Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: giugno 2013

La surreale storia di Ruby Rubacuori.

In apertura su tutti i quotidiani online sta un articolo sull’attesa della sentenza sul caso Ruby Rubacuori. Prima ancora che accada, è già la notizia del giorno. Non vorrei stare qua a ripetere le accuse dei magistrati o le controaccuse degli avvocati, direi che ne abbiamo già sentito abbastanza, soltanto, ripensando a tutta la vicenda, mi ritrovo sempre a trovarci una quantità di aspetti surreali tale da rimanere quantomeno basito. F4. Basito.

Per mantenere al massimo il livello del discorso su fatti che nessuno mette in dubbio, cerherò di fare riferimento solo a giornali stranieri, che, in linea di principio, dovrebbero essere meno marcatamente schierati di quelli italiani. La storia perde così un sacco di aspetti piccanti, ma resta, secondo me, surreale come una commedia di Ionesco.

Karima el Marough arriva in Italia nel 2003, a 10 anni, dopo aver subito violenze da parte di due zii, stando al suo racconto, con i genitori e i fratelli. Rimane coinvolta in episodi di fuga dalla famiglia, piccoli furti, case di correzione.

A 16 anni partecipa ad un concorso di bellezza (l’ho incontrata una volta per strada, effettivamente non passava inosservata) e viene notata da Emilio Fede, giurato del concorso, che la fa conoscere a Lele Mora. Di lì partecipa a diversi “eventi”, comprese alcune serate in una discoteca genovese, che metteranno nei guai il titolare per un’accusa di pedopornografia. Cercando su google si trovano foto e filmati.

Nel frattempo, avendo preso il nome Ruby Rubacuori a tempo pieno, partecipa a diverse serate a casa di Berlusconi, in cui succedono cose che lei stessa riporta e che si possono leggere anche sui giornali australiani. Berlusconi dovrebbe iniziare a preoccuparsi della stampa marxista leninista australiana, prima che sia troppo tardi.

Un brutto giorno, Ruby, ancora diciassettenne, viene arrestata con l’accusa di aver rubato delle cose a casa di amiche. È straniera, senza documenti, abita con una escort, Michelle Conceiçao. Questa viene presumibilmente contattata, mentre per Ruby viene disposto l’inserimento in una comunità per minori. Qui scatta il primo colpo di scena. Michelle Conceiçao telefona a Berlusconi per dirgli che Ruby è stata arrestata. Io non ho il numero di Berlusconi, lei sì.

Berlusconi chiama (o fa chiamare, poco importa) in questura, e qui parte il crescendo rossiniano, dichiara che Ruby è parente di Mubarak (potrebbe anche crederci sul serio, per quel che ne sappiamo: al limite è qualcosa che non depone a favore del suo acume) e che, per evitare un incidente diplomatico, è opportuno che venga rilasciata e data in custodia ad una persona fidata. Di lì a poco si presenta Nicole Minetti, sulla sua fiammante Mini blu (dono di Berlusconi stesso, la stessa auto che qualche mese dopo sarebbe stata sequestrata al fidanzato di Marysthell Polanco, altra ragazza del giro delle cene di Arcore, che ci portava a spasso dodici chili di cocaina – 12 chili!) che porta la ragazza a casa sua e ce la tiene per un po’.

Una volta scoppiato lo scandalo in tutto il suo fragore, la maggioranza del Parlamento italiano certifica con il voto che Berlusconi ha agito in perfetta buona fede e nell’interesse del Paese. A prescindere dall’esito del processo, la storia ha risvolti teatrali fantasmagorici. Anche considerando solo quelli che nessuno mette in dubbio.

Sipario.

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Tutti contro tutti in Siria.

La guerra civile in Siria è uno di quegli argomenti di cui si parla sempre troppo poco. La situazione è oggettivamente drammatica, non si capisce bene che posizione la comunità internazionale stia prendendo e, da qualche giorno, inizio a non capire più nemmeno tanto bene come siano gli schieramenti. Ho smesso di capire con la notizia dell’uccisione di un genovese, Giuliano “Ibrahim” Delnevo, convertito all’Islam, entrato clandestinamente in Siria, affiliato ai ribelli, ucciso dai lealisti.

Ora viene fuori che questo ragazzo era sotto controllo da parte della DIGOS da anni, frequentava personaggi forse legati ad Al-Qaeda, per qualcuno era addirittura un potenziale “reclutatore di aspiranti terroristi”. Non so se queste storie sull’italiano siano vere, ma a quanto pare Al-Qaeda è davvero in aperta e dichiarata contrapposizione al regime di Bashar al-Assad. Si potrebbe fare qualche supposizione religiosa, al riguardo, Bashar al-Assad è sciita alawita, religione minoritaria in Siria, mentre il fondatore di Al-Qaeda, Osama Bin Laden, era sunnita. A quanto pare, molti sunniti dall’estero sono andati a combattere in Siria, anche svariate decine di sunniti salafiti di nazionalità francese.

