Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

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Quello che vorrei sentirmi dire da un Partito.

Non sono un fan di Renzi e credo che non sia una novità. Non amo Grillo né il suo movimento, e anche questo penso sia più che noto. Questo mi mette in difficoltà, perché non amo disperdere il mio voto. Bello votare una volta nella vita il piccolo partito eroico che, alla fine, prenderà lo 0,8% dei voti, ma non può diventare un’abitudine: ogni tanto, le elezioni bisogna anche vedere di vincerle, ché non sono le olimpiadi. In questi giorni, leggo su Twitter degli interventi al Congresso di SEL. Ci sono cose che leggo volentieri, altre meno, alcune mi lasciano indifferente.

Quello che vorrei sentirmi dire, in fondo, non è così difficile o estremo. Vorrei innanzi tutto che il mio Partito Immaginario si presentasse come un partito di sinistra. Sinistra e destra non sono concetti superati. Sono concetti che, nel tempo, hanno cambiato connotazione: è cambiata la società e, insieme, è cambiato il modo in cui la politica può dare risposte ai problemi. Non è cambiata la differenza di approccio tra chi crede che la società debba essere più presente nel proteggere i suoi membri più deboli, o più “leggera”, in modo da non rappresentare un peso per i suoi individui più forti. Questa distinzione non credo potrà mai diventare obsoleta, chi dice il contrario, di solito, vuole essere di destra ma si vergogna ad ammetterlo.

Essere di sinistra, per il Partito Immaginario, significa confrontarsi con gli altri partiti che si dichiarano di sinistra. Ovviamente, il PD in primis. Io credo che, per un partito di sinistra, attaccare il PD sia una scelta stupida e sbagliata, ma molto semplice, se non si ha la forza di esprimere idee interessanti. Il mio PI dovrebbe collocarsi a sinistra del PD e dichiarare la sua volontà di non essere alternativo a questo, ma complementare. Dovrebbe spingere per un’alleanza eterna col PD: a chi arguisse “ma allora tanto vale essere una corrente nel PD”, dovrebbe ribattere che non è così, due partiti alleati, tra centro-sinistra e sinistra, possono far meglio di uno. Possono dirigere il timone di un Governo secondo il loro peso relativo, cioè secondo la volontà degli elettori. Non è poco. Dovrebbe voler essere al posto del NCD, non attaccare il PD perché è con il NCD.

Naturalmente, dovrebbe avere delle idee. Alcuni slogan la sinistra li ripete da sempre, e non vanno mai a male. Internazionalismo, pacifismo, equa distribuzione delle ricchezze, uguaglianza, meritocrazia, ad esempio. Internazionalismo non vuol dire perdita dell’identità nazionale, vuol dire portare la propria esperienza e ricchezza e accrescersi condividendo con gli altri. Pacifismo non vuol dire “basta F35”, vuol dire “spingiamo per un vero processo di pace in Medio Oriente”: quando non ci saranno focolai di guerra per ogni dove, potremo anche dire “basta F35”. Equa distribuzione non vuol dire reddito di cittadinanza, vuol dire salari equi e tassazione ragionevole: oggi sono troppo bassi i primi e troppo alta la seconda. Uguaglianza non vuol dire omologazione, ma dare a tutti le stesse opportunità. Meritocrazia non ha bisogno di spiegazioni, ed è anche la logica conseguenza dell’uguaglianza come l’ho definita ora.

Oltre questi grandi temi, ce n’è uno che, secondo me, andrebbe affrontato con grande determinazione. Se si parla tra dipendenti, magari statali, l’opinione comune è che tra professionisti e imprenditori ci siano avvoltoi, evasori fiscali, sfruttatori della manovalanza, ogni sorta di malfattori. Se si parla tra imprenditori o commercianti, i dipendenti pubblici diventano fannulloni, burocrati, succhiasangue incompetenti. C’è, secondo me, una stratificazione di problemi, che ci porta a questo. Lo Stato ha le sue responsabilità, tra l’incapacità di raccogliere le tasse, il regime fiscale pazzesco, le sacche di inefficienza e la mancanza di incentivi o punizioni per i suoi dipendenti buoni o cattivi. Da lì, secondo me, lo Stato dovrebbe ripartire per ritrovare credibilità presso i suoi cittadini. Una volta si diceva “lavorare meno, lavorare tutti”, oggi io direi “lavorare meglio, essere più felici”.

Non chiedo tanto, ma, rispetto a quello che trovo, chiedo troppo.

Del perché i complottisti sono invincibili.

