Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: gennaio 2013

Berlusconi nel giorno della memoria.

Oggi, sessantottesimo anniversario della liberazione dei prigionieri di Auschwitz, Berlusconi ha dichiarato che “il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi, invece, aveva fatto bene”. Riporto le parole esatte come si sentono dalla sua voce in questo video. Questo ha scatenato la reazione semiseria di twitter, con l’hashtag #riscrivilastoriacomesilvio, e quella molto più seria di giornalisti ed esponenti politici. Mi è piaciuta particolarmente quella di Beppe Giulietti su Il Fatto Quotidiano. In Germania, dove sulla storia della seconda guerra mondiale e dell’olocausto i personaggi pubblici cercano di misurare le parole un po’ di più che da noi, Die Welt, quotidiano conservatore, scrive “Berlusconi ha scioccato gli italiani: partecipando ad una commemorazione per le vittime dell’olocausto l’ex Primo Ministro ha elociato il dittatore fascista Mussolini”.

Ora io mi domando perché Berlusconi abbia pensato di dire una cosa del genere, per di più a quattro settimane dalle elezioni. È evidente che, se parli bene di Mussolini nella Giornata della Memoria, troverai un miliardo di persone pronte a spararti addosso. Per questo mi sento a disagio davanti all’affermazione di Berlusconi, perché non riesco a spiegarmela. Non riesco a pensare che sia una semplice boutade, una frase detta con leggerezza, senza pensarci troppo e senza dare importanza alle parole. Mi viene il sospetto che sia una frase indirizzata a quanti, in Italia, ancora pensano che “con lui i treni erano in orario”. Mussolini ha preso in mano un paese arretrato, ma in rapida evoluzione, con un bilancio in attivo, persino, e, l’8 settembre del 1943, è stato deposto da capo del governo di un paese devastato, impoverito, imbarbarito, nel mezzo di una guerra costata la vita a oltre quattrocentomila italiani.

Il problema non è Mussolini che dice che, in fondo, Mussolini è stato un bravo leader, ma la tanta gente che lo pensa.

Weekly Photo Challenge: Love

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Enterprising a long way, hand in hand.

Politici e giornalisti. E giudici.

Ultimamente, tra giornalisti e politici di primo piano non corre buon sangue. Parecchi esponenti di primo piano hanno espresso posizioni molto forti, nei confronti di giornali e giornalisti, suscitando, come ovvio, reazioni contrastanti tra la difesa del diritto di cronaca (tra i loro avversari) e la pretesa di essere vittime di persecuzioni (tra i loro alleati). Tre esempi che si trovano in un secondo sono questo, questo e questo. Trovare questi articoli è stato particolarmente semplice perché i tre personaggi in questione hanno una tradizione di contrapposizione contro la stampa lunga e variopinta. Sono tuttavia convinto che sarebbe semplice trovarne altri per parecchi altri nomi di primo piano della politica italiana.

D’altra parte, a volte i giornalisti non sono perfettamente allineati con il codice deontologico che la loro professione richiederebbe. Negli ultimi anni ci sono stati svariati casi di inchieste o articoli di fondo (più articoli di fondo, in effetti, come se fare un’inchiesta degna di questo nome fosse troppo impegnativo) che, mettendo in cattiva luce un personaggio pubblico ne hanno decretato, ingiustamente, la caduta in discredito. Tre esempi ovvi almeno quanto i precedenti sono questo, questo e questo.

Ora, immaginiamo che oltre a questi cattivi giornalisti ci siano dei buoni giornalisti. Non è un grande sforzo di immaginazione, ci sono un sacco di buoni giornalisti, in giro. Immaginiamo anche che questi giornalisti, opportunamente supportati dai direttori dei loro giornali, ancora più opportunamente supportati dai loro editori, siano incentivati a trovare storie eclatanti, senza timore di andare a disturbare personaggi di primo piano del mondo della politica o dell’economia. Immaginiamo anche che, essendo una persona seria, il direttore si rifiuti di pubblicare alcunché prima di avere prove serie, ed affidabili. Immaginiamo che questi giornalisti scoprano uno scandalo che coinvolge un Capo di Stato, magari uno che ha fatto dossieraggio sui suoi avversari, mettendo poi in giro voci calunniose sul suo conto. Immaginiamo anche che, per buona misura, questo Capo di Stato abbia fatto sparire, con il suo staff, dei fondi elettorali. Immaginiamo che un paio di giornalisti trovino qualche indizio. Che indaghino, che trovino testimoni. Che convincano gente a parlare, che raccolgano documenti. Al momento della pubblicazione della loro inchiesta, questi giornalisti avrebbero in mano un potere tanto grande da far dimettere quel Capo di Stato e da far andare in galera un bel po’ dei suoi collaboratori più stretti.

