Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

Archivi Mensili: marzo 2014

Malesia, marzo 2014.

Mi sembra evidente che la crisi della Red Bull non fosse così insormontabile. Sicuramente la Mercedes va davvero forte, ma anche gli amici austriaci sembrano in grado di difendersi decorosamente. Un po’ meno la Ferrari, anche per il colpo di sfortuna capitato a Raikkonen al primo giro. Di fatto, gli incidenti al primo giro sono stati tra gli eventi più interessanti della gara, comunque. Fortuna che ad un certo punto è arrivato il panico che si potesse mettere a piovere. Che poi la pioggia non è che renda le gare più divertenti, le incasina soltanto. Con un regolamento idiota che prevede di usare due tipi di gomme diversi durante la gara, a meno di pioggia, c’è chi si inventa di andare con le option (cioè, delle due mescole di gomme da asciutto, le più morbide) finché può sperando nella pioggia. Schizofrenia allo stato puro.

Campione del mondo della sfortuna è Ricciardo, per oggi. Parte benissimo, guida forte, intorno al quarantesimo giro si ferma per cambiare le gomme, non gli chiudono un dado, si ferma a metà pit lane con l’anteriore sinistra che sballonzola, viene spinto indietro a braccia per fissare la ruota, riparte con un giro di ritardo. Non finisce il giro che perde l’alettone anteriore, prendendo un cordolo in modo un po’ maleducato, si riferma per sostituire il pezzo e rientra in tempo per ricevere la comunicazione che deve scontare 10 secondi di stop&go perché la squadra l’ha rimandato in pista in condizioni di non perfetta sicurezza. Oltre il danno, la beffa: dalla quarta all’ultima posizione e con un distacco incolmabile. Si conferma l’alone di sfiga che attanaglia i compagni di squadra di Vettel.

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Ricciardo ai box, un’immagine ricorrente del GP di Malesia 2014.

Nel frattempo, la gara finisce senza pioggia, con Hamilton, Rosberg e Vettel sul podio. I NoEuro potrebbero arguire che questo predominio tedesco è inaccettabile, ma tant’è. La Mercedes va davvero forte, probabilmente aveva un margine più grande di quello che si è visto in gara. La Red Bull non è in crisi come sembrava qualche settimana fa (o, almeno, gli altri sono più in crisi di lei). La Ferrari fa quello che può, fortuna a parte, la macchina non sembra un bijoux. Un’ottima impressione la dà la Force India (che comunque ha un motore Mercedes) che con Hulkenberg ha messo a dura prova Alonso, in una (forse l’unica) bella lotta per il quarto posto negli ultimi giri. Alla fine l’ha spuntata Alonso, che, a giudicare dalla TV, ne aveva molto molto di più di Hulkenberg. Ora possiamo con calma attendere che controllino la benzina, il fondo, il taglio di capelli dei piloti e le interiora di alcuni animali sacrificati agli dei per sapere se la classifica sarà confermata o modificata come due settimane fa.

Vorrei concludere con una considerazione sui regolamenti. Si sono inventati l’alettone posteriore mobile (un aborto dal punto di vista della sicurezza che non si era mai visto, nemmeno ai tempi dei rifornimenti in pista con la benzina in pressione) per facilitare i sorpassi e le gomme che durano cinquanta chilometri per creare casino ai box. Tra gli effetti collaterali di questa seconda regola, ovviamente, spicca il fatto che lo spettacolo ai box sia uno spettacolo solo agli occhi di pochissimi disagiati, ma c’è un altro aspetto particolarmente importante. Più le gomme sono “fragili”, più rilasciano trucioli lungo la strada. In tutte le inquadrature ravvicinate si vede la traiettoria pulita e il resto della carreggiata pieno di spazzatura. Un pilota che volesse sorpassare, può aprire l’alettone, prendere la scia, uscire dalla traiettoria e iniziare a pregare in tutte le lingue che conosce: raccogliendo una montagna di trucioli con le sue gomme, infatti, perde un sacco di efficienza in frenata, fondamentalmente vanificando il vantaggio dell’alettone mobile.