Non vorrei che pensaste che sono accondiscendente con i complottisti di vario genere, non è così. Sono anche fortemente critico nei confronti della Chiesa, quando esprime giudizi strampalati su questioni che non la riguardano. Ciononostante, penso sia una battaglia contro i mulini a vento, quella contro certe categorie umane.

Prendete i complottisti. Sono convinti di conoscere una verità “scomoda”, che qualcuno, per loschi ed oscuri interessi, è intenzionato a tenere celata alle masse. Questo ci può portare a due conclusioni possibili: è vero (ma non mi viene in mente nessun esempio), oppure è una minchiata. Poniamo il caso di credere che sia vero. Ad esempio, potremmo considerare un ipotetico complotto per decristianizzare la nostra società, anche nelle piccole cose.

Pensate alle viti. C’erano una volta le viti Phillips:
phillips
Il loro significato mistico non può che esservi evidente. Portano una CROCE, il simbolo di Gesù e della cristianità. Ora, però, sui nostri computer portatili e i nostri smartphone (che, con Internet pretendono di assorbire completamente la nostra sfera spirituale) non ci sono più le viti Phillips, ma le Torx
torx
o peggio ancora le pentalobate
penta
che ricordano oltre ogni ragionevole dubbio una stella di Davide e un simbolo comunista, rispettivamente. Come non credere che ci sia un disegno, dietro tutto questo?

Poniamo che uno di noi scriva un perfetto ed esauriente post che dimostra come questa sia una minchiata, dicendo che è un modo del costruttore per scoraggiarti ad aprire il device senza essere capace (scoraggiarti, perché per 2 euro puoi comprare il cacciavite più strano nel primo negozio di cianfrusaglie cinesi che trovi). Chi ci crede reagirà dicendo che, essendo scienziati, cioè materialisti, cioè mangiapreti, cioè, presumibilmente, comunisti, facciamo parte del complotto e quindi ovviamente cerchiamo di negare che il complotto esista, tutti sanno che un complotto fallisce quando viene scoperto. Inoltre, molto spesso, chi crede alle teorie del complotto lo fa per una sua esigenza interiore: essendo insoddisfatto della realtà ed incapace a cambiarla, deve credere che ci sia un qualcuno che trama per impedirglielo. Questo ha risultati terribili, come insegna la storia dei Protocolli dei Savi di Sion, ad esempio.

Mettendo insieme tutto questo, mi sono rassegnato all’idea che il complottista sia invincibile, a meno che si verifichi una delle seguenti condizioni. Primo caso, che la teoria crolli in modo inequivocabile e roboante, poniamo Vannoni che muore dopo aver provato la cura Stamina (ma non credo che sia tanto pirla da provarla su se stesso). Secondo caso, non nasca una teoria del controcomplotto che faccia serpeggiare il sospetto che chi dice che le viti Torx e pentalobate sono “emissari del laicismo sfrenato” sia in realtà mosso da oscure e inconfessabili mire a sua volta. Voglio dire, normalmente, la reazione di chi crede alla teoria del complotto è emotiva, quella di chi non ci crede è razionale. Con uno scossone emotivo puoi far cambiare idea ai primi, con una prova razionale (un test clinico serio sul metodo Stamina che dia risultati positivi) puoi far cambiare idea ai secondi. Finché non si entra nel registro comunicativo dell’altro, si tende ad arroccarsi sulle proprie posizioni senza poter fare nessun passo avanti, anzi, al limite rafforzando le convinzioni dell’avversario.

Giovani, donne e Quirinale

In queste settimane va di moda buttare lì nomi per il prossimo Presidente della Repubblica. Per un’analisi dettagliata delle sue funzioni e delle sue prerogative rimanderei a wikipedia, soltanto ricorderei i tre requisiti fondamentali, cittadinanza italiana, godere dei diritti civili e avere compiuto 50 anni, e alcuni aspetti fondamentali:

  • ratificare trattati internazionali;
  • essere capo di tutte le forze armate
  • convocare e sciogliere le camere
  • promulgare le leggi (o rimandarle alle Camere, sotto certe condizioni)
  • nominare il Presidente del Consiglio
  • presiedere il CSM

Questa lista mi sembra già abbastanza densa. Mi sembra abbastanza evidente che si cerchino personalità di un certo spessore, per proporle come inquilini del Quirinale. L’ideale sarebbe avere qualcuno che sappia barcamenarsi tra le faide politiche interne, abbia l’autorevolezza per non sfigurare come vertice della magistratura e il riconoscimento internazionale opportuno a rappresentare il Paese in modo degno, o meglio ancora, in modo più degno di quanto non meriti.

