Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

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Malesia, marzo 2014.

Mi sembra evidente che la crisi della Red Bull non fosse così insormontabile. Sicuramente la Mercedes va davvero forte, ma anche gli amici austriaci sembrano in grado di difendersi decorosamente. Un po’ meno la Ferrari, anche per il colpo di sfortuna capitato a Raikkonen al primo giro. Di fatto, gli incidenti al primo giro sono stati tra gli eventi più interessanti della gara, comunque. Fortuna che ad un certo punto è arrivato il panico che si potesse mettere a piovere. Che poi la pioggia non è che renda le gare più divertenti, le incasina soltanto. Con un regolamento idiota che prevede di usare due tipi di gomme diversi durante la gara, a meno di pioggia, c’è chi si inventa di andare con le option (cioè, delle due mescole di gomme da asciutto, le più morbide) finché può sperando nella pioggia. Schizofrenia allo stato puro.

Campione del mondo della sfortuna è Ricciardo, per oggi. Parte benissimo, guida forte, intorno al quarantesimo giro si ferma per cambiare le gomme, non gli chiudono un dado, si ferma a metà pit lane con l’anteriore sinistra che sballonzola, viene spinto indietro a braccia per fissare la ruota, riparte con un giro di ritardo. Non finisce il giro che perde l’alettone anteriore, prendendo un cordolo in modo un po’ maleducato, si riferma per sostituire il pezzo e rientra in tempo per ricevere la comunicazione che deve scontare 10 secondi di stop&go perché la squadra l’ha rimandato in pista in condizioni di non perfetta sicurezza. Oltre il danno, la beffa: dalla quarta all’ultima posizione e con un distacco incolmabile. Si conferma l’alone di sfiga che attanaglia i compagni di squadra di Vettel.

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Ricciardo ai box, un’immagine ricorrente del GP di Malesia 2014.

Nel frattempo, la gara finisce senza pioggia, con Hamilton, Rosberg e Vettel sul podio. I NoEuro potrebbero arguire che questo predominio tedesco è inaccettabile, ma tant’è. La Mercedes va davvero forte, probabilmente aveva un margine più grande di quello che si è visto in gara. La Red Bull non è in crisi come sembrava qualche settimana fa (o, almeno, gli altri sono più in crisi di lei). La Ferrari fa quello che può, fortuna a parte, la macchina non sembra un bijoux. Un’ottima impressione la dà la Force India (che comunque ha un motore Mercedes) che con Hulkenberg ha messo a dura prova Alonso, in una (forse l’unica) bella lotta per il quarto posto negli ultimi giri. Alla fine l’ha spuntata Alonso, che, a giudicare dalla TV, ne aveva molto molto di più di Hulkenberg. Ora possiamo con calma attendere che controllino la benzina, il fondo, il taglio di capelli dei piloti e le interiora di alcuni animali sacrificati agli dei per sapere se la classifica sarà confermata o modificata come due settimane fa.

Vorrei concludere con una considerazione sui regolamenti. Si sono inventati l’alettone posteriore mobile (un aborto dal punto di vista della sicurezza che non si era mai visto, nemmeno ai tempi dei rifornimenti in pista con la benzina in pressione) per facilitare i sorpassi e le gomme che durano cinquanta chilometri per creare casino ai box. Tra gli effetti collaterali di questa seconda regola, ovviamente, spicca il fatto che lo spettacolo ai box sia uno spettacolo solo agli occhi di pochissimi disagiati, ma c’è un altro aspetto particolarmente importante. Più le gomme sono “fragili”, più rilasciano trucioli lungo la strada. In tutte le inquadrature ravvicinate si vede la traiettoria pulita e il resto della carreggiata pieno di spazzatura. Un pilota che volesse sorpassare, può aprire l’alettone, prendere la scia, uscire dalla traiettoria e iniziare a pregare in tutte le lingue che conosce: raccogliendo una montagna di trucioli con le sue gomme, infatti, perde un sacco di efficienza in frenata, fondamentalmente vanificando il vantaggio dell’alettone mobile.

Ancora una volta complimentoni a chi scrive i regolamenti tecnici, gli amanti della Formula 1 vi ringraziano dal profondo del cuore.

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Australia, marzo 2014.

Inizia un nuovo campionato del mondo di Formula 1 e i commentatori parlano di “nuova era” o cose del genre, e hanno anche ragione. Motori turbo 1600cc con un sistema di recupero dell’energia con motori elettrici COMPLICATISSIMO (e costosissimo, con buone pace di budget cap e tante altre sciocchezze sentite gli anni scorsi), musetti bassi raccapriccianti (i regolamenti tecnici non saranno mai semplificati, mai, mai, mai), diversa gestione di ERS e DRS, tecnicamente un po’ di tutto. Nonostante tutte queste rivoluzioni, le macchine continuano ad avere un aspetto tragicamente omogeneo, la varietà del 14 luglio 1979 è irripetibile.