Ancora una volta complimentoni a chi scrive i regolamenti tecnici, gli amanti della Formula 1 vi ringraziano dal profondo del cuore.

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Di navi fantasma e scorie nucleari

Una ventina di giorni fa, una nave bianca e blu, presumibilmente battente bandiera russa, ha attraccato al porto militare di La Spezia per caricare, in massima segretezza, del materiale da portare a destinazione ignota. Vigili del fuoco vestiti da astronauti, mezzi militari ovunque, gli ingredienti per la spy story ci sono tutti. Pare che nei registri del porto non sia rimasta traccia né dell’attracco, né del carico, né della partenza di questa nave fantasma.

800px-The_Flying_Dutchman_by_Charles_Temple_Dix

Già pochi giorni dopo il grosso del mistero si era attenuato molto, con il Prefetto che spiegava come si trattasse di “sostanze fissili non irraggiate” (definizione curiosa, almeno all’orecchio di un fisico nucleare) trasportate dal Centro Italia alla Spezia per essere rimosse definitivamente dall’Italia. Il Secolo parla di plutonio, che, a rigore, non corrisponde alla definizione del Prefetto, visto che il suo isotopo fissile più comune, il Pu239, si ottiene facendo assorbire un neutrone all’isotopo 238 dell’uranio, cioè irraggiandolo, ma non andremo così tanto per il sottile.

Più interessante è il riferimento al vertice sulla sicurezza nucleare di Seul del 2012, nel cui documento finale si legge:
“Riconoscendo che l’uranio altamente arricchito (HEU) e il plutonio purificato richiedono precauzioni speciali, noi sottolineiamo ancora una volta l’importanza di tenere sotto controllo, mettere appropriatamente al sicuro e consolidare questi materiali. Incoraggiamo anche gli Stati a considerare una sicura, affidabile e immediata rimozione di tutto il materiale dagli impianti non più in uso, come si ritenga appropriato e in accordo con la sicurezza nazionale e gli obiettivi di sviluppo.”

L’Italia ha rinunciato alle centrali nucleari per uso civile con un referendum nel 1987 (e tuttora attendiamo, ad esempio, un sito per lo stoccaggio del materiale fissile, fissionato e irraggiato, che, val la pena sottolinearlo, non è soltanto derivante dalle centrali nucleari, ma anche da diverse altre attività, non ultima la medicina), ribadendo questa decisione con un altro referendum nel 2011. Inoltre, ha aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare nel 1969, tra i primi paesi al mondo. La presenza di HEU e plutonio purificato in Italia aveva quindi solo scopi di ricerca e di sviluppo, ad esempio, di sistemi per la sicurezza nei trasporti, per scoprire se qualcuno trasporta materiale fissile nascosto in un container, per dire. La quantità di materiale fissile per questo tipo di attività, comunque, poteva e doveva essere ridotta al massimo, visto che, di fatto, si tratta della stessa roba con cui si fanno le bombe.

Il Governo italiano aveva pianificato, al più tardi nel 2012, la rimozione di tutto il materiale fissile dal territorio italiano entro il summit per la sicurezza nucleare del 2014, che si sta tenendo in questi giorni. Questa decisione era nota nell’ambiente da tempo, come si può vedere qui e qui, ad esempio. Che cosa facesse e da dove venisse la nave incriminata a La Spezia si poteva scoprire sul sito dell’armatore (scoprendo tra l’altro che si tratta di una nave britannica) e, a quel punto, il puzzle sarebbe stato quasi completo. Il Nuclear Security Summit 2014 è in corso in questi giorni e, prontamente, la Casa Bianca si congratula con l’Italia per aver completato l’opera di rimozione del materiale fissile in eccesso dal suo territorio.