In queste settimane va anche di moda lamentarsi del poco spazio che donne e giovani hanno ai vertici delle istituzioni e delle aziende, per cui il bisogno di un Presidente della Repubblica donna (e magari non troppo anziano, compatibilmente con il limite d’età previsto dalla normativa), sembra davvero una rosea prospettiva. Premetto che non sono affatto contrario, anzi. Ritengo che non ci sia nessun lavoro di concetto che un uomo possa fare meglio di una donna solo perché è uomo. Ho l’impressione, però, che il problema non sia limitato al Presidente della Repubblica. Non c’è mai stato un Presidente del Senato donna, ad esempio. Alla Camera invece ci sono state Nilde Iotti, Irene Pivetti e Laura Boldrini. Evidentemente la terza carica dello Stato è più accessibile della seconda.

Ora mi domando dove potrei andare a pescare, per aggiungere nomi alle liste dei giornali. Tra gli ex presidenti della Corte Costituzionale, ad esempio, ma prendendo solo i nati dal 1940 in poi (tra parentesi l’anno di nascita):

  • Ugo De Siervo (1942)
  • Giovanni Maria Flick (1940)
  • Annibale Marini (1940)
  • Pietro Alberto Capotosti (1942)
  • Gustavo Zagrebelsky (1943)

Come ex Governatori della Banca d’Italia possiamo contare su Mario Draghi (1947) e Ignazio Visco (1949, ma è ancora in carica), i loro predecessori Antonio Fazio (1936, con qualche ombra sul suo operato) e Carlo Azeglio Ciampi (1920 e Presidente della Repubblica lo è già stato) non sono idonei.

Qualcuno ha proposto il nome di Dario Fo, per cui ho dato un’occhiata anche ai vincitori di premi Nobel (qua leviamo il limite del 1940, altrimenti non rimane nessuno):

  • Mario Renato Capecchi (1937)
  • Carlo Rubbia (1934)
  • Riccardo Giacconi (1931)
  • Dario Fo (1926)

Il primo e il terzo, vista la lungimirante politica italiana sulla ricerca, sono emigrati in America e non sono sicuro che abbiano la cittadinanza italiana, tra l’altro.

Eviterò di citare personaggi provenienti dalla politica di primo piano, ché sono già più che noti. Quello che mi salta all’occhio è che, di questa dozzina, ci sono solo uomini. I presidenti della Corte Costituzionale sono stati sempre e solo uomini. I Governatori della Banca d’Italia anche. Qualche Nobel è arrivato anche a donne italiane, ma al momento nessuna è vivente. Ovviamente, nessuno di questi personaggi può essere definitio “giovane”, nemmeno secondo i criteri di eleggibilità a Capo dello Stato.

Quand’anche ci trovassimo con un Presidente della Repubblica donna, e non ci scommetterei, rimarremmo comunque in una società in cui la maggior parte delle cariche più rilevanti sono affidate a uomini, per di più non giovani.

Votare pro o votare contro.

Il Governo italiano ci mette a disposizione questo sito in cui vengono raccolti tutti i sondaggi di argomento politico effettuati per la stampa italiana. Da una settimana non possono più essere pubblicati nuovi sondaggi, per cui i più recenti sono quelli dell’8 febbraio: sappiamo tutti che negli ultimi giorni prima del voto si verificano ancora movimenti nell’elettorato che possono cambiare anche significativamente i numeri, ma, grosso modo, lo scenario che tutti i sondaggisti prevedono è piuttosto ben delineato. A lato dei numeri, occorre anche tenere presente il sistema elettorale italiano, definito da chi lo scrisse “porcellum”, che alle mie orecchie non suona come un complimento. Alla Camera, la coalizione che ottiene la maggioranza relativa su base nazionale ha la maggioranza assoluta dei seggi. Al Senato lo stesso discorso si fa su base regionale, per cui, per avere la maggioranza assoluta al Senato, occorre avere la maggioranza relativa in molte regioni, soprattutto nelle più grandi.