Dato per plausibile che, tra i ribelli, ci sia una componente di entità che fino a ieri definivamo “terroriste”, è interessante capire chi c’è dalla parte del regime. Un alleato storico della Siria è la Russia, che finora ha posto il veto, in Consiglio di Sicurezza dell’ONU, a qualunque azione della comunità internazionale. Non ho idea di come questa amicizia si sia generata, un po’ il sospetto che sia figlia della contrapposizione Israele amico degli USA contro paesi arabi amici dell’URSS mi viene, però. Ad aiutare militarmente l’esercito lealista sono arrivati militanti di Hezbollah dal Libano e Pasdaran dall’Iran. Tutti sciiti, peraltro, alawiti i primi e duodecimani i secondi.

Ora, non sono sicuro di aver capito niente di tutto questo, né credo che attraverso i giornali sia troppo semplice farsi un’idea chiara della situazione. In compenso, nel tentativo di raccapezzarmi un momento, mi sono sorte un sacco di domande. Davvero tra i ribelli ci sono gruppi “terroristi”? Aiutandoli non rischiamo di fare come la CIA con i talebani, che per fare dispetto ai sovietici ci siamo ritrovati con l’Afghanistan retrocesso a paese medioevale? Davvero c’è una base religiosa in queste rivolte nel mondo arabo? Se sì, che rischio c’è di rovesciare un regime per ritrovarsene un altro, magari più findamentalista del precedente (il partito Ba’th di Saddam Hussein e Bashar al-Assad nasceva laico, almeno a parole)?

Ma, soprattutto, Hezbollah, Pasdaran e Al-Qaeda non erano tutti alleati contro di noi? Mi sa di no, a questo punto.

Nome in codice: Gabbiano.

Cinquant’anni fa, guardando il cielo, avremmo forse potuto vedere un puntino luminoso muoversi velocemente: all’epoca non erano molti, gli oggetti costruiti dall’uomo in orbita e viaggiare nello spazio era un’impresa pionieristica. Solo da un paio d’anni Jurij Gagarin era diventato il primo uomo in orbita, e praticamente ad ogni missione si stabiliva un nuovo primato. Il 16 giugno 1963 la prima donna entrava in orbita a bordo della navetta Vostok 6: si chiama Valentina Tereshkova. Le navette Vostok potevano portare una sola persona, lo spazio era estremamente angusto e non potevano garantire una permanenza nello spazio molto lunga. I primi cosmonauti (i russi chiamavano cosmonauti quelli che per gli americani si sono sempre chiamati astronauti) erano selezionati tra i migliori piloti dell’aviazione militare, con prove fisiche durissime. Gagarin era stato scelto tra oltre 3000 candidati, per dire.

Il programma Vostok (che significa Est, in russo) nasceva dall’esperienza del programma Sputnik (che significa “compagno di viaggio”), con cui i russi avevano inviato nello spazio il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1, e il primo essere vivente, la cagnolina Lajka. Sulla base delle navette Vostok furono sviluppate le navette Voshkod (“sorgere del sole”), in grado di portare tre persone nello spazio, da cui si fece anche la prima “passeggiata spaziale”, e da queste le capsule Sojuz (“unione”), attualmente gli unici mezzi in attività in grado di portare esseri umani in orbita. Il programma Vostok si articolava su sei missioni. Vostok-1 (nome in codice: Cedro) portò il primo uomo in orbita, come detto. Il Cosmonauta Titov, a bordo del Vostok-2 (Aquila), fu il primo uomo a trascorrere più di un giorno in orbita. Vostok-3 (Falco) e Vostok-4 (Aquila Reale), lanciati ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, eseguirono il primo “rendez-vous” spaziale, stabilendo un contatto radio tra loro, quando si trovavano ad una distanza di pochi chilometri. Vostok-5 (Astore) fu il primo veicolo con equipaggio umano a rimanere oltre 5 giorni in orbita. Vostok-6, nome in codice Gabbiano, finalmente, portò la prima donna nello spazio. Sarà forse un caso, dopo tutti questi rapaci, per una donna si è preferito un uccello altrettanto nobile, ma  molto più delicato ed elegante.

Erano i tempi in cui la guerra fredda si combatteva anche tra le stelle, tutti questi progetti erano finanziati dai militari: di fatto, i razzi usati in tutte queste avventure spaziali altro non erano che missili balistici intercontinentali e l’idea di mettere satelliti artificiali in orbita aveva come scopo primario lo spionaggio. Mentre i russi inanellavano tutti questi primati, gli americani non rimasero troppo indietro, intraprendendo la strada che, nel giro di sei anni, li avrebbe portati sulla Luna. I russi, sempre alla ricerca di nuovi primati, si concentrarono sulla costruzione di un laboratorio permanente per ospitare cosmonauti per lunghi periodi. Nacquero così le stazioni spaziali Saljut (che in russo è un saluto simile al nostro “salve”) e, dalla emtà degli anni 80, della prima vera grande stazione spaziale, la Mir (che in russo significa svariate cose belle, come “mondo” o “pace”). Decine di cosmonauti sono stati ospitati sulla Mir, non solo russi: dopo la caduta del muro di Berlino, Stati Uniti e Russia iniziarono a collaborare, alla Mir venne installato un modulo per l’aggancio con lo Space Shuttle e improvvisamente le distanze tra le superpotenze si azzerarono.

