Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

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Su Halloween e altre tregende

Stasera si festeggia Halloween, in un tripudio di scheletri, zombie, zucche svuotate e luoghi comuni. Halloween ci piace, ci piacciono i bambini che mangiano dolci e comprano nuove auto ai dentisti, ci piace questa atmosfera da carnevale un po’ dark, anche se non fa parte della nostra tradizione secolare. Chi se ne frega, è una festa, le feste vanno sempre bene. C’è un sacco di gente che deve fare la strana, e allora tira fuori strane obiezioni, pro o contro Halloween, e questo mi piace un po’ meno.

“Non è una roba nostra, l’abbiamo imparata dagli americani” va per la maggiore. Abbiamo imparato anche a masticare gomme, mangiare hot dog e hamburger, votare attori, bere CocaCola e molte altre cose decisamente più dannose, dagli americani, ma nessuna come Halloween suscita la disapprovazione del popolo. È una cosa che mi incuriosisce molto.

“Non è Halloween, è la vigilia di Ognissanti” è bellissima. L’etimologia di Halloween è proprio “la sera di Tutti i Santi”, tutte le feste cristiane iniziano la sera prima, è un retaggio della cultura ebraica secondo cui il giorno inizia e finisce al tramonto. Infatti, a Natale c’è la Messa di mezzanotte e a Pasqua la veglia, la sera del sabato. Quindi, Halloween È la notte di Ognissanti, per definizione. Non sono cose antitetiche.

“Non è la festa di Satana, è una festa celtica” è anche meglio. Significa semplicemente dimenticare che tra l’estinzione dei celti e gli smartphone ci sono state alcune decine di secoli,  in cui, sulle tradizioni antiche, si sono accastellate diverse culture, rendendoci quello che siamo ora. È come dire che Natale, in fondo, è la festa del solstizio d’inverno dei Celti, o la festa del Sol Invictus dei Romani (quelli che parlavano latino). Natale è il 25 dicembre perché in quel periodo cadevano delle importanti festività dei popoli precedenti che, attraverso un processo di sincretismo, si sono fuse con l’Hanukkah ebraica fino a dare il nostro Natale. Halloween, in effetti, cade in concomitanza con una festa celtica molto antica Samhain, che indicava la fine del “semestre luminoso” e l’inizio del “semestre oscuro”.

Oltre a Samhain e al solstizio d’inverno, che già abbiamo visto come sono stati sincretizzati in festività cristiane, anche la festa dell’equinozio di primavera era molto sentita dai popoli preromani dell’Europa centrale: questa è stata associata alla Pasqua ebraica e oggi festeggiamo la Pasqua cristiana “la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera”, una definizione che denuncia in pieno tutta la sua origine astronomica. Così come il Cristianesimo, anche i maghi e i satanisti, nel corso dei secoli, si sono “appropriati” delle festività celtiche e in generale precristiane, adattandole ai loro riti e alle loro credenze.

Un sabba d'altri tempi, con diversi demoni che partecipano insieme alle streghe e agli stregoni.

Un sabba d’altri tempi, con diversi demoni che partecipano insieme alle streghe e agli stregoni.

Il 21 dicembre, che già abbiamo visto al centro di diversi festeggiamenti religiosi per Celti, Ebrei e Cristiani, è considerato dai satanisti come “prima notte di Tregenda”, uno dei principali sabba dell’anno, in cui il sesso ha il ruolo predominante.

Il 2 febbraio, la Chiesa ricorda la presentazione di Gesù al Tempio, una festa chiamata spesso Candelora. Per i Celti, il primo febbraio, festa di Santa Brigida, era la fine della parte più dura dell’inverno, una pre-festa di primavera (peraltro, il proverbio dice “alla Candelora de l’inverno siamo fora, ma se piove o tira vento nell’inverno siamo dentro”, il concetto è passato anche ai Cristiani). I satanisti, la notte di Candelora preparano le candele per i riti di tutto l’anno, condendo il rituale con sacrifici di animali e un sabba a sfondo sessuale.

Il 21 marzo, equinozio di primavera, già citato per la Pasqua, è la seconda notte di Tregenda, la festa del sabba della fertilità, dove, nuovamente, i riti satanici si incentrano sul sesso.

Il 30 aprile, in un periodo non molto considerato da Ebrei e Cristiani, ma in concomitanza con una delle feste più importanti del calendario celtico, Beltane, si festeggia la notte di Valpurga, un sabba dedicato al denaro e alle ricchezze, che culmina con sacrifici, sia di animali che umani. La tradizione celtica vive in certe regioni italiane nei riti di Calendimaggio, a cavallo tra fine aprile e inizio maggio, con le prime fienagioni e l’inizio della stagione dei raccolti estivi. La notte di Beltane è una di quelle in cui il mondo dei vivi e quello dei morti sono più vicini, per questo streghe e maghi concentrano i loro sforzi in questa occasione.