Tra le altre cose, i piloti hanno potuto scegliersi il numero di gara. Anche questa è una novità “relativa”, la Ferrari correva con il 27 e il 28 in tempi in cui le macchine iscritte al campionato erano 24, ma, almeno, finora, le due macchine di una scuderia avevano numeri vicini. Questo anche con le stramberie della Williams, che nel 1992 e nel 1993 corse con lo 0 e il 2, in seguito ai ritiri di Mansell e Prost, campioni del mondo in carica. A proposito di Mansell, noto con dispiacere che nessun pilota ha scelot il 5 (Mansell lo aveva rosso, sulla Williams, che aveva il musetto blu, per ricordare la Union Jack) e nemmeno il 12 di Lauda. Forse è superstizione.

La prima gara è appena finita e si può già fare un primo confronto con le previsioni dei giornalisti. Intanto direi che la Red Bull non va poi così male come l’avevano dipinta. Potrà avere problemi di affidabilità, spesso le soluzioni estreme di Adrian Newey portano a conseguenze fastidiose, tipo i piloti che stanno così stretti da non riuscire a guidare (“non è l’abitacolo troppo stretto, è il pilota troppo grosso”, pare abbia detto un giorno) o il cambio che si surriscalda perché la CocaCola è troppo rastremata. Il ritiro di Vettel potrebbe avere qualche relazione con cose di questo genere: in compenso, Ricciardo, al suo esordio in Red Bull, è arrivato secondo senza apparenti difficoltà.

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Rosberg sulla sua Mercedes, ottimo esempio degli orrendi musetti delle monoposto del 2014.

I motori Mercedes vanno bene. Le macchine coi motori Mercedes vanno bene. Hamilton si è però ritirato per qualche problema di motore, non il miglior biglietto da visita per il pilota di punta del team di punta del marchio tedesco. Rosberg, nel frattempo, dopo una partenza strepitosa e una gara perfetta, ha vinto come vinceva Vettel due anni fa. La Ferrari meh: Alonso quinto, Raikkonen ottavo (tamponato da Kobayashi alla partenza, i posteri sapranno se ha avuto danni al retrotreno che lo hanno rallentato), sicuramente ci si aspettava di più (“sfida tra Mercedes e Ferrari”, dicevano i giornali qualche giorno fa).

In ogni caso, sul podio della prima gara sono andati tre piloti con un’età complessiva di 73 anni: praticamente tre ragazzini, i piloti Ferrari totalizzano 66 anni in due, per dire. Da questo punto di vista, almeno, si può davvero dire che è l’inizio di una nuova era. Per il resto, tra i primi otto, ci sono due Ferrari, due McLaren, una Mercedes, una Red Bull, una Williams e una Force India. La sorpresa Catheram, che in molti prospettavano, sembra sia ancora in fase transizionale, diciamo. In ogni caso, vorrei ricordare che anche l’anno scorso, all’esordio a Melbourne, la Red Bull non era sembrata particolarmente in palla, in gara: vinse Raikkonen su Lotus, davanti ad Alonso, terzo Vettel: il tedesco era partito primo, ma poi la macchina non andava come doveva e, perdendo tempo qua e là, si era trovato dietro dopo i vari cambi gomme. A fine stagione, divenne campione del mondo con 13 vittorie su 19 gare e 397 punti contro i 242 di Alonso, che finì secondo.

La stagione è appena iniziata, la gara non è stata granché, ma si è visto di peggio. Speriamo che la Ferrari ricominci a vincere, così la RAI riprende l’esclusiva per la diretta TV: il commento della BBC è sicuramente meglio, ma chiedere il canone e non trasmettere la Formula 1 è davvero un’infamata.

Letta non mi ha chiamato al MIUR.

Enrico Letta ha presentato poco fa la lista dei Ministri del Governo che è stato chiamato a formare. A parte le polemiche sull’inciucio o sull’alleanza (ma, a meno che non ci fosse qualche eccezione alla regola matematica del dividere per 2, almeno due schieramenti dovevano mettersi insieme per fare un Governo), mi sono incuriosito su chi sono i nominati.

Enrico Letta, “giovane” vice segretario del PD, di area centrista, è il nipote di Gianni Letta, braccio destro di Berlusconi. Non ne avevo avuto grande considerazione finché non ho visto la diretta streaming dell’incontro con i M5S, lì mi è sembrato decisamente preparato, se non brillante.