Ora, tutti i sondaggi fino all’8 febbraio davano il Centrosinistra (SX) in netto vantaggio sul Centrodestra (DX), Movimento 5 Stelle (M5S) e Coalizione Monti (CM) vicine tra loro ma ben distanziate dai primi, Rivoluzione Civile (RC) e soci vicino all sogia di sbarramento e tutti gli altri a dividersi le briciole. Dalle dichiarazioni dei leader, si desume che, o qualcuno vince, o nessuno ha intenzione di fare coalizioni post-voto. In particolare, se non ricordo male:

  • M5S giura che non si alleerà mai con nessuno
  • SX e CM potrebbero allearsi, ma difficilmente senza perdere pezzi (SEL e FLI, ad esempio)
  • CM e DX potrebbero allearsi se DX esautorasse Berlusconi, ma la Lega giura di non volere
  • RC e SX potrebbero allearsi, ma stanno partendo con il piede sbagliato come nemmeno ai tempi di Bertinotti
  • FARE di Giannino potrebbe allearsi con CM, forse, ma difficilmente avranno un gran peso

A fidarsi delle parole dei leader, o qualcuno vince Camera e Senato, o la meno improbabile delle alleanze sarebbe SX senza Vendola con CM senza Fini (a patto che questo basti ad avere la maggioranza, beninteso). Nella peggiore delle ipotesi, non ci sarebbe nessuna possibile maggioranza e si dovrebbe andare ad elezioni anticipate in autunno, con l’unica speranza di riuscire ad ottenere, perlomeno, una legge elettorale meno schizoide, nel frattempo. Inoltre, il 15 maggio scadrà il mandato del Presidente della Repubblica, per cui il Parlamento appena rinnovato dovrà anche procedere all’elezione del suo successore. La situazione, qualora non ci fosse una maggioranza definita a livello di coalizioni così come sono definite sulla scheda elettorale, potrebbe rivelarsi piuttosto confusa.

Il 26 febbraio avremo, secondo me, una delle seguenti tre situazioni.

Primo, il SX vince sia alla Camera che al Senato e forma un governo da solo. In questo caso, avremo modo di giudicare l’operato di Bersani e dei suoi senza che abbiano nessuna attenuante o scusa.

Secondo, il SX vince alla Camera ma ha bisogno di CM per il Senato: si forma una specie di große Koalition come per il primo mandato Merkel in Germania, Monti diventa Presidente della Repubblica e Bersani Presidente del Consiglio con una maggioranza traballante.

Terso, i sondaggi sono profondamente sbagliati e chiunque prenda la maggioranza alla Camera non riesce, con la selva di veti incrociati, a mettere insieme una maggioranza al Senato, che è la peggiore delle ipotesi di prima.

Se fossi Bersani, alla luce dei sondaggi, avrei evitato ogni discorso sul voto per Berlusconi o contro Berlusconi. A questo giro mi sa che il voto è per Bersani o contro Bersani.

La legge non ammette ignoranza.

Se qualcuno commette un reato, non può essere assolto se dimostra di non sapere che la sua azione era proibita. Il concetto è semplice, ma la sua applicazione non è stata immune da critiche ed attacchi. Come per molti altri principi giuridici, l’applicazione non è del tutto lineare ed omogenea. Ad esempio, pensavo che tra mezzanotte e le sei di mattina le telecamere sulle corsie degli autobus non fossero attive, per cui una sera ho accostato per far scendere una persona senza fare manovre strane, contando che la strada era deserta per chilometri. Ho pagato la multa, alla fine, la mia ignoranza era giustificazione insufficiente.

Per altri, l’ignoranza è una scusa efficacissima per un sacco di cose.

Trovarsi ad abitare in una casa pagata da non si sa bene chi non si sa bene come, ad esempio.

Pagare una consulenza, dopo aver giurato che non lo si sarebbe fatto, senza accorgersene.

Confondere una lap-dancer marocchina con la nipote di Mubarak.

Farsi infinocchiare da un industriale che fa i propri interessi (e solo quelli).

Per questi, però, c’è una differenza non da poco. Sono stati eletti. Ora, per guidare un’auto serve la patente, per girare armati serve un porto d’armi, per utilizzare lo strumento più potente e pericoloso che abbiamo, cioè il voto, non serve nulla. Io vorrei che l’ignoranza non fosse ammessa dalla legge e che fosse obbligatorio, per tutti i cittadini, ad intervalli regolari, sostenere un esame di lettura, analisi e comprensione del testo di un articolo di fondo del Corriere della Sera. Per tutti quelli che non raggiungano la sufficienza, corsi obbligatori di lingua italiana, educazione civica ed elementi di diritto.

Così mi sembrerebbe più ragionevole, il concetto di “legge che non ammette l’ignoranza”.

Viaggiare in aereo e verbo annoy.

Il verbo annoy, in inglese, è un falso amico che non significa “annoiare”, bensì qualcosa come infastidire, far arrabbiare, disturbare. Non so bene quale dei tre verbi italiani lo renda meglio. Viaggiare in aereo, secondo me, ha diversi lati annoying. Non voglio qua né fare una classifica, della annoyances, né fare un “10 cose che non si possono sopportare in aereo”, diciamo che ne scrivo qualcuna che mi irrita davvero tremendamente.