Il 21 giugno, solstizio d’estate, si festeggia la terza notte di Tregenda, con un nuovo sabba dedicato al sesso, come per la prima notte di Tregenda, con orge e sacrifici. Il giorno di mezza estate è tutt’ora celebrato in molti paesi nordici, vista la grande rilevanza della luce nella vita di chi abita a grandi latitudini: questo basta a capire quanto questa tradizione di origine celtica sia ancora radicata.

Il 31 luglio, vigilia della festa celtica di Lughnasa, in cui si festeggiava il raccolto, i matrimoni, le pacificazioni, le unioni, mentre i satanisti, nella notte prima del primo agosto, festeggiano con sacrifici umani e animali.

Il 21 settembre, equinozio di autunno, ha luogo la quarta ed ultima notte di Tregenda, con un sabba dedicato alla conoscenza demoniaca, in cui si svolgono orge e mutilazioni di vittime sacrificali. Anche la festa di San Patrizio, figlia della tradizione celtica dell’equinozio di autunno, si celebra in quei giorni: una delle feste che in Irlanda, dove il sincretismo tra politeismo celtico e cristianesimo è più forte.

Il 31 ottobre, infine, si celebra il capodanno di Satana, nel giorno del suo compleanno. Come per Beltane, nella notte che sta arrivando il mondo dei vivi e quello dei morti si confondono e comunicano, rendendo ogni rito satanico più semplice e più efficace. Ogni desiderio, purché turpe e immondo, se suffragato da sacrifici umani o da deflorazioni di vergini potrà essere esaudito dal Maligno, in questa notte. Il sabba più importante dell’anno si svolge quindi nella notte di Halloween, insieme a tutti i rituali delle altre religioni.

Non so cosa ne pensiate voi, ma a me tutto questo piace un sacco.

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Siamo tutti bravi, il giorno dopo.

Per la serie “articolo di merda del giorno”, oggi vediamo la perla de La Stampa.

Sul sito di 3BMeteo (che apprezzo e seguo con una certa regolarità), fino a giovedì non si prevedeva niente di eccezionale. Il bello del sito di Brivio è che dà l’attendibilità delle previsioni: è quasi sempre 90% (che vuol dire NON 100%, val la pena sottolinearlo), dopo l’alluvione hanno cambiato le previsioni (e ci sta, le rifanno ogni tot ore, non una volta al mese) e abbassato l’attendibilità.

Mercalli parla perché lo intervista Fazio (e non dovrebbe essere titolo di merito, in un modo civilizzato). Prevedeva casino sul Ponente: Bravo Luca, peccato che avresti chiuso le scuole di Varazze ed è esondato l’Entella a Chiavari.

Saffioti mi delude profondamente. Il giorno 8 Limet scriveva:
“la sopracitata depressione nord-atlantica migrerebbe verso sud-est, tentando di sfondare sul comparto europeo centro-occidentale. Un’evoluzione di questo tipo non porterebbe nulla di buono per la Liguria. Ma non allarmiamoci, la distanza temporale, assieme al margine di cambiamento previsionale, è ancora discretamente ampio”
Il giorno 9 diventa più drastico
“Per oggi la giornata di oggi lo stato del tempo cambierà ben poco, anzi peggiorerà ulteriormente con alto rischio di temporali autorigeneranti sul settore centrale costiero con conseguenti accumuli di pioggia elevati.
La collocazione dei fenomeni più intensi sarà stabilita dalla posizione che assumerà la convegenza dei venti al suolo, ossia lo scontro tra lo scirocco caldo e umido in risalita da SE e la tramontana fredda e secca in discesa da N. Indicativamente dovrebbe essere tra Savonese orientale e Genovesato.”