Angelino Alfano (interni e vicepresidente) è un personaggio difficile da identificare. Giovane, posizionato alla segreteria del PDL da Berlusconi senza un grande background, dà una cattiva impressione forse più perché, se improvvisa, viene sistematicamente contraddetto dal suo capo. Pescando tra i dirigenti del suo partito poteva andare peggio.

Filippo Patroni Griffi (sottosegretario alla presidenza) è un ex magistrato, già ministro con Monti, già segretario dell’autority per la privacy, già alto dirigente del ministero per la Pubblica Amministrazione, ha forse una collocazione leggerissimamente di sinistra. Sicuramente, per usare le parole di Letta, è uno che la patente la ha da secoli.

Mario Mauro (difesa) è un accademico, con esperienze nel centro-destra, gode della fiducia di Monti e, con Moavero Milanesi è un po’ il ticket che Letta deve pagare a Scelta Civica. Sinceramente, mi sembra uno di cui si poteva anche fare benissimo a meno.

Anna Maria Cancellieri (giustizia) è famosa per essere stata ministro dell’interno con Monti, qualcuno l’aveva proposta anche come Presidente della Repubblica: non era certo uno dei nomi peggiori in circolazione.

Emma Bonino (esteri) è fin troppo famosa, è stata ovunque, con chiunque, a fare qualunque cosa. Sicuramente un personaggio rappresentativo della nostra storia politica, piuttosto nota in Europa, della mia simpatia, qualora ne godesse, non se ne farebbe granché.

Fabrizio Saccomanni (economia) è un economista, direttore generale della Banca d’Italia dal 2006. Ufficialmente non ha mai avuto incarichi politici, o quantomeno non ha mai avuto bandierine troppo evidenti sulla schiena. Potrebbe essere un buon elemento per trattare con i vari Olli Rehn e Wolfgang Schäuble, non dovrebbero essere in condizioni di negletterlo.

Gaetano Quagliariello (riforme istituzionali) è politico dalla culla, di centro-destra moderato, dopo essere stato indicato da Napolitano tra i “saggi” ha avuto la strada spianata per arrivare ad un ministero dove, da qualche governo a questa parte, le buone intenzioni sono ordini di grandezza superiori ai risultati.

Flavio Zanonato (sviluppo) è il sindaco di Padova, del PD, alla fine del secondo mandato. Già il fatto che sia del PD e sindaco di Padova dovrebbe farci ben sperare sulle sue capacità. È stato comunista, qualche decennio fa, non è dato sapere se qualcuno lo ha detto a Berlusconi.

Maurizio Lupi (trasporti) è un volto noto del PDL, troppo noto perché possa dire qualcosa di più qua.

Nunzia di Girolamo (agricoltura) è molto giovane, avvocato, assurta alle cronache per i complimenti ricevuti da Berlusconi e per essere la moglie di Francesco Boccia, uno che nel PD è visto come tra i più stretti collaboratori di Letta. Mettendo insieme tutto, non so cosa ci sia da sperare.

Maria Chiara Carrozza (istruzione, università e ricerca) è ingegnere, dovente universitario e rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, uno dei massimi istituti universitari d’eccellenza d’Italia. Sarà che è il mio settore, ma la nomina di un personaggio di questo calibro in questo ministero mi dà qualche speranza.

Beatrice Lorenzin (salute) viene da una carriera politica in Forza Italia e PDL, difficile dire dove abbia mostrato grandi doti o altro. Il confronto (almeno ai miei occhi) con il nome precedente è impietoso.

Enrico Giovannini (welfare) economista, è presidente dell’ISTAT. Non sono un entusiasta delle statistiche, ma in teoria dovrebbe esser uno che il polso della situazione ce l’ha. Anche lui nominato tra i “saggi” di Napolitano, appare tuttavia piuttosto lontano dal mondo politico: ha collaborato con La Repubblica e Il Sole 24 Ore.

Andrea Orlando (ambiente) piuttosto giovane, del PD, non ha mai avuto grandi ruoli con cui mettersi in luce, né ha mai fatto molto altro che il funzionario di partito. Difficile da valutare.

Massimo Bray (turismo e beni culturali) è direttore editoriale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, cioè quello che sovrintende la scrittura della Treccani. Il background culturale non sembra da sottovalutare, visti certi suoi predecessori (Bondi, per dirne uno) potrebbe anche fare una bella figura.

Carlo Trigilia (coesione territoriale) è un sociologo con diverse esperienze accademiche nazionali e internazionali. Neodeputato del PD è anche alla prima esperienza politica di rilievo. Il curriculum non sembra male, ma, almeno per me, era un perfetto sconosciuto.

Enzo Moavero Milanesi (politiche comunitarie) è un giurista, è stato alla Corte Europea di Giustizia e viene confermato al ministero dove lo aveva voluto Monti. Non è emerso granché del suo operato da ministro, sui media, ma pare che in molti abbiano molta fiducia in lui.

Graziano Delrio (affari regionali) è presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, medico, pare molto stimato sia dai suoi cittadini che dai suoi compagni di partito (PD). Poco presente sui media, nelle rare occasioni in cui ha avuto da dire, ad esempio sull’IMU, non ha dato una cattiva impressione.

Josefa Idem (pari opportunità, sport, giovani) nata in Germania, un oro olimpico, 5 campionati del mondo e svariati podi nel kayak, è sicuramente più nota per lo sport che per altro. Quando parla dà sempre un’eccellente impressione, è neosenatrice del PD, ma per formazione sembra più un tecnico, a quel ministero.

Dario Franceschini (rapporti col parlamento) è un personaggio fin troppo noto della politica degli ultimi anni. Il fatto che stia ad un ministero abbastanza marginale è tutto sommato consolante.

Cecile Kyenge (integrazione) è nata in Congo, medico, viene da una serie di incarichi locali col PD. Attivista per l’integrazione degli immigrati da anni, sebra decisamente una scelta azzeccata per quel ministero. Anche lei è alla prima legislatura in Parlamento.

Giampiero D’Alia (pubblica amministrazione) è un avvocato dell’UDC, alla quarta legislatura, benché nome poco notonel panorama politico, è tra i “veterani” del governo. Pare che sia tra i parlamentari più attivi e che, in passato, abbia espresso opinioni piuttosto controverse su temi come la libertà di espressione su internet. Non un ottimo biglietto da visita, per chi scrive su un blog.

Complessivamente, ci sono svariati “volti nuovi”, alcuni volti vecchi e francamente poco rassicuranti, diverse personalità di un certo spessore, quantomeno secondo il mio punto di vista. Sicuramente non è il Governo dei sogni di nessuno, né a destra, né a sinistra, né per Grillo. La curiosità di vedere quanto durerà e cosa riuscirà a combinare è forte, comunque.

Giocare al rialzo.

E niente, Marini non è stato eletto Presidente della Repubblica. Devo dire che non sono troppo dispiaciuto, non era il mio candidato ideale, e non perché poteva essere eletto con un voto bipartisan con Berlusconi. Ora tutti i più fini cervelli della politica italiana staranno valutando le brillanti strategie del futuro, e vorrei infilarmi in questo gioco, dal basso della mia impreparazione.

Intanto va di moda, che tutti possano ricporire qualunque carica, anche senza nessuna preparazione.

Ecco, secondo me, il centrosinistra, che conta su quasi metà del corpo elettorale, ha tre possibilità.

La prima è un grossissimo errore, ed è aspettare la quarta votazione per riproporre un nome condiviso col PDL.

La seconda è un errore madornale, ed è seguire il M5S su Rodotà e dare il paese in mano a Grillo.

La terza è un grosso rischio, ma potrebbe funzionare: sorpassare Grillo sul suo campo e proporre uno come Zagrebelsky. Grillo non potrebbe dire, senza generare malumori nel movimento, “Rodotà sì, Zagrebelsky no”. Berlusconi ne uscirebbe con le ossa rotte. Il PD potrebbe dichiarare di aver portato il “suo” candidato al Quirinale. Di fatto, con tutte le incognite che cercare di riproporsi al M5S da una posizione di relativa forza può comportare, penso che sarebbe l’unica tattica non suicida per Bersani.

Quando sei in difficoltà, se non giochi al rialzo, nella migliore delle ipotesi limiti i danni, che però sono già parecchio gravi. Tanto vale sparigliare.

Il tifo e la politica.

Vorrei dire subito che con “tifo” intendo quello da stadio e non la malattia, ché sono contrario alle forme di “devono morire tutti” che vanno di moda di questi tempi.

Per me la notizia del giorno è questa: Di Canio nuovo allenatore del Sunderland e l’ex ministro degli esteri laburista Miliband lascia il ruolo di Direttore Esecutivo della squadra per le insanabili divergenze politiche con il nuovo allenatore. Vorrei sottolineare come il panorama politico britannico sia piuttosto semlice, rispetto al nostro, con un partito Conservatore (di nome e di fatto), un partito Laburista (simile per collocazione al nostro PD) e un partito Liberal-democratico (fusione di un partito Liberale e di uno Social-Democratico, un partito di centro, nel complesso). Rispetto all’Italia, la percezione del fascismo è molto diversa, ci sono stati due partiti fascisti, prima della seconda guerra mondiale, ma entrambi molto piccoli e, di fatto, storicamente irrilevanti. Anche il comunismo non ha mai attecchito veramente, quindi, di fatto, possiamo semplificare dicendo che, per un cittadino britannico, l’arco parlamentare è molto più “stretto” che per un cittadino italiano. Ciononostante, Miliband ha voluto marcare questa incompatibilità con un allenatore di calcio dichiaratamente fascista, esponendosi alle critiche dei sostenitori del suo club per una questione di principio.

