Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: dicembre 2012

La legge non ammette ignoranza.

Se qualcuno commette un reato, non può essere assolto se dimostra di non sapere che la sua azione era proibita. Il concetto è semplice, ma la sua applicazione non è stata immune da critiche ed attacchi. Come per molti altri principi giuridici, l’applicazione non è del tutto lineare ed omogenea. Ad esempio, pensavo che tra mezzanotte e le sei di mattina le telecamere sulle corsie degli autobus non fossero attive, per cui una sera ho accostato per far scendere una persona senza fare manovre strane, contando che la strada era deserta per chilometri. Ho pagato la multa, alla fine, la mia ignoranza era giustificazione insufficiente.

Per altri, l’ignoranza è una scusa efficacissima per un sacco di cose.

Trovarsi ad abitare in una casa pagata da non si sa bene chi non si sa bene come, ad esempio.

Pagare una consulenza, dopo aver giurato che non lo si sarebbe fatto, senza accorgersene.

Confondere una lap-dancer marocchina con la nipote di Mubarak.

Farsi infinocchiare da un industriale che fa i propri interessi (e solo quelli).

Per questi, però, c’è una differenza non da poco. Sono stati eletti. Ora, per guidare un’auto serve la patente, per girare armati serve un porto d’armi, per utilizzare lo strumento più potente e pericoloso che abbiamo, cioè il voto, non serve nulla. Io vorrei che l’ignoranza non fosse ammessa dalla legge e che fosse obbligatorio, per tutti i cittadini, ad intervalli regolari, sostenere un esame di lettura, analisi e comprensione del testo di un articolo di fondo del Corriere della Sera. Per tutti quelli che non raggiungano la sufficienza, corsi obbligatori di lingua italiana, educazione civica ed elementi di diritto.

Così mi sembrerebbe più ragionevole, il concetto di “legge che non ammette l’ignoranza”.

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Non è Natale se.

Ciascuno di noi ha una percezione sua particolare del Natale. Anche chi, pensando di essere più figo, fa gli auguri agli amici per la festa del sole invitto o per i saturnali. Io non sono un entusiasta del Natale, devo dire. La colpa è mia, che non ho bimbi piccoli: sono sicuro che, se ne avessi, la penserei diversamente. Il Natale, quando si è bimbi, è davvero la festa più bella dell’anno. Quando si è adulti, si va a lavorare, si lotta col traffico di chi compra regali, si attraversano i mercatini mentre stanno aprendo al mattino, si subiscono infinite recite di auguri di circostanza. be’, un po’ meno.

Ciononostante, ci sono cose per cui il Natale resta un piacere. Per me, in cima alla classifica, c’è il pandolce. Il pandolce è il dolce natalizio tipico di Genova e, come dice il nome, è un pane dolce, condito con uvetta, pinoli e canditi. Ne esistono due versioni, una più vecchia, basata sulla pasta di pane, senza uova, e una più “moderna” (ma comunque ultracentenaria) basata sul lievito istantaneo e con delle uova nell’impasto. Io vado matto per il primo. Farlo è un lavoro un po’ lungo, ma ne vale la pena, secondo me: da qualche anno ne faccio un bel po’, poi li regalo in giro, mi sembra che la gente li riceva con gioia ed è la cosa più bella che il Natale mi possa dare. Come per tutte le ricette tradizionali, non credo che ci sia una “ricetta ufficiale riconosciuta”, ma che ciascuno lo faccia un po’ come crede, con tutte le possibili variazioni sul tema.

La ricetta che vi propongo qua è la mia, ottenuta dopo qualche anno di tentativi non tutti brillantemente riusciti. Premetto dicendo che ci vuole un sacco di tempo, quindi, se volete provare, armatevi di tanta pazienza. Le dosi sono per fare tre pandolci, una volta cotti saranno un po’ più di 800 grammi l’uno.