Per fare un confronto, ARPAL l’8 annunciava:
“Si potranno avere temporali forti, organizzati e persistenti, con maggiore probabilità dei fenomeni sul centro della regione e, in misura minore, su Tigullio ed entroterra savonese. Nel complesso dell’evento sono previsti quantitativi di pioggia areali significativi.”
Giovedì 9 il bollettino della Protezione Civile riporta
“L’Arpal ha emesso un bollettino di avviso meteo che attende temporali forti estesi e diffusi per tutta la giornata che potrebbero provocare allagamenti ad opera di piccoli canali/bacini con possibili piene improvvise di piccoli rii; fenomeni di rigurgito del sistema di smaltimento delle acque piovane con coinvolgimento delle aree urbane più depresse. Possibili allagamenti e danni ai locali interrati, provvisoria interruzione della viabilità, specie nelle zone più depresse, scorrimento superficiale nelle sedi stradali urbane ed extraurbane. Eventuale innesco di locali smottamenti superficiali dei versanti. Possibili disagi alla viabilità e danni localizzati a strutture provvisorie e vegetazione per locali forti colpi di vento, trombe d’aria, grandine e fulmini. Occasionale pericolosità per l’incolumità delle persone e beni.”
Non mi pare che Limet abbia previsto l’apocalisse e ARPAL niente, ma forse sono io che non capisco l’italiano.

Antonio Sanò, con inattesa onestà intellettuale, ammette che le previsioni NON indicavano criticità. Per una volta, ilmeteo.it si dimostra coerente. La chiosa del dirigente ARPA Emilia Romagna è poi significativa. “I falsi allarmi sono dannosi come i mancati allarmi”. Non è del tutto vero (nessuno muore di falso allarme), ma nemmeno del tutto falso.

In questa settimana si sono susseguiti gli stati di attenzione e di avviso, prima dell’alluvione, e i cartelli in strada riportavano la probabilità di forti temporali. Questo messaggio non è arrivato. Alla popolazione arriva solo la massima allerta, il resto si perde nel rumore di fondo della comunicazione 2.0. Tanto varrebbe avere solo due stati, “RAGA TUTTO REGO” e “MERDA COI PINOLI”.

Sono depresso e affranto, sia per la tragedia che ha colpito la mia città, sia per l’irrazionale caccia al capro espiatorio che l’ha seguita. La grandezza della tragedia è compensata dall’azione dei tanti volontari che stanno ripulendo la città, un esempio per tutti, non solo in Italia; la pochezza e lo squallore della seconda invece, saranno dimenticati alla prima giornata di campionato e questo, se da una parte mi consola, perché finiranno le polemiche, dall’altra mi deprime ancora di più.

Le sirene e la Concordia.

Stamattina la Costa Concordia ha lasciato l’Isola del Giglio, dove si era arenata 30 mesi fa, alla volta di Genova, dove sarà smantellata. La nave è lunga quasi 300 metri, larga 35 e alta 70, era al 35º posto tra le più grandi navi da crociera del mondo. Al momento del naufragio, a bordo si trovavano 4229 persone. Di queste, 32 hanno perso la vita: ciononostante, anche complice la “fortuna” che ha fatto sì che il relitto si adagiasse su un fondale poco profondo, si tratta della più grande operazione di salvataggio in mare mai eseguita. La professionalità dei membri dell’equipaggio è stata premiata dai Lloyd’s di Londra, che ha assegnato loro il titolo di “marinai dell’anno 2012“. Potrà sembrare strano, visto che i nostri media si sono dilungati molto di più sul capitano “poco coraggioso” e su altre note negative, ma, per chi con il mare convive ogni giorno, la reale portata dell’evento è stata questa, il miracolo di aver salvato oltre il 99% delle persone che erano a bordo. Per confronto, nel 1994, nel naufragio della Estonia morirono 852 delle 989 persone che erano a bordo.

La "bandiera papa" sul ponte più alto della Costa Concordia, segnale di "pronti a lasciare il porto".

La “bandiera papa” sul ponte più alto della Costa Concordia, segnale di “pronti a lasciare il porto”.

Ieri la Concordia ha issato la bandiera che, nell’alfabeto nautico, indica la P, “papa”. Questa bandiera significa “la nave sta per lasciare il porto”. Per percorrere le 200 miglia che la separano da Genova impiegherà alcuni giorni, scortata da una piccola flotta. Due rimorchiatori d’altura, uno olandese e uno di Vanuatu, due rimorchiatori antincendio, uno britannico e uno spagnolo, diverse navi per il monitoraggio ambientale, francesi, britanniche e italiane, alcuni rimorchiatori italiani che portano le barriere per il contenimento di eventuali inquinanti, una nave appoggio panamense, a cui si uniranno alcune unità militari italiane e francesi sicuramente, durante il tragitto.

La prima parte della procedura di recupero è consistita nella costruzione di una struttura sottomarina su cui “appoggiare” il relitto, che è stato poi raddrizzato su di essa. Al relitto sono stati saldati dei cassoni che, opportunamente svuotati dall’acqua, hanno consentito il rigalleggiamento della nave. La sola operazione di svuotamento dei cassoni è durata svariati giorni, l’allestimento dei cassoni parecchi mesi. Non facciamo fatