione del blocco sovietico, il terrorismo e il rischio che ordigni possano diventare accessibili a paesi ostili agli Stati Uniti e all’occidente in generale, l’orologio ha ripreso ad avvicinarsi alla mezzanotte e, infine, all’inizio di quest’anno è arrivato di nuovo a segnare mezzanotte meno cinque.

Il giorno che dovesse suonare i dodici rintocchi non sarà un buon giorno.

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