Lo sforzo di immaginazione è sempre meno faticoso, perché questa è la storia dello scandalo di Watergate. Due giornalistidel Washington Post, con un’inchiesta durata mesi, portarono alla luce una serie di nefandezze commesse da Nixon e dal suo staff per la rielezione a Presidente degli Stati Uniti: la risonanza dell’inchiesta fu talmente grande (e le prove raccolte talmente solide) da costringere Nixon a rassegnare le dimissioni. Due giornalisti, seri e preparati, che lavorano per un giornale, serio e affidabile, fanno partire un’azione legale, gestita in modo efficiente e veloce, e fanno dimettere “l’uomo più potente del mondo”. Per chi vuole ripassarsi la storia senza leggere tanto, c’è “Tutti gli uomini del Presidente“, di Alan Pakula con Robert Redford e Dustin Hoffman, che ricostruisce tutta la storia molto memglio di me.

La morale della storia è almeno triplice. Primo, ci sono casi in cui chi si dichiara perseguitato dalla stampa lo è veramente e casi in cui più che dalla stampa dovrebbe essere perseguitato dalla legge. Secondo, i giornali hanno un potere enorme, se lo usano come si deve. Se sono poco seri lo perdono e derubano la società di un mezzo formidabile di salvaguardia della democrazia. Terzo, un paese funziona bene se politici, giornalisti e magistrati fanno ciascuno bene il suo lavoro. Se iniziano a voler occupare tutti la sedia del Capo di Stato, ci tolgono chi quella sedia la può far traballare.

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Domande a Berlusconi.

Da qualche settimana, lo sport nazionale è fare domande a Berlusconi, possibilmente in TV e possibilmente urlando. Purtroppo non sono Santoro, per cui non potrò fare il mio show televisivo e non urlerò. Spero di dare il buon esempio, in questo. In ogni caso, di domande ne ho un sacco.

La prima e più importante è molto semplice. Come tutte le cose importanti, del resto. Berlusconi è stato Presidente del Consiglio dei Ministri per oltre 9 anni negli ultimi 18, garantendo inoltre, con il suo partito, la fiducia al governo Monti: questo vuol dire che il Partito di Berlusconi è stato parte (maggioritaria) della maggioranza per oltre 10 anni negli ultimi 19. Dalla sua famosa “discesa in campo” del 1993, gli slogan sono sempre gli stessi e i risultati, ben riassunti dal “contratto con gli italiani” che firmò da Vespa su RaiUno, sono stati sempre ben al di sotto delle promesse. Quali argomenti nuovi Berlusconi può portare per convincere l’elettorato che sarà in grado di fare a 76 anni quello che non è stato in grado di fare a 60? Cosa è cambiato dal 1994 ad oggi per cui ciò che ha promesso e non mantenuto in passato possa diventare credibile oggi?

La seconda domanda riguarda l’immagine che Berlusconi vende di Bersani. Ora, a questa calata dei comunisti non credono nemmeno più i nostalgici del PCUS, ma su Bersani la questione diventa ancora più surreale, tenendo conto che Bersani stesso è stato Ministro per lo Sviluppo Economico tra il 2006 e il 2008, durante il Governo Prodi II. Durante quel biennio, Bersani firmò due decreti (che vengono di solito ricordati sotto il nome collettivo di “Decreto Bersani“) che hanno tuttora un certo numero di effetti sulla vita quotidiana della gente. In quali aspetti dell’attività di Ministro di Bersani Berlusconi ravvisa i semi del Comunismo contro cui ci mette in guardia?