La prima è la sindrome da battaglia navale. Le file degli aerei sono numerate, i sedili di ogni fila hanno delle lettere identificative. Se si è nella fila 23, non è il caso di controllare “1… 2… 3… no, la 23 non c’è ancora… 4…”. Le compagnie aeree sono parecchio burlone, ma non fino al punto di mescolare i posti sugli aerei. La fila 23 viene dopo la 22, e se ci vai speditamente siamo tutti più contenti.

Un’altra cosa terribile è la gente che, arrivata alla fila 23, decide di tornare indietro, andando controcorrente ad altre 100 persone che cercano di raggiungere la fila 24. Ho capito, devi chiedere un cuscino alla hostess perché così puoi fare il fenomeno che “senza cuscino arrivo con il collo distrutto, sa”, ma diamine, in un mondo civile dovremmo distruggerti camminandoti sopra, noi che cerchiamo invano di raggiungere il nostro posto.

Ho poi problemi con alcuni bambini. Non con tutti, sia chiaro. Ci sono migliaia di bambini che si comportano meravigliosamente, sull’aereo. Stanno seduti, giocano con qualcosa, fanno domande più o meno bizzarre a genitori e hostess, si emozionano e sono felici. Io adoro i bambini, quando sono così. Alcuni bambini, invece, urlano tutto il viaggio. Urlano per l’aereo che rolla sulla pista, urlano per l’aereo che decolla, urlano che vogliono l’acqua naturale, orlano che l’acqua non ha le bolle e così via. I miei istinti più bassi e bestiali si svegliano e ogni volta immagino modi cruenti e terribili per rendere orfani questi bimbi. Sia chiaro che sono d’accordo con il paparino che dice, allargando le braccia davanti alla hostess sconsolata, “che ci posso fare, sono bambini”. Già. LORO sono bambini, tu, paparino, no. Tu hai il dovere di fare del tuo meglio per educare i tuoi figli, è un dovere civico, morale, etico. Se non lo fai, io ti odio e penso di avere tutto il diritto di odiarti.

Una menzione a parte la meritano i genitori di bimbi molto piccoli. Innanzi tutto, sono bravissimi a trasmettere le loro paure ai simpatici fantolini. È risaputo che, se prendi un bimbo di pochi mesi e lo scuoti, il bambino ride come un matto. Se invece lo tieni in braccio durante una turbolenza e TU, genitore, TU sei in preda al panico, anche il bambino si spaventerà (non so se sia chimica, telepatia, increspatura nella forza) e piangerà come un dispperato. Datelo a me, da tenere, questo bimbo, così ci addormentiamo sia io che lui, cullati dal vuoto d’aria.

Alcuni genitori di bimbi molto piccoli, sui voli intercontinentali, hanno poi un talento fenomenale per trasformare lo spazio circostante i loro sedili in un porcile inimmaginabile. Qualunque cosa usino, facciano, mangino, bevano, viene invariabilmente sparsa sul pavimento. Coperte, sacchetti, succhi di frutta, merendine smozzicate, giornali, giochini, qualunque cosa. Mi è capitato di volare con più famiglie con lattanti e, sullo stesso aereo, vedere sia questa situazione che, all’opposto, genitori assennati che lasciano la loro fila di sedili utilizzabile senza dover essere data alle fiamme prima del volo successivo. Un mondo migliore è possibile, senza sforzi sovrumani, per di più.

La palma d’oro ai genitori più estrosi la darei a quelli che, subito dopo essere atterrati a Parigi, hanno deciso di cambiare il pannolino al bimbino. Gli effluvi hanno messo a dura prova anche le hostess che, pure, sono pronte a tutto.

Una hostess, brandendo un deodorante spray, ha salvato la vita a tutti noi. Eroica.

Problemi dell’Accademia 1: la Gerarchia.

Poiché vivo e lavoro nel mondo di università&ricerca da un sacco di tempo, in un modo o nell’altro, mi viene naturale desiderare di veder cambiate alcune cose che, secondo me, rendono inefficiente il mondo accademico italiano. Ho messo un numero nel titolo del post, l’idea è che questo sia il primo di una serie.

Parecchio tempo fa leggevo un articolo sulla necessità, per le aziende, di avere una politica chiara e definita per la sostituzione dei “capi”. L’articolo faceva riferimento, in particolare, alle grandi aziende quotate in borsa, per cui un cambio al vertice può indurre fiducia o sfiducia negli investitori e la mancata sostituzione di un leader è sempre deleteria. Sempre nell’articolo si cita una lite familiare tra due fratelli, per la successione al vertice di una grossa realtà industriale indiana, il caso di Steve Ballmer alla Microsoft e l’attacco che la Deutche Bank ha subito per non avere un successore designato a Josef Ackermann, l’attuale amministratore delegato.