Il mistero è svelato, come ci dice anche il Secolo, ma ne resta uno ancora più profondo ed inquietante: perché nascondere la verità, fomentando complottisti e deficienti di ogni sorta, quando bastava raccontare questa storia, semplice, linda e tutto sommato rassicurante, già il giorno dopo la partenza della “nave misteriosa”?

Weekly Photo Challenge: Reflections

Cloud Gate, a must!

cloudgate

700 anni fa.

Il 18 marzo 1314, a Parigi, avremmo visto un certo trambusto. Su una pira, vicino alla cattedrale di Notre Dame, venivano arsi vivi Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, rispettivamente ultimo Gran Maestro e Precettore per la Normandia dell’Ordine dei Cavalieri Templari. L’Ordine, dopo essere stato fondato tra la fine dell’XI e linizio del XII secolo, aveva assunto grande importanza nelle Crociate e accumulato grande potere e ricchezza, unendo una vocazione monastica (i cavalieri facevano voti di castità, povertà ed obbedienza) all’appoggio e all’adesione di membri delle famiglie più importanti d’Europa.

Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay vengono arsi vivi in un'illustrazione della fine del XIV secolo.

Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay vengono arsi vivi in un’illustrazione della fine del XIV secolo.

La fortuna dei Templari si interruppe di colpo all’inizio del XIV secolo, quando le voci sulla loro presunta blasfemia divennero insistenti e finirono con l’avvelenare il loro nome. Venerdì 13 ottobre 1307, su ordine del Re di Francia, Filippo IV il Bello, tutti i Templari vennero arrestati e i loro beni confiscati. Con la tortura, Jacques de Molay e gli altri capi dell’Ordine confessarono ogni adddebito, dall’adorazione del diavolo alla sodomia. Per questo furono condannati all’ergastolo e l’Ordine fu sciolto. In seguito, alcuni cavalieri ritrattarono, per cui la condanna passò dall’ergastolo all’esecuzione. Uno strano concetto di revisione del processo, avevano nel Medio Evo.

Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, come detto, vennero arsi vivi a Parigi il 18 marzo 1314. Da allora, moltissimi ordini e movimenti si sono ispirati ai Cavalieri Templari, attribuendosi una discendenza più o meno diretta dall’Ordine originale. Dai Rosa-Croce, divenuti famosi nel  XVII secolo, ma secondo la leggenda fondati nel XV, a moltissime logge massoniche o ordini militari ed ospedalieri. Insieme agli emuli, poi, sorsero anche un’infinità di leggende, molte delle quali legate proprio alla morte dell’ultimo Gran Maestro.

Pare infatti che, mentre già le fiamme lo avvolgevano, Jacques de Molay abbia avuto il tempo di lanciare un certo numero di maledizioni, tutte fantasticamente avveratesi. I racconti concordano nel ricordare la maledizione lanciata contro il Papa di allora, Clemente V, il Re di Francia e il capo del tribunale che li aveva condannati, dicendo che li avrebbe chiamati a rispondere entro un anno (o entro un anno ed un giorno, a seconda delle fonti) delle loro azioni davanti a Dio. In effetti, nessuno dei tre sopravvisse fino a vedere il 1315. La maledizione era rivolta anche ai discendenti dei tre, fino alla tredicesima generazione: di questi, l’unica discendenza facile da ricostruire è quella di Filippo il Bello, i cui discendenti diretti morirono tutti entro il 1328, esaurendo la dinastia capetingia. Si racconta anche come, al momento dell’esecuzione di Luigi XVI, nel 1793, qualcuno abbia gridato “Jacques de Molay è vendicato”, ma non ci sono registrazioni dell’evento, nemmeno radiofoniche. In ogni caso, Luigi XVI era il ventitreesimo successore di Filippo IV, come successione di sovrani, e non era un suo discendente diretto: nel 1589, infatti, salì al trono Enrico IV di Borbone, designato secondo la legge salica dal suo predecessore, Enrico III di Valois, che era morto senza eredi.

Queste leggende “moderne” sono ritornate in auge in questi giorni, in prossimità del settecentesimo anniversario del rogo. Le imprecisioni sulla successione dei sovrani di Francia e la mancanza di riscontri in lingue che non siano l’italiano portano a non dar troppo peso ad una presunta maledizione ancora in piedi: secondo alcuni, Jacques de Molay aveva predetto anche la fine del Papato entro 700 anni dalla sua morte, cioè entro oggi. Nell’indecisione, fossi stato Papa Francesco, magari una preghierina l’avrei anche fatta, ma senza darci troppo peso.

Per certi versi, però, assistere ad un evento così grande sarebbe stato emozionante, per noi che guardiamo da fuori.

Australia, marzo 2014.

Inizia un nuovo campionato del mondo di Formula 1 e i commentatori parlano di “nuova era” o cose del genre, e hanno anche ragione. Motori turbo 1600cc con un sistema di recupero dell’energia con motori elettrici COMPLICATISSIMO (e costosissimo, con buone pace di budget cap e tante altre sciocchezze sentite gli anni scorsi), musetti bassi raccapriccianti (i regolamenti tecnici non saranno mai semplificati, mai, mai, mai), diversa gestione di ERS e DRS, tecnicamente un po’ di tutto. Nonostante tutte queste rivoluzioni, le macchine continuano ad avere un aspetto tragicamente omogeneo, la varietà del 14 luglio 1979 è irripetibile.

Tra le altre cose, i piloti hanno potuto scegliersi il numero di gara. Anche questa è una novità “relativa”, la Ferrari correva con il 27 e il 28 in tempi in cui le macchine iscritte al campionato erano 24, ma, almeno, finora, le due macchine di una scuderia avevano numeri vicini. Questo anche con le stramberie della Williams, che nel 1992 e nel 1993 corse con lo 0 e il 2, in seguito ai ritiri di Mansell e Prost, campioni del mondo in carica. A proposito di Mansell, noto con dispiacere che nessun pilota ha scelot il 5 (Mansell lo aveva rosso, sulla Williams, che aveva il musetto blu, per ricordare la Union Jack) e nemmeno il 12 di Lauda. Forse è superstizione.

La prima gara è appena finita e si può già fare un primo confronto con le previsioni dei giornalisti. Intanto direi che la Red Bull non va poi così male come l’avevano dipinta. Potrà avere problemi di affidabilità, spesso le soluzioni estreme di Adrian Newey portano a conseguenze fastidiose, tipo i piloti che stanno così stretti da non riuscire a guidare (“non è l’abitacolo troppo stretto, è il pilota troppo grosso”, pare abbia detto un giorno) o il cambio che si surriscalda perché la CocaCola è troppo rastremata. Il ritiro di Vettel potrebbe avere qualche relazione con cose di questo genere: in compenso, Ricciardo, al suo esordio in Red Bull, è arrivato secondo senza apparenti difficoltà.

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Rosberg sulla sua Mercedes, ottimo esempio degli orrendi musetti delle monoposto del 2014.

I motori Mercedes vanno bene. Le macchine coi motori Mercedes vanno bene. Hamilton si è però ritirato per qualche problema di motore, non il miglior biglietto da visita per il pilota di punta del team di punta del marchio tedesco. Rosberg, nel frattempo, dopo una partenza strepitosa e una gara perfetta, ha vinto come vinceva Vettel due anni fa. La Ferrari meh: Alonso quinto, Raikkonen ottavo (tamponato da Kobayashi alla partenza, i posteri sapranno se ha avuto danni al retrotreno che lo hanno rallentato), sicuramente ci si aspettava di più (“sfida tra Mercedes e Ferrari”, dicevano i giornali qualche giorno fa).

In ogni caso, sul podio della prima gara sono andati tre piloti con un’età complessiva di 73 anni: praticamente tre ragazzini, i piloti Ferrari totalizzano 66 anni in due, per dire. Da questo punto di vista, almeno, si può davvero dire che è l’inizio di una nuova era. Per il resto, tra i primi otto, ci sono due Ferrari, due McLaren, una Mercedes, una Red Bull, una Williams e una Force India. La sorpresa Catheram, che in molti prospettavano, sembra sia ancora in fase transizionale, diciamo. In ogni caso, vorrei ricordare che anche l’anno scorso, all’esordio a Melbourne, la Red Bull non era sembrata particolarmente in palla, in gara: vinse Raikkonen su Lotus, davanti ad Alonso, terzo Vettel: il tedesco era partito primo, ma poi la macchina non andava come doveva e, perdendo tempo qua e là, si era trovato dietro dopo i vari cambi gomme. A fine stagione, divenne campione del mondo con 13 vittorie su 19 gare e 397 punti contro i 242 di Alonso, che finì secondo.

La stagione è appena iniziata, la gara non è stata granché, ma si è visto di peggio. Speriamo che la Ferrari ricominci a vincere, così la RAI riprende l’esclusiva per la diretta TV: il commento della BBC è sicuramente meglio, ma chiedere il canone e non trasmettere la Formula 1 è davvero un’infamata.

L’estaca.

C’è una canzone, “L’estaca” di Lluis Llach, che è diventata un inno per tutti i popoli che si sentono oppressi da qualcuno. In origine era stata scritta sotto la dittatura di Francisco Franco, per dire. In un modo o nell’altro, tutti ci sentiamo oppressi da qualcun altro, forse Putin meno degli altri, ma bisognerebbe essere lui, per esserne sicuri. Preferisco non essere lui, però.

L’originale è in catalano.

È stata tradotta in polacco

In còrso

In occitano

In basco

In francese

E probabilmente anche in qualche altra lingua. Tempo fa, ho provato a tradurla in genovese, poi però non so cantare, quindi non ci ho mai fatto niente. È qua.

A stanga.

Me messè o me parlava
l’atra matin in scia scâ
i gatti o sô aspetavan
e i cari amiavan passâ.

O me dixe se veddo a stanga
dove semmo tutti ligae
se no poriemo desfala
mai no poriemo anâ.

Tiemmo tutti e a cazziâ
tanto tempo a no duâ
seguo ca cazze, a cazze a cazze
tanto ferma a no a l’è ciù.

Se ti tii forte chì
e mi tio forte là
seguo ca cazze, a cazze a cazze
e gh’aviemo a libertae.

Ma mi l’è tanto che tio
che me bruxa e muen
e se me manca e forçe
a veddo ciù forte ancon.

Ti veddi comm’a l’è marsa
ma ad ogni moddo a sta lì
che finna e forçe me mancan
se rimettiemo a cantâ.

Tiemmo tutti e a casiâ
tanto tempo a no duâ
seguo ca cazze, a cazze a cazze
tanto ferma a no a l’è ciù.

Se ti tii forte chì
e mi tio forte là
seguo ca cazze, a cazze a cazze
e gh’aviemo a libertae.

Me messé ciù o no parla
o se n’è anaeto in çé
a l’inferno o chissà dove
mi son sempre inscia scâ.

E quande passa e atre gente
tio sciù a testa a cantâ
a cansun de me messé
l’urtima ch’o m’ha insegnou.

Tiemmo tutti e a casiâ
tanto tempo a no duâ
seguo ca cazze, a cazze a cazze
tanto ferma a no a l’è ciù.

Se ti tii forte chì
ìe mi tio forte là
seguo ca cazze, a cazze a cazze
e gh’aviemo a libertae!

Del perché i complottisti sono invincibili.

Non vorrei che pensaste che sono accondiscendente con i complottisti di vario genere, non è così. Sono anche fortemente critico nei confronti della Chiesa, quando esprime giudizi strampalati su questioni che non la riguardano. Ciononostante, penso sia una battaglia contro i mulini a vento, quella contro certe categorie umane.

Prendete i complottisti. Sono convinti di conoscere una verità “scomoda”, che qualcuno, per loschi ed oscuri interessi, è intenzionato a tenere celata alle masse. Questo ci può portare a due conclusioni possibili: è vero (ma non mi viene in mente nessun esempio), oppure è una minchiata. Poniamo il caso di credere che sia vero. Ad esempio, potremmo considerare un ipotetico complotto per decristianizzare la nostra società, anche nelle piccole cose.