Per prima cosa, intorno alle 3 del pomeriggio del primo giorno, si deve preparare il crescente, con

  • 300 g di farina
  • 180 g d’acqua tiepida
  • un dadino di lievito
  • un cucchiaino di zucchero

Si scioglie il lievito nell’acqua tiepida, si aggiunge lo zucchero, si lascia riposare qualche minuto e si impasta. L’impasto deve rimanere morbido, lo si deve far riposare qualche ora e impastare almeno un paio di volte durante la lievitazione. Verso le 10 di sera, o anche dopo, si può procedere con il resto dell’impasto. Al crescente si devono aggiungere

  • 700 g di farina
  • 250 g di burro
  • 300 g di zucchero
  • 100 g d’acqua
  • 2 dadini di lievito (anche uno e mezzo bastano, direi)
  • 700 g di uvetta
  • 100 g di pinoli
  • 100 g di canditi a dadini
  • l’ingrediente segreto

Si rifà il giochetto del lievito, si fa un impasto con tutti gli ingredienti e poi, con pazienza, si incorporano uvetta, pinoli e canditi. Si preparano i panetti e si lasciano riposare tutta la notte. La mattina successiva si cuociono in forno, prima coperti per tre quarti d’ora e poi scoperti per un altro quarto d’ora.

L’ingrediente segreto è, a seconda delle ricette, acqua di fiore d’arancio o semi di finocchio o entrambe le cose. Io ci metto i semi di finocchio, sono del contado. Il risultato è più o meno così:

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Se questo è il lato positivo del Natale, be’, per capodanno non mi viene in mente niente.

Viaggiare in aereo e verbo annoy.

Il verbo annoy, in inglese, è un falso amico che non significa “annoiare”, bensì qualcosa come infastidire, far arrabbiare, disturbare. Non so bene quale dei tre verbi italiani lo renda meglio. Viaggiare in aereo, secondo me, ha diversi lati annoying. Non voglio qua né fare una classifica, della annoyances, né fare un “10 cose che non si possono sopportare in aereo”, diciamo che ne scrivo qualcuna che mi irrita davvero tremendamente.

La prima è la sindrome da battaglia navale. Le file degli aerei sono numerate, i sedili di ogni fila hanno delle lettere identificative. Se si è nella fila 23, non è il caso di controllare “1… 2… 3… no, la 23 non c’è ancora… 4…”. Le compagnie aeree sono parecchio burlone, ma non fino al punto di mescolare i posti sugli aerei. La fila 23 viene dopo la 22, e se ci vai speditamente siamo tutti più contenti.

Un’altra cosa terribile è la gente che, arrivata alla fila 23, decide di tornare indietro, andando controcorrente ad altre 100 persone che cercano di raggiungere la fila 24. Ho capito, devi chiedere un cuscino alla hostess perché così puoi fare il fenomeno che “senza cuscino arrivo con il collo distrutto, sa”, ma diamine, in un mondo civile dovremmo distruggerti camminandoti sopra, noi che cerchiamo invano di raggiungere il nostro posto.

Ho poi problemi con alcuni bambini. Non con tutti, sia chiaro. Ci sono migliaia di bambini che si comportano meravigliosamente, sull’aereo. Stanno seduti, giocano con qualcosa, fanno domande più o meno bizzarre a genitori e hostess, si emozionano e sono felici. Io adoro i bambini, quando sono così. Alcuni bambini, invece, urlano tutto il viaggio. Urlano per l’aereo che rolla sulla pista, urlano per l’aereo che decolla, urlano che vogliono l’acqua naturale, orlano che l’acqua non ha le bolle e così via. I miei istinti più bassi e bestiali si svegliano e ogni volta immagino modi cruenti e terribili per rendere orfani questi bimbi. Sia chiaro che sono d’accordo con il paparino che dice, allargando le braccia davanti alla hostess sconsolata, “che ci posso fare, sono bambini”. Già. LORO sono bambini, tu, paparino, no. Tu hai il dovere di fare del tuo meglio per educare i tuoi figli, è un dovere civico, morale, etico. Se non lo fai, io ti odio e penso di avere tutto il diritto di odiarti.