Per una questione politica, Miliband ha messo da parte il tifo e rimarcato con forza il suo essere antifascista sempre e comunque.

Da noi, spesso il tifo e la politica si intrecciano in modo un po’ diverso. Noi tifiamo per i nostri partiti. Come i tifosi del calcio, questo ci rende assolutamente irrazionali e disposti a credere qualunque cosa ci venga detta. Se siamo tifosi del PD, ci sembra che Bersani abbia fatto un figurone, con i 5 Stelle, durante le consultazioni, se tifiamo Grillo viceversa. Se tifiamo Berlusconi, siamo perfino pronti a credere che Ruby menta quando dice di non essere nipote di un dittatore. Il nostro tifo politico porta qualcuno di noi a trovare giustificazioni anche per chi difende il fascismo, che, storicamente, ha preso un’Italia arretrata ma florida (Mussolini divenne Primo Ministro quando il bilancio dello Stato era in positivo, per dire) e lasciato un’Italia devastata dalla guerra e piena di famiglie che piangevano i loro morti (circa 440.000, sempre per dire).

Per una questione di tifo, a volte, mettiamo da parte la politica e ci accontentiamo dei cori da stadio, anche alle elezioni.

Porcellum e responsabilità.

In un precedente post parlavo come sia sempre più evidente che la gente rifugga le sue responsabilità, cercando di addossarle a qualcun altro o, quando il proprio nome è legato indissolubilmente ad un problema, cercando di spargerle sul maggior numero di persone possibile. In Parlamento, spesso, non si fa eccezione.

La legge elettorale con cui siamo andati alle urne è la n. 270 del 21 dicembre 2005, nota come Legge Calderoli dal nome del suo principale estensore. La legge prevede che i partiti si presentino da soli o coalizzati e che il soggetto che riceve più voti abbia un “premio di maggioranza” che, in teoria, dovrebbe garantire la governabilità. Questo premio di maggioranza viene attribuito su base nazionale per la Camera dei Deputati e per ciascuna regione per il Senato della Repubblica. Nelle recenti elezioni politiche il Centro-Sinistra ha ricevuto poco più di dieci milioni di voti e 340 seggi alla Camera, il Centro-Destra centoventimila voti in meno e 124 seggi. Si può opinare se sia accettabile che un solo voto, in linea di principio, possa determinare una maggioranza così forte, ma sicuramente questa legge determina un vincitore.

Al Senato, i premi di maggioranza sono attribuiti regione per regione e i seggi sono ripartiti sulle regioni su basi demografiche. Per questo la Lombardia, che conta un sesto della popolazione nazionale, risulta determinante per ottenere la maggioranza dell’assemblea. In molti hanno definito la Lombardia “Ohio d’Italia”, in riferimento alle elezioni presidenziali americane, dove quello stato risulta determinante. In realtà, l’Ohio può essere determinante perché non ha una connotazione consolidata, ma Repubblicani e Democratici si contendono ogni volta la maggioranza. Un confronto più sensato sarebbe con la California che, come la Lombardia, essendo lo stato con la popolazione più grande, è anche lo stato col maggior numero di rappresentanti. Tornando al nostro sistema, per ciascuna regione c’è un certo numero di senatori e il soggetto politico, partito o coalizione, che prende più voti in ciascuna regione, prende almeno il 55% dei seggi. È evidente come questo non garantisca affatto la gorernabilità, soprattutto tenendo conto che, numeri alla mano, chi vince Lombardia, Veneto e Sicilia lascia agli altri un massimo di 168 senatori, contando di prendere tutti quelli di Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta, Molise (regioni che hanno un sistema leggermente diverso di distribuzione dei seggi) e circoscrizione estero. Ovviamente qui si considera che ci siano solo due partiti, una situazione molto ideale, rispetto alla realtà italiana. Essendo la maggioranza assoluta pari a 158 senatori, di fatto, se qualcuno vince Lombardia, Veneto e Sicilia, al Senato non può perdere. Negli ultimi vent’anni, in quelle tre regioni, ha sempre vinto il Centro-Destra: di fatto, la legge Calderoli è perfetta per non far perdere mai il Centro-Destra. In tre occasioni, una volta ha stravinto (2008) e due volte ha “non perso” (2006 e 2013). Calderoli definì la legge “una porcata”, dopo le modifiche apportate dal Parlamento, Giovanni Sartori le diede il nome con cui la definiamo d’abitudine, “Porcellum”, ma bisogna ammettere che risponde egregiamente allo scopo di garantire un certo potere al Centro-Destra, quantomeno finché le regioni dove sono storicamente forti non cambieranno colore. Calderoli è un maledetto genio, lo dico un po’ a malincuore.