Chiaramente, nel mondo della ricerca, quando un capo se ne va, le azioni non scendono. Ciononostante, il problema della gerarchia e della successione nei ruoli di coordinamento è secondo me molto importante. Un gruppo di ricerca ha tanta più forza quanto più riesce ad assumersi delle responsabilità e a portare avanti dei lavori nei confronti della comunità scientifica (credo si applichi anche ad ambiti non prettamente scientifici, ma la mia esperienza è legata alla fisica delle particelle, quindi faccio riferimento in particolare a quella). Per avere questa forza, quindi, un gruppo ha bisogno di essere composto da un numero “giusto” di persone e di essere regolato nel suo interno da regole gerarchiche definite. Questo secondo punto, su cui molti colleghi non saranno sicuramente d’accordo, è secondo me essenziale, sia per evitare di lavorare senza costrutto, come quando ciascuno fa quello che gli viene in mente, senza coordinamento, sia per consentire di avere il numero “giusto” di persone a cui facevo riferimento prima.

Poniamo il caso di un gruppo di scienziati, guidati da un professore ordinario sulla settantina, in procinto di andare in pensione. All’interno del gruppo, tipicamente, si forma una sorta di fedeltà dei ricercatori nei confronti del capo, che si è occupato negli anni di procurare assegni di ricerca e posizioni post-doc, procurare contatti con università e laboratori stranieri, mettere i giovani del suo gruppo in posizioni di alta visibilità scientifica. Tutto questo è, tutto sommato, sano e aiuta a far funzionare bene il sistema. Se il capo ha scelto bene i suoi collaboratori, ha un gruppo che funziona, che lavora bene e che ne ha un ritorno, quantomeno a livello di produzione scientifica. Ammettiamo ora che il capo vada in pensione e che lasci le redini del gruppo. Possono verificarsi due condizioni estreme.

Un capo illuminato, alcuni anni prima di ritirarsi, decide a chi delegare le sue responsabilità, poco alla volta, e, di fatto, designa un suo successore. Per il gruppo, se il capo ha avuto l’accortezza di crescere qualcuno che avesse capacità di leadership, oltre che capacità scientifiche, il cambiamento è molto soffice, al limite può essere inavvertibile.

Un capo che, invece, teme per la sua leadership, sarà portato a crescere persone poco inclini a portargliela via e cercherà di mantenere su di sé tutte le responsabilità di comando. Al limite, cercherà di accentrarle sempre di più via via che si avvicina alla pensione, per cercare di diventare “insostituibile” anche dopo aver perso il suo ruolo istituzionale.

Questo secondo approccio ha un difetto essenziale. Anche il più illuminato e capace dei capi, prima o poi deve mollare. Può essere per dei nipotini, per un acciacco o per una chiamata all’aldilà, ma prima o poi capita a tutti. Quando un capo del secondo tipo lascia per davvero, il suo gruppo è formato da persone che non sono pronte ad affrontare le responsabilità di comando e che non hanno una gerarchia predefinita tra loro. Il gruppo si sfalda e le probabilità di essere incisivi nel proprio ambito di ricerca diminuiscono. Io credo che, per spingere la gente a comportarsi da capo illuminato, siano necessari svariati cambiamenti. Intanto, sarebbe opportuno che si evitassero assunzioni di massa e periodi di blocco. Questo darebbe più omogeneità alla popolazione dei ricercatori e dei docenti, senza andare incontro a momenti in cui gli ordinari spariscono tutti insieme. Poi sarebbe opportuno che a fare carriera fossero in pochi, e che quei pochi arrivassero al vertice abbastanza giovani. Infine, sarebbe utile rimuovere da ogni incarico istituzionale (ruoli di coordinamento, posizioni da direttore, responsabilità su fondi di ricerca), almeno ufficialmente, tutti quelli che sono a meno di dieci anni dalla pensione. In questo modo, sarebbero forzati, in quei dieci anni, a trasferire le responsabilità a qualcun altro. Questi, comunque, sono solo piccoli suggerimenti.

L’università e il mondo della ricerca, a differenza dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, non sono più in rapida espansione, ma devono mirare ad una stabilità sul medio e lungo periodo: per questo non tutti possono diventare leader di un gruppo, durante la loro carriera, e le responsabilità di chi lo diventa sono ancora più grandi.

Better to reign in Hell than serve in Heaven.