Una menzione a parte la meritano i genitori di bimbi molto piccoli. Innanzi tutto, sono bravissimi a trasmettere le loro paure ai simpatici fantolini. È risaputo che, se prendi un bimbo di pochi mesi e lo scuoti, il bambino ride come un matto. Se invece lo tieni in braccio durante una turbolenza e TU, genitore, TU sei in preda al panico, anche il bambino si spaventerà (non so se sia chimica, telepatia, increspatura nella forza) e piangerà come un dispperato. Datelo a me, da tenere, questo bimbo, così ci addormentiamo sia io che lui, cullati dal vuoto d’aria.

Alcuni genitori di bimbi molto piccoli, sui voli intercontinentali, hanno poi un talento fenomenale per trasformare lo spazio circostante i loro sedili in un porcile inimmaginabile. Qualunque cosa usino, facciano, mangino, bevano, viene invariabilmente sparsa sul pavimento. Coperte, sacchetti, succhi di frutta, merendine smozzicate, giornali, giochini, qualunque cosa. Mi è capitato di volare con più famiglie con lattanti e, sullo stesso aereo, vedere sia questa situazione che, all’opposto, genitori assennati che lasciano la loro fila di sedili utilizzabile senza dover essere data alle fiamme prima del volo successivo. Un mondo migliore è possibile, senza sforzi sovrumani, per di più.

La palma d’oro ai genitori più estrosi la darei a quelli che, subito dopo essere atterrati a Parigi, hanno deciso di cambiare il pannolino al bimbino. Gli effluvi hanno messo a dura prova anche le hostess che, pure, sono pronte a tutto.

Una hostess, brandendo un deodorante spray, ha salvato la vita a tutti noi. Eroica.

Se stiamo davanti al computer.

Chi ha inventato il computer? Non saprei dare una risposta a questa domanda, in molti hanno dato un contributo più o meno rilevante al calcolo e all’intelligenza artificiale. Tra questi, un ruolo di primo piano lo ha avuto sicuramente Alan Turing. Inglese, nato 100 anni fa, si dimostrò precocemente un genio della matematica e, durante la seconda guerra mondiale, diede un contributo essenziale alla decifrazione dei codici Enigma. Il codice Enigma era il sistema di crittografia usato dai nazisti per le comunicazioni di guerra e si era rivelato inaccesseibile per anni.

Nei suoi studi di crittografia e automazione, Turing aveva intuito che si potesse creare una macchina in grado di leggere una lista (potenzialmente infinita) di dati e trarne delle informazioni: questa “macchina di Turing” è stata di ispirazione alla costruzione del Colossus, il primo calcolatore elettronico programmabile della storia. Spesso questo primato è attribuito ad ENIAC, costruito qualche anno dopo, ma solo perché Colossus era un progetto segreto della Marina inglese, per cui la sua esistenza è stata resa nota molti anni dopo la fine della guerra.

Il genio di Turing ha quindi dato un impulso cruciale alla nascente tecnologia dei computer, definendo, di fatto, le caratteristiche teoriche di tutti i calcolatori che sarebbero poi stati costruiti o anche solo immaginati. Turing, purtroppo, non ha potuto però vedere realizzato quasi nulla di ciò che sarebbe venuto dopo. Alan Turing si è avvelenato nel 1954, a seguito della castrazione chimica a cui era stato sottoposto come pena per la sua omosessualità.

Sì, nei primi anni 50 nel Regno Unito l’omosessualità era un reato grave.

Gli effetti della castrazione chimica, impotenza e crescita di un abbozzo di seno, portarono Turing alla depressione, fino al suicidio con una mela avvelenata con cianuro di potassio, a soli 42 anni. Ieri, un gruppo di scienziati inglesi di prim’ordine, con Stephen Hawking in testa (che peraltro è notoriamente eterosessuale, forse anche un po’ donnaiolo), ha inviato una lettera al Primo Ministro inglese perché venga ufficialmente riabilitata la figura di Alan Turing. Nonostante siano passati quasi altri sessant’anni, evidentemente la società fa ancora fatica a fare i conti con errori del passato così gravi.

Se stiamo davanti ad un computer, oggi, lo dobbiamo in buona parte a quest’uomo, che è stato portato al suicidio a causa del suo orientamento sessuale.