Rispetto al 2006, quando i seggi se li spartirono Unione e Casa delle Libertà, da quest’anno ci saranno quattro gruppi a sedere in Senato: Centro-Sinistra, con 119 seggi, Centro-Destra, con 117, Movimento 5 Stelle, con 54 e Lista Monti, con 18. Ora viene la parte relativa alla responsabilità. La prima cosa che noi italiani ci dobbiamo aspettare da quesi parlamentari è che trovino una maggioranza per formare un Governo. La mancanza di un Governo, presumibilmente, ci costerà dei soldi, sotto forma di tasse aggiuntive, di stipendi decurtati, di prelievi sui conti correnti, sotto qualunque forma. Per questo, è meglio che si mettano d’accordo e possibilmente alla svelta. Uno schemino delle possibili ipotesi lo ha fatto il Corriere della Sera e si può vedere qui. Molti arricceranno il naso pensando “al solito inciucio”, ma vorrei che si guardasse anche alle opportunità che questo scenario ci offre. Se Centro-Sinistra e Movimento 5 Stelle trovassero un accordo, potrebbero far definitivamente tramontare l’era Berlusconi, e sarebbe un fatto storico. Se Centro-Sinistra e Centro-Destra fossero costretti a trovare un accordo, per non perdere la poca credibilità residua presso gli elettori, dovrebbero fare un’azione fortemente orientata a screditare il Movimento 5 Stelle, e penso che ci potrebbero riuscire. Monti, in questo scenario, può pensare di godersi lo spettacolo per un po’ oppure cercare un accordo con il Centro-Sinistra che, in caso di spaccatura nel M5S, potrebbe portare ad una maggioranza nemmeno così eterogenea come le altre.

In ogni caso, i proclami di chi oggi dice “mai con nessuno” sono solo un buon modo di cercare di scaricare le proprie responsabilità su qualcun altro. Trovo che cercare di capitalizzare alle prossime elezioni i problemi che un anno di ingovernabilità provocherà ai cittadini sia criminale. Non è meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso.

Berlusconi nel giorno della memoria.

Oggi, sessantottesimo anniversario della liberazione dei prigionieri di Auschwitz, Berlusconi ha dichiarato che “il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi, invece, aveva fatto bene”. Riporto le parole esatte come si sentono dalla sua voce in questo video. Questo ha scatenato la reazione semiseria di twitter, con l’hashtag #riscrivilastoriacomesilvio, e quella molto più seria di giornalisti ed esponenti politici. Mi è piaciuta particolarmente quella di Beppe Giulietti su Il Fatto Quotidiano. In Germania, dove sulla storia della seconda guerra mondiale e dell’olocausto i personaggi pubblici cercano di misurare le parole un po’ di più che da noi, Die Welt, quotidiano conservatore, scrive “Berlusconi ha scioccato gli italiani: partecipando ad una commemorazione per le vittime dell’olocausto l’ex Primo Ministro ha elociato il dittatore fascista Mussolini”.

Ora io mi domando perché Berlusconi abbia pensato di dire una cosa del genere, per di più a quattro settimane dalle elezioni. È evidente che, se parli bene di Mussolini nella Giornata della Memoria, troverai un miliardo di persone pronte a spararti addosso. Per questo mi sento a disagio davanti all’affermazione di Berlusconi, perché non riesco a spiegarmela. Non riesco a pensare che sia una semplice boutade, una frase detta con leggerezza, senza pensarci troppo e senza dare importanza alle parole. Mi viene il sospetto che sia una frase indirizzata a quanti, in Italia, ancora pensano che “con lui i treni erano in orario”. Mussolini ha preso in mano un paese arretrato, ma in rapida evoluzione, con un bilancio in attivo, persino, e, l’8 settembre del 1943, è stato deposto da capo del governo di un paese devastato, impoverito, imbarbarito, nel mezzo di una guerra costata la vita a oltre quattrocentomila italiani.

Il problema non è Mussolini che dice che, in fondo, Mussolini è stato un bravo leader, ma la tanta gente che lo pensa.

Ingroia si candida e ha un programma.