John Milton, “Il Paradiso Perduto”, Libro Primo, verso 263. Questo è il verso più famoso di un poema epico scritto tra il 1667 e il 1674, un verso in cui in parte mi riconosco, ma soprattutto un verso che racchiude una verità che, ogni giorno, i politici di ogni colore ci confermano come verità immortale e senza tempo.
Pochi minuti fa Formigoni twittava sullo smarrimento di sinistra e grillini.

Renzi vuole distruggere i dirigenti del partito che lo ha fatto eleggere.

Casini difende l’indifendibile.

Alfano riscuote scarsi successi anche presso i suoi.

Bersani si fa prendere in giro e non solo da Crozza.

Berlusconi non lo cito nemmeno.

Grillo è oltre, non leader di un non partito, quando deciderà se è di sinistra o di destra ne riparleremo, nel frattempo dovrebbe farsi dare qualche ripetizione.

Questi sono solo alcuni, i più in vista, tutti pronti a sparare sugli altri, tutti pronti a governare sulle macerie della guerra che si stanno facendo. Tutti impegnati a ricordarci che è meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso.

Tutti che dimenticano che, nel Paradiso Perduto, quella frase è attribuita a Satana, non esatamente all’eroe positivo della storia.

Chi è contro la Gronda di Ponente.

Questa è una storia locale, tutta genovese. A Genova c’è un grosso porto e, all’interno del comune, si incrociano quattro autostrade, la A12 da levante, la A10 da ponente, la A7 da Milano e la A26 da Torino (semplifico un po’, ma poco). All’interno della città si possono anche trovare quattro direttrici principali, contando che il centro stia tra le foci di Bisagno e Polcevera, si hanno le due riviere e le due vallate. Il nodo stradale e autostradale è, da che io mi ricordi, molto trafficato. Da quasi trent’anni si parla di raddoppiare l’autostrada a monte del tracciato esistente. Oggi c’è un grosso progetto in ballo, quella che, con nome infelice, è stata chiamata gronda di ponente.

Molte voci si sono spese a favore di quest’opera, dall’autorità portuale, alla Regione Liguria, a tutte le opposizioni, fino all’ex Sindaco di Genova, Marta Vincenzi. L’unica voce istituzionale “fuori dal coro” (escludendo il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, che, di fatto, ha fatto del no alla gronda uno dei pochi punti chiari della sua campagna) è l’attuale Sindaco di Genova, Marco Doria, che, fin dalle primarie del centro-sinistra, si è dichiarato scettico sulla reale utilità dell’opera. Di fatto, alle primarie Doria si era presentato contro due candidate del PD, Marta Vincenzi, storicamente fortissima in Valpolcevera, e Roberta Pinotti, storicamente fortissima nel ponente. Doria ha vinto con grande margine proprio in Valpolcevera e nel ponente, le due aree più interessate dai cantieri della gronda. Già questo ci dovrebbe far pensare, o meglio, dovrebbe far pensare chi prende le decisioni.

Io credo che il progetto della gronda faccia acqua da tutte le parti. Intanto, non è giustificato onestamente. Il motivo principale che fa dormire sonni agitati alla Società Autostrade non è il traffico nel nodo genovese, ma il fatto che il Ponte Morandi ci possa venire in testa, in un futuro non troppo remoto. Forse ammettere questo fatto potrebbe aiutare a catalizzare l’interesse della cittadinanza per la gronda, magari a patto di qualche piccola preoccupazione per quelle decine di migliaia di persone che ci passano sopra o sotto tutti i giorni, però. La Società Autostrade, allora, promette di investire (aumentando le tariffe nella zona, non sono mica qua a fare beneficienza) un mare di denaro per questa nuova meravigliosa, grande opera.

Ovviamente, i costruttori ed imprenditori genovesi sono entusiasti, come dar loro torto, in fondo quel fiume di denaro per loro vuol dire lavoro per i prossimi dieci anni almeno. A loro volta, avallano la bontà del progetto con la ricaduta occupazionale che potrà avere. Questa è una grande verità, ma non si tratterebbe di occupazione né qualificata, né destinata a durare, per cui, se si riuscisse ad investire altrove, forse male non sarebbe.