Weekly Photo Challenge: Delicate.

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Una certa stampa di sinistra.

Berlusconi si ricandida (o forse no, a questo punto se i Maya avessero ragione ci leveremmo un pensiero, perlomeno) ed è come una bomba a mano su una scacchiera.

Le primarie del centrodestra sono saltate, se fossi uno di quelli che hanno firmato non so se sarei contento.

Alcune possibili alleanze sono diventate impossibili, o almeno c’è chi lo giura.

I mercati hanno reagito con grande nervosismo, fino a far dichiarare a Berlusconi che lo spread non importa a nessuno (se non fosse che gli interessi dei BTP saranno finanziati nei prossimi anni con le nostre tasse) e che gli attacchi sui mercati sono mirati a destabilizzare la situazione politica e influenzare le scelte degli elettori.

In Italia, Berlusconi si lamenta che la stampa è nelle mani della sinistra, per cui, qualunque cosa succeda, la colpa viene data a lui. È anche possibile, ma dovrebbe domandarsi se, con il culto della personalità che si è creato, non ha contribuito lui stesso, a diventare il parafulmine di parecchie critiche alla classe dirigente. Classe che, in ogni caso, rappresenta e di cui è uno dei membri più influenti.

All’estero tende a lamentarsi delle stesse cose, anche se ci vuole un po’ di fantasia per credere che la stampa internazionale sia succube in blocco della sinistra italiana. In questo momento sono in Germania, mi è capitato di parlare con colleghi di qui e di percepire una certa preoccupazione all’idea che Berlusconi possa vincere un’altra volta le elezioni. In fondo, la salute dell’economia tedesca è dipendente dall’Euro e una crisi dell’Euro non credo che porterebbe grandi vantaggi nemmeno qui. Sul fatto che i giornali non siano teneri con lui, comunque Berlusconi ha le sue ragioni, per esempio Handesblatt (una sorta di Sole 24Ore tedesco) lo definisce un pappagallo che parla a sproposito e terrorizza i mercati di tutta Europa, riportando, in un articolo di 3 giorni fa, anche un riassunto degli scandali in cui è stato coinvolto. Effettivamente, una critica piuttosto dura, da un giornale che, almeno a prima vista, non dovrebbe essere di sinistra.

Nel resto d’Europa le cose non cambiano, il Guardian inglese (che è della sinistra inglese, diciamo tipo i nostri Liberali della prima repubblica) parla di ritorno della mummia, alla notizia della candidatura. El País in Spagna dice che, finalmente, dopo il declino sotto Berlusconi e i tentativi di risalita con Monti, l’Italia può redimersi con nuove elezioni (a patto di fare scelte intelligenti). Le Monde prevede una campagna elettorale “rude”, con tutti i temi del populismo che Berlusconi ha sempre messo sul piatto per catalizzare il consenso. Oltreoceano, uno dei mewsroom online più influenti (citato dal New York Times su svariati temi economici), il Business Insider, dice senza mezzi termini che la candidatura di Berlusconi è “il peggior incubo per l’Europa” e negli Stati Uniti la sinistra non esiste. La maggior parte dei giornali stranieri (e della gente con cui si può avere a che fare all’estero) di Berlusconi ha l’immagine che, ai tempi delle dimissioni, un anno fa, ne aveva dato l’Economist, l’uomo che ha fo**uto un intero paese. L’Economist, per circostanziare, è un settimanale inglese di finanza che ha sempre propugnato il liberismo, non certo idee di sinistra.

La cosa più seccante, quando si è all’estero, è che in quanto italiano tendono ad identificarti con Berlusconi. Estremamente deprimente.

Weekly Photo Challenge: Changing Seasons.

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Per Toutatis e Per Belenos.