Pensate alle viti. C’erano una volta le viti Phillips:
phillips
Il loro significato mistico non può che esservi evidente. Portano una CROCE, il simbolo di Gesù e della cristianità. Ora, però, sui nostri computer portatili e i nostri smartphone (che, con Internet pretendono di assorbire completamente la nostra sfera spirituale) non ci sono più le viti Phillips, ma le Torx
torx
o peggio ancora le pentalobate
penta
che ricordano oltre ogni ragionevole dubbio una stella di Davide e un simbolo comunista, rispettivamente. Come non credere che ci sia un disegno, dietro tutto questo?

Poniamo che uno di noi scriva un perfetto ed esauriente post che dimostra come questa sia una minchiata, dicendo che è un modo del costruttore per scoraggiarti ad aprire il device senza essere capace (scoraggiarti, perché per 2 euro puoi comprare il cacciavite più strano nel primo negozio di cianfrusaglie cinesi che trovi). Chi ci crede reagirà dicendo che, essendo scienziati, cioè materialisti, cioè mangiapreti, cioè, presumibilmente, comunisti, facciamo parte del complotto e quindi ovviamente cerchiamo di negare che il complotto esista, tutti sanno che un complotto fallisce quando viene scoperto. Inoltre, molto spesso, chi crede alle teorie del complotto lo fa per una sua esigenza interiore: essendo insoddisfatto della realtà ed incapace a cambiarla, deve credere che ci sia un qualcuno che trama per impedirglielo. Questo ha risultati terribili, come insegna la storia dei Protocolli dei Savi di Sion, ad esempio.

Mettendo insieme tutto questo, mi sono rassegnato all’idea che il complottista sia invincibile, a meno che si verifichi una delle seguenti condizioni. Primo caso, che la teoria crolli in modo inequivocabile e roboante, poniamo Vannoni che muore dopo aver provato la cura Stamina (ma non credo che sia tanto pirla da provarla su se stesso). Secondo caso, non nasca una teoria del controcomplotto che faccia serpeggiare il sospetto che chi dice che le viti Torx e pentalobate sono “emissari del laicismo sfrenato” sia in realtà mosso da oscure e inconfessabili mire a sua volta. Voglio dire, normalmente, la reazione di chi crede alla teoria del complotto è emotiva, quella di chi non ci crede è razionale. Con uno scossone emotivo puoi far cambiare idea ai primi, con una prova razionale (un test clinico serio sul metodo Stamina che dia risultati positivi) puoi far cambiare idea ai secondi. Finché non si entra nel registro comunicativo dell’altro, si tende ad arroccarsi sulle proprie posizioni senza poter fare nessun passo avanti, anzi, al limite rafforzando le convinzioni dell’avversario.

La guerra di Crimea.

La Crimea, all’estremo oriente dell’Ucraina, sembra stia per diventare un nuovo focolaio di guerra, dopo esserlo stato un sacco di volte in passato. Già nel 988 era stata teatro di una guerra sanguinosa tra Bizantini e Rus’ di Kiev: il Gran Principe di Kiev Vladimir I si alleò con l’Imperatore bizantino Basilio il Bulgaroctono, destituito in una rivolta, per riprendere il potere contro Barda Foca il Giovane, autoproclamatosi imperatore dopo una rivolta. Fondamentale fu la conquista di Cherson in Crimea, per ricacciare i ribelli e restituire l’Impero a Basilio. La città di Cherson, capitale del Chersoneso, era la principale città di Crimea, assoggettata ai bizantini. Con la caduta di Costantinopoli nel 1204 fu assoggettata all’Impero di Trebisonda e, rapidamente, passò sotto il controllo dei genovesi, che la tennero fino alla distruzione ad opera dei mongoli nel XV secolo.

La posizione strategica della Crimea al centro del Mar Nero ne ha sempre fatto un luogo conteso tra le potenze militari circostanti, infatti i mongoli la tennero per un tempo relativamente breve: nel 1476 l’Impero Ottomano ne aveva ripreso il controllo, fino alla guerra russo-turca del 1735, che ne decretò la spartizione in due aree di influenza. I russi erano particolarmente interessati ad un grande porto sul Mar Nero, che ottennero nella città di Azov: due successive guerre tra russi e turchi, nel 1768 e 1787, sancirono l’annessione dell’intera penisola all’Impero Russo. Dopo pochi decenni, nel 1854, l’Impero Russo da una parte e i turchi alleati con diverse potenze occidentali (tra cui il Regno di Sardegna) si ritrovarono a combattere in Crimea per questioni riguardanti il controllo delle zone sante della cristianità in Turchia. Nonostante la sconfitta, i russi non mollarono la Crimea, rinunciando a diverse altre regioni della Moldavia e della Bulgaria.

Nel frattempo, la città di Cherson era stata rifondata, nel 1783, con il nome di Sebastopoli, che nel frattempo era diventata il porto militare più importante della regione. Durante la guerra civile, in Crimea si svolsero aspre battaglie, essendo particolarmente forte il radicamento dell’Armata Bianca contro i Bolscevichi. Solo nel 1920 l’Armata Rossa prese completamente il controllo della penisola: dopo poco più di due decenni, in piena seconda guerra mondiale, fu invasa dai tedeschi, che presero Sebastopoli dopo un lungo e sanguinoso assedio.

Crimea

Nel 1954, l’allora leader sovietico Nikita Kruscev decise di “regalare” la provincia di Crimea, allora parte della Russia, all’Ucraina, per celebrare un trattato di pace siglato nel 1654 da russi e ucraini. C’è chi dice che fosse completamente ubriaco, quando prese questa decisione. In ogni caso, non fu probabilmente un’idea particolarmente sagace, tutt’ora la maggioranza della popolazione della Crimea è russa e non si riconosce, o si riconosce con difficoltà, nella Repubblica di Ucraina.

La cacciata di Yanukovich e la successiva “svolta antirussa” dell’Ucraina delle settimane scorse ha provocato un’immediata reazione russa: dalle navi in porto a Sebastopoli (che è rimasta la base della Flotta russa del Mar Nero, anche dopo la dissoluzione dell’URSS) sono scesi migliaia di soldati che hanno, di fatto, preso il controllo della regione. Altri soldati sembra stiano arrivando in forze e già il premier ucraino parla di una Russia che ha dichiarato guerra contro di loro. La prevalenza tra la popolazione di russi in Ucraina orientale è, d’altra parte, una realtà oggettiva: se a Kiev il sentimento filo-europeo è forte e sentito tra la popolazione, a Sebastopoli, Kharkiv (in russo si chiamava Karkhov, potrebbe ricambiare nome a breve) e in molte altre città la situazione è probabilmente molto diversa.

L’importanza strategica della Crimea come “centro di controllo” del Mar Nero è evidente, le implicazioni politiche, economiche e sociali che un eventuale intervento armato russo sono più difficilmente prevedibili. Ciononostante, vista la vicinanza, l’importanza strategica degli attori in gioco (la Russia è tutt’ora la prima potenza mondiale in termini di armi atomiche, è molto difficile supporre che intenda usarle, ma il rischio è meno concreto se evita di mettersi in guerra coi vicini) e l’importanza economica della via di passaggio di beni tra l’Europa occidentale e la Russia, in primo luogo il gas, sarebbe molto opportuno che tutte le diplomazie occidentali fossero molto attente alla situazione e che anche nell’agenda politica dei nostri parlamentari la situazione ucraina fosse messa in cima alle priorità. Magari non proprio al primo posto, dove la questione lavoro mi sembrerebbe ancora prioritaria, ma davanti alle espulsioni del M5S e al cane Dudù almeno sì.