Antonio Ingroia è diventato famoso all’inizio del luglio scorso per un’inchiesta sui rapporti tra Stato e mafia, soprattutto quando è venuto fuori che erano state intercettate alcune telefonate del Presidente della Repubblica. Si era a quel punto palesato un potenziale conflitto di attribuzione poiché, secondo la legge vigente, il Presidente della Repubblica non può essere intercettato se non in casi molto particolari. Sulla base di questo, il 4 dicembre scorso, la Corte Costituzionale ha decretato che le registrazioni andavano distrutte.

Nel frattempo, Ingroia accettato (o richiesto e ottenuto, non mi è chiaro) un ruolo di un certo rilievo in Guatemala, per conto dell’ONU. Si era alla fine di luglio, quando commentava l’attribuzione di questo incarico. Immediatamente dopo la decisione della Consulta, Ingroia si è trasferito in Sud America, mantenedo comunque un interesse opportunamente pubblicizzato sulle questioni politiche italiane. Di lì a dichiararsi disponibile alla candidatura e candidarsi a leader di una coalizione, il passo è stato breve.

Da un po’ di giorni, sul sito di Rivoluzione Civile, il movimento di Ingroia (un concetto ossimorico che ricorda il Partito Rivoluzionario Istituzionale che ha governato in Messico per decenni), c’è un manifesto programmatico in 10 punti, invero interessante.

Il punto 1) è di una ovvietà disarmante.

Il punto 2), con l’accenno alla diversità di genere, assume contorni inquietanti, se non viene spiegato meglio.

Il punto 3), facendo riferimento al potere dei privati nella ricerca e nell’università, denota una certa scollatura dalla realtà, essendo l’Italia tra gli ultimi dei paesi sviluppati in quanto a investimenti privati nella ricerca.

Il punto 4) è sacrosanto, ma non ho mai sentito nessuno che non l’abbia messo nel suo programma.

Il punto 5) è interessante e lo diventerebbe ancora di più se, come nota a pié di pagina, ci fosse una proposta di soluzione per la questione dell’ILVA di Taranto. Io, però, non l’ho trovata.

Il punto 6) si piazza a metà tra 1) e 4).

Il punto 7) è il primo a definire un’azione concreta, di fronte a cui si può essere d’accordo o meno: per questo è lodevole.

Il punto 8) sarebbe una vera rivoluzione, ma non mi è chiaro dove trovare amministratori capaci scevri da qualunque collocazione politica, anche uno che non ha tessere di partito ha delle idee, che lo avvicinano più a un partito che ad un altro.

Il punto 9) sa di slogan trito e ritrito, in particolare questa cosa del cambiamento, che a furia di ripeterla mi dà sempre di più l’impressione di voler dire “tutti quelli che ci sono ora sono idioti”. Invece di inseguire il cambiamento, non potremmo cercare qualcuno valido davvero e poi tenercelo il più a lungo possibile?

Il punto 10) è stato presumibilmente introdotto per fare numero tondo.

In tutti questo, l’impressione che Ingroia abbia usato la notorietà portatagli dalla storia del Guatemala e ancora di più da quella delle intercettazioni al Presidente della Repubblica come trampolino di lancio è, tragicamente, difficile da scartare a priori.

Una certa stampa di sinistra.

Berlusconi si ricandida (o forse no, a questo punto se i Maya avessero ragione ci leveremmo un pensiero, perlomeno) ed è come una bomba a mano su una scacchiera.

Le primarie del centrodestra sono saltate, se fossi uno di quelli che hanno firmato non so se sarei contento.

Alcune possibili alleanze sono diventate impossibili, o almeno c’è chi lo giura.

I mercati hanno reagito con grande nervosismo, fino a far dichiarare a Berlusconi che lo spread non importa a nessuno (se non fosse che gli interessi dei BTP saranno finanziati nei prossimi anni con le nostre tasse) e che gli attacchi sui mercati sono mirati a destabilizzare la situazione politica e influenzare le scelte degli elettori.

In Italia, Berlusconi si lamenta che la stampa è nelle mani della sinistra, per cui, qualunque cosa succeda, la colpa viene data a lui. È anche possibile, ma dovrebbe domandarsi se, con il culto della personalità che si è creato, non ha contribuito lui stesso, a diventare il parafulmine di parecchie critiche alla classe dirigente. Classe che, in ogni caso, rappresenta e di cui è uno dei membri più influenti.