Chi ha letto Asterix non può non conoscere Toutatis, dio della guerra, della fertilità e della ricchezza dei Celti. Come succede per parecchie divinità dei pantheon più strani, un oggetto celeste porta il suo nome. Il 12 dicembre passerà sulla nostra testa l’asteroide 4179 Toutatis, un pietrone di circa 5 km di diametro, che, se decidesse di colpire il nostro pianeta, ci creerebbe qualche problemino. Come cantavano i REM “it’s the end of the world as we know it”. 4179 Toutatis incrocia l’orbita terrestre ogni 4 anni circa, il massimo avvicinamento negli ultimi secoli si è verificato il 29 settembre 2004, a circa un milione e mezzo di km. Diversi anni fa, gli enti di ricerca hanno creato diversi progetti finalizzati a catalogare e identificare tutti gli oggetti che incrociano l’orbita della Terra. Oggi conosciamo migliaia di questi Near Earth Objects e sappiamo con certezza che nessuno rappresenta un reale pericolo per i prossimi secoli.

I giornali, spesso, quando danno queste notizie sparano il numero senza spiegarlo abbastanza. 4179 Toutatis passerà a circa sette milioni di km dalla terra, ovvero circa 25 volte più lontano rispetto alla luna, ovvero ad una distanza pari a circa 600 volte il diametro della terra. È come se un proiettile passasse a 70 metri da un’arancia. Se fossi l’arancia, non mi preoccuperei più di tanto. In effetti, non mi preoccupo nemmeno più di tanto per il transito dell’asteroide, devo dire. Ecco, ogni volta che mi trovo a vedere quanto sia difficile comunicare, tra la comunità scientifica e il resto del mondo attraverso i giornalisti, mi viene da esclamare, come Asterix, “per Toutatis!”.

Anzi, no. Mi viene da esclamare, come Obelix, “per Belenos!”. Belenos era il dio della luce, nella mitologia celtica, marito di Belisma dea del fuoco, nei cui nomi si riconosce la radice bel- che ritroviamo, ad esempio, nella festività di Beltane, festa di primavera e quindi del ritorno della luce. Secondo alcuni, Belenos è anche eponimo del più popolare intercalare della lingua ligure, ed è per questo che mi ispira tanta simpatia.

Belin, per Belenos!

Quel fantastico giovedì.

I libri di John Steinbeck, secondo me, si dividono in due categorie. Ci sono quelli seri, impegnati, come “Uomini e topi” o “Al Dio sconosciuto”, bellissimi, struggenti e tragici. Ci sono quelli leggeri, divertenti, come “Pian della Tortilla”, “Vicolo Cannery”, “La corriera stravagante”, “Quel fantastico giovedì”. Tutti sono ambientati in California e della California, soprattutto quelli leggeri e divertenti, danno un’immagine molto particolare, un posto con un clima subtropicale, abitato da americani di periferia, su un mare infinito che ha un ruolo nella vita di tutti i personaggi, in un modo o nell’altro.

Ero stato a San Francisco, quasi due anni fa, e non riconoscevo i posti di quelle descrizioni. Ero troppo a nord. Quei libri parlavano della California meridionale, o quantomeno la California meridionale assomiglia ancora alle descrizioni di quei libri. Un fantastico giovedì sono partito e sono arrivato a Los Angeles, che mi ha accolto con le sue palme chilometriche.

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Poi si arriva al mare, con quei pontili che sono in tutti i film e non ho mai capito a cosa servano.

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E quando si è sul mare si aspetta il tramonto, che infiamma tutto quello che c’è, di un rosso che non si può raccontare.

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Il tramonto è ipnotico, impossibile non rimanere a guardarlo fino in fondo.

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Era fine ottobre, il momento ideale per stare all’aperto.

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Le spiagge sono infinite e, nonostante i dodici milioni di abitanti delle contee di Los Angeles e di Orange, sono sempre fantasticamente vuote.

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La strada ci ha portato a Paradise Cove, “sea the view, bring the kids, have a seat, enjoy Malibu”. Sembra un ottimo consiglio, in effetti.

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Ed ecco la strada di Doc, che se ne va a sud a raccogliere le stelle marine, durante la stagione delle alte maree.

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La California di Steinbeck c’è ancora e io sono stato felice di incontrarla.

Weekly Photo Challenge: Reflections

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This is a self-portrait under the Cloud Gate in Chicago, IL. I think I appear in this picture six or seven times, or more, who knows.