589px-Atlantis-MIR-GPN-2000-001071(La foto è della NASA)

Oggi anche la Mir non esiste più ed è stata sostituita dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), dove astronauti e cosmonauti di svariate nazioni collaborano eseguendo esperimenti scientifici di interesse comune. Trascorrono mesi in orbita, in assenza di gravità, all’esterno c’è un vuoto che noi immaginiamo a fatica, un silenzio che non possiamo immaginare e una solitudine che non vorremmo mai immaginare. La ISS ha una cupola a vetri, da cui si può godere di una vista incredibile sul pianeta, come le foto del cosmonauta italiano Luca Parmitano, attualmente a bordo, dimostrano meravigliosamente.

Non ho idea delle emozioni che stare nello spazio possa dare. Credo che nelle parole sospese del Maggiore Tom, “sto qua seduto nella mia capsula di stagno lontano sopra il mondo, il pianeta Terra è blu e non c’è più niente che io possa fare” lo possano descrivere, seppure in modo pallidissimo.

(Questa versione di Space Oddity, una delle canzoni di David Bowie che amo di più, è stata cantata e registrata dal Comandante Chris Hadfield a bordo della ISS)

Genova.

La settimana scorsa c’era una conferenza, a Genova, a cui hanno partecipato un centinaio di colleghi da tutta Italia. Come organizzatori, abbiamo lavorato il triplo del solito, ma alla fine è andato tutto bene e sono soddisfazioni. La soddisfazione più grande, tuttavia, è stato per me sentire molti colleghi felici di aver visto un po’ della città, stupiti che fosse così bella. Oggi si parlava su twitter delle possibili vie di rilancio turistico di Genova e, tra le altre cose, mi hanno mostrato questa presentazione di Xavier Salomon, curatore del Dipartimento di Pittura Europea del Metropolitan Museum di New York. Il gioco consiste in questo: i dirigenti del museo lanciano una parola e spiegano perché è importante per loro. Salomon ha scelto Genova e spiega che “molta gente pensa a Roma, Firenze o Venezia, ma per me questi sono parchid i divertimento per turisti: Genova è rimasta una città vera”. La presentazione è bellissima e molto centrata, in fondo, se Salomon ricopre il ruolo che ricopre a 33 anni, un po’ bravo lo deve essere. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che dica esattamente quello che dico io, ovvero che, anche se artisticamente e storicamente meno rilevante di altre città italiane, Genova mantiene una natura di “città vera” che le conferisce un fascino particolare.

Per indirizzare i partecipanti alla conferenza verso le strade dove poter trovare dei ristoranti, avevo deciso di fare una piccola presentazione, descrivendo un po’ il centro storico (che per alcuni è il più grande d’Europa, ma dipende come si definisce “centro storico”…) e le parti da visitare e quelle da evitare. Per questo, avevo pensato di mostrare loro questo fantastico cartone animato di Lele Luzzati:

… ma sarebbe stato troppo lungo, quindi si sono dovuti accontentare di una presentazione mia, con qualche foto e nessuna animazione. La sua utilità l’ha avuta comunque, avendo se non altro spiegato loro che a Genova i numeri civici sono di due colori, neri per le abitazioni e rossi per i negozi, con numerazioni indipendenti, per cui dopo il 4 nero ci può essere il 26 rosso e poi il 6 nero. Lo facciamo per confondere il nemico, credo.

Per aiutare i nostri ospiti a trovare qualche buon ristorante nelle vicinanze dell’hotel dove tenevamo la conferenza, avevo anche preparato una mini-lista con una decina di nomi, un minimo di descrizione e un pallino nero sulla cartina per trovarli. Persino col cibo si sono trovati bene, nonostante la nostra cucina sia povera e l’ospitalità dei genovesi non sia rinomata… fin dai tempi di Dante, che scrisse Ahi Genovesi, uomini diversi | d’ogni costume e pien d’ogni magagna, | perché non siete voi del mondo spersi? In realtà aveva questioni politiche contro un maggiorente della città dei suoi tempi, ma tant’è. Notavo come la nostra cucina abbia tratti in comune con tanti altri popoli del Mediterraneo, ché il mare, per noi, ha sempre unito e mai diviso. Le nostre trofie assomigliano alle sagne ‘ncannulate del Salento, le panissette alle panelle palermitane, la torta di Mazzini a quella di Santiago (di Compostela) e la pasqualina al börek turco (qua ci sono delle varianti, ma le 33 sfoglie della tradizione nostra e la pasta phyllo della loro non posso credere siano un caso). Che siano contaminazioni antiche o recenti, originali o copiate, conta poco. Sempre espressione di un popolo di viaggiatori sono.

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Non so se un giorno riusciremo a valorizzare davvero la nostra città, se apparirà nelle guide turistiche non troppo distante dalle altre città famose d’Italia, se tornerà ad essere “superba” come la definì Petrarca qualche secolo fa:

“Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica Signora del Mare: Genova.”

… non so niente di tutto questo, ma so che, se non ci proviamo nemmeno, sbagliamo sicuramente.