In fondo, gli unici davvero contrari alla gronda sono i cittadini, che sono preoccupati per un certo numero di motivi, non del tutto marginali. Primo, hanno una fiducia scarsa nei confronti di chi giura che in otto anni si farà un’autostrada con oltre quindici chilometri di gallerie. Secondo, sono preoccupati del fiume di camion che si aggiungeranno al traffico esistente per tutta la durata dei lavori. Terzo, pensano che quei camion porteranno migliaia di tonnellate di rocce amiantifere in giro per la città, e questo non suona rassicurante. Quarto, non capiscono a cosa serva una nuova autostrada, praticamente una circonvallazione, quando a loro servirebbero strade urbane di scorrimento. Quest’ultimo punto è molto sentito sul serio. Come dicevo all’inizio, la città ha quattro direttrici principali. Le strade di scorrimento ad “alta capacità” lungo quelle quattro direttrici sono insufficienti. L’autostrada riversa sulle strade cittadine tutti i camion diretti in porto, perché non c’è uno svincolo che lo eviti (e sono convinto che anche i camionisti sarebbero contenti). Le autostrade esistenti sono quel che sono, vecchie, strette, piene di curve e di cantieri. La gronda potrebbe essere, una volta risolte le criticità che la gente affronta ogni giorno, un qualcosa in più, per un futuro futuribile e lontano.

Per ora, la gronda è vissuta da molta gente come un’imposizione insensata. Io credo che un’opera del genere non possa essere ritenuta “giusta” ed “utile” se i cittadini non la ritengono tale, qualunque cosa ne dicano tecnici, politici ed imprenditori.

Pensioniamo Ecclestone?

Qualora non si fosse ancora notato, io sono appassionato di Formula 1. Appassionato prima che tifoso, per cui oggi mi sono emozionato per Perez che ha preso in giro le Ferrari, ad esempio. Ma questa è un’altra storia. Dopo alcuni decenni che seguo le gare di Formula 1, inizio a sentirmi in diritto di essere nostalgico.

Mi dicono che si deve contenere il budget, e per questo c’è un fornitore unico di gomme (odio chi dice “penumatici” senza sapere se metterci prima “i” o “gli”). Ora, però, questo fornitore fornisce sei tipi di gomme diverse, quattro per la pista asciutta, uno per la pista bagnata e uno per la pista così così. “Una volta” c’erano le slick per la pista asciutta e le rain per la pista bagnata. Poi c’erano anche le gomme da qualifica, dette chewing-gum perché duravano un sacco proprio. Da un paio d’anni, hanno chiesto a Tronchetti Provera di fare delle gomme che durassero poco. Ora, cavolo, se fossi in lui non mi sarei prestato. Ci sono queste gomme Pirelli in mondovisione che durano pochissimo e improvvisamente le macchine perdono due secondi al giro. Non mi sembra una grande pubblicità. Riduciamo il numero di tipi e lasciamo che i team facciano un po’ quello che gli pare, con hard, soft e rain. E basta.

Meno funzionale al risparmio è l’aumento del numero di gare in calendario, dalle 16 “di una volta” alle 20 di quest’anno. Sparse in posti demenziali, dove il pubblico c’è e non c’è, tipo in Qatar o in Indonesia, ma in fondo è meglio, perché Ecclestone organizza la logistica per tutti i team, più lontano si va più ci guadagna, e su piste tutte drammaticamente uguali. Questo perché Ecclestone ha un amico, il famigerato architetto Tilke, che fa spalti meravigliosi, ma a disegnare strade non è capace. Il dramma è che ha anche storpiato qualche circuito esistente, tipo Silverstone e Hockenheim. Mi spiego, un buon metro per valutare le piste di Formula 1 è guardare le velocità medie sul giro. Nel 1990 si sono corsi 16 GP, di cui (faccio riferimento ai tempi della pole position) 2 con medie tra 150 e 160km/h (Stati Uniti e Monaco), Australia a 170, Ungheria a 183, Spagna e Canada intorno a 195, Brasile a 200, Messico a 206, Francia, Portogallo e Giappone intorno a 215, San Marino a 220, Belgio a 226, Germania, Gran Bretagna e Italia da 247 a 259km/h. Nel 2010 le gare sono state 19, con una pista lenta, Montecarlo (163km/h), Singapore (173) e Malesia (183) medio lente, Bahrein, Valencia, Ungheria (GP d’Europa, corso in Spagna, dopo che per eliminare Imola Ecclestone dichiarò “mai più due GP nello stesso paese”) e Abu Dhabi tra 199 e 201km/h, Cina, Spagna Canada, Brasile e Corea del Sud tra 208 e 212km/h, Australia, Turchia, Germania e Giappone tra 223 e 230 km/h, Gran Bretagna e Belgio tra 237 e 238 e Italia a 254km/h.

Per chi è pratico di grafici e statistiche, la situazione è questa:

Il “rosso” (2010) è molto più ammucchiato al centro del “nero” (1990), cioè le piste sono sempre più tutte uguali. Tilke ed Ecclestone ci stanno rubando i sogni di bambini.