La terza domanda riguarda i rapporti internazionali, su cui Berlusconi ha sempre posto molto fortemente l’accento: a suo dire, il suo carisma ha sempre fatto in modo che la posizione dell’Italia fosse di primissimo piano in Europa e nel mondo. Come concilia Berlusconi queste sue convinzioni con le brutte figure rimediate sull’Authority alimentare (dichiarazione di Berlusconi e reazione del governo finlandese), la querelle con l’allora capo delegazione del SPD al Parlamento Europeo, Martin Schultz, i complimenti a Obama, “giovane, bello ed abbronzato? Come giustifica amicizia ed ammirazione che ha dimostrato con parole e fatti per personaggi non proprio limpidi come Mubarak, Gheddafi, Ben Alì? Cosa abbiamo guadagnato, come paese, dagli intrallazzi condotti da Berlusconi con Putin?

Purtroppo non ho modo di fare queste domende (che sono solo una minima parte di quelle che farei) a Berlusconi, ma magari le leggerà qualcuno che lo vuole votare e si cercherà le risposte da sé, che poi è sempre la strada migliore.

Ingroia si candida e ha un programma.

Antonio Ingroia è diventato famoso all’inizio del luglio scorso per un’inchiesta sui rapporti tra Stato e mafia, soprattutto quando è venuto fuori che erano state intercettate alcune telefonate del Presidente della Repubblica. Si era a quel punto palesato un potenziale conflitto di attribuzione poiché, secondo la legge vigente, il Presidente della Repubblica non può essere intercettato se non in casi molto particolari. Sulla base di questo, il 4 dicembre scorso, la Corte Costituzionale ha decretato che le registrazioni andavano distrutte.

Nel frattempo, Ingroia accettato (o richiesto e ottenuto, non mi è chiaro) un ruolo di un certo rilievo in Guatemala, per conto dell’ONU. Si era alla fine di luglio, quando commentava l’attribuzione di questo incarico. Immediatamente dopo la decisione della Consulta, Ingroia si è trasferito in Sud America, mantenedo comunque un interesse opportunamente pubblicizzato sulle questioni politiche italiane. Di lì a dichiararsi disponibile alla candidatura e candidarsi a leader di una coalizione, il passo è stato breve.

Da un po’ di giorni, sul sito di Rivoluzione Civile, il movimento di Ingroia (un concetto ossimorico che ricorda il Partito Rivoluzionario Istituzionale che ha governato in Messico per decenni), c’è un manifesto programmatico in 10 punti, invero interessante.

Il punto 1) è di una ovvietà disarmante.

Il punto 2), con l’accenno alla diversità di genere, assume contorni inquietanti, se non viene spiegato meglio.

Il punto 3), facendo riferimento al potere dei privati nella ricerca e nell’università, denota una certa scollatura dalla realtà, essendo l’Italia tra gli ultimi dei paesi sviluppati in quanto a investimenti privati nella ricerca.

Il punto 4) è sacrosanto, ma non ho mai sentito nessuno che non l’abbia messo nel suo programma.

Il punto 5) è interessante e lo diventerebbe ancora di più se, come nota a pié di pagina, ci fosse una proposta di soluzione per la questione dell’ILVA di Taranto. Io, però, non l’ho trovata.

Il punto 6) si piazza a metà tra 1) e 4).

Il punto 7) è il primo a definire un’azione concreta, di fronte a cui si può essere d’accordo o meno: per questo è lodevole.

Il punto 8) sarebbe una vera rivoluzione, ma non mi è chiaro dove trovare amministratori capaci scevri da qualunque collocazione politica, anche uno che non ha tessere di partito ha delle idee, che lo avvicinano più a un partito che ad un altro.

Il punto 9) sa di slogan trito e ritrito, in particolare questa cosa del cambiamento, che a furia di ripeterla mi dà sempre di più l’impressione di voler dire “tutti quelli che ci sono ora sono idioti”. Invece di inseguire il cambiamento, non potremmo cercare qualcuno valido davvero e poi tenercelo il più a lungo possibile?

Il punto 10) è stato presumibilmente introdotto per fare numero tondo.

In tutti questo, l’impressione che Ingroia abbia usato la notorietà portatagli dalla storia del Guatemala e ancora di più da quella delle intercettazioni al Presidente della Repubblica come trampolino di lancio è, tragicamente, difficile da scartare a priori.