All’estero tende a lamentarsi delle stesse cose, anche se ci vuole un po’ di fantasia per credere che la stampa internazionale sia succube in blocco della sinistra italiana. In questo momento sono in Germania, mi è capitato di parlare con colleghi di qui e di percepire una certa preoccupazione all’idea che Berlusconi possa vincere un’altra volta le elezioni. In fondo, la salute dell’economia tedesca è dipendente dall’Euro e una crisi dell’Euro non credo che porterebbe grandi vantaggi nemmeno qui. Sul fatto che i giornali non siano teneri con lui, comunque Berlusconi ha le sue ragioni, per esempio Handesblatt (una sorta di Sole 24Ore tedesco) lo definisce un pappagallo che parla a sproposito e terrorizza i mercati di tutta Europa, riportando, in un articolo di 3 giorni fa, anche un riassunto degli scandali in cui è stato coinvolto. Effettivamente, una critica piuttosto dura, da un giornale che, almeno a prima vista, non dovrebbe essere di sinistra.

Nel resto d’Europa le cose non cambiano, il Guardian inglese (che è della sinistra inglese, diciamo tipo i nostri Liberali della prima repubblica) parla di ritorno della mummia, alla notizia della candidatura. El País in Spagna dice che, finalmente, dopo il declino sotto Berlusconi e i tentativi di risalita con Monti, l’Italia può redimersi con nuove elezioni (a patto di fare scelte intelligenti). Le Monde prevede una campagna elettorale “rude”, con tutti i temi del populismo che Berlusconi ha sempre messo sul piatto per catalizzare il consenso. Oltreoceano, uno dei mewsroom online più influenti (citato dal New York Times su svariati temi economici), il Business Insider, dice senza mezzi termini che la candidatura di Berlusconi è “il peggior incubo per l’Europa” e negli Stati Uniti la sinistra non esiste. La maggior parte dei giornali stranieri (e della gente con cui si può avere a che fare all’estero) di Berlusconi ha l’immagine che, ai tempi delle dimissioni, un anno fa, ne aveva dato l’Economist, l’uomo che ha fo**uto un intero paese. L’Economist, per circostanziare, è un settimanale inglese di finanza che ha sempre propugnato il liberismo, non certo idee di sinistra.

La cosa più seccante, quando si è all’estero, è che in quanto italiano tendono ad identificarti con Berlusconi. Estremamente deprimente.

Sallusti e le catene di responsabilità.

La notizia del giorno è che hanno arrestato Sallusti. Sono settimane che si sente parlare di questa eventualità, fino ad una proposta di legge “d’urgenza” per cambiare l’attuale legge, che, di fatto, identifica nel direttore di un giornale il responsabile ultimo di quello che un giornale pubblica. Ora, quello che è successo è abbastanza chiaro. Su Libero, quotidiano allora diretto da Alessandro Sallusti, appare un articolo a firma Dreyfus in cui si accusa un giudice di aver costretto una ragazzina ad abortire. Continua col caldeggiare la pena di morte per giudice, genitori e medico della ragazzina e fa un discorso sulla morale, sull’etica, sull’aborto, in toni molto enfatici e piuttosto pesanti. Il giudice ha denunciato il giornale e ha condannato il direttore, in quanto responsabile di quello che viene pubblicato sul suo giornale, soprattutto se si tratta di un articolo anonimo.

Ora, non ho nessun titolo per entrare nel merito dell’articolo né della sentenza, però mi pare interessante come gli altri girnalisti e anche molte persone al di fuori del mondo del giornalismo hanno reagito a questa vicenda. L’idea che Sallusti potesse andare in carcere per l’articolo scritto da qualcun altro ha fatto arricciare il naso a molti, soprattutto tra i suoi colleghi. È effettivamente seccante pensare che, a causa di un proprio subordinato, un dirigente possa finire in carcere, ma questo fa parte del concetto di responsabilità, a mio avviso. Sallusti non viene condannato perché non ha voluto rivelare l’identità di Dreyfus (che poi si è visto essere un parlamentare), ma perché aveva la responsabilità di vigilare sui contenuti pubblicati sul giornale che dirigeva.

Il discorso è estremamente semplificato, ma questo cercare di confondere le catene di responsabilità, in tutti i campi, lo trovo davvero pericoloso. Se per il caso giornalistico ci possono essere dei margini di miglioramento della legislazione, anche se non saprei cosa suggerire, in molti altri ambiti trovo questo rifiuto delle responsabilità un po’ preoccupante. Poniamo il caso di un ponte, che viene costruito male e che poi crolla. nel nostro sistema, la ricostruzione della catena di responsabilità è estremamente ardua. Lo Stato dirà che il ponte era fuori norma, il costruttore dirà che il progetto era sbagliato, il progettista che il costruttore ha lavorato male o che i materiali erano inadeguati, il fornitore dei materiali che le specifiche erano sbagliate e così via. Alla fine, vista l’impossibilità di attribuire la responsabilità a qualcuno, non la si attribuisce a nessuno.

Spero in un mondo in cui la gente si prende delle responsabilità con più entusiasmo di quello che, oggi, dimostriamo nello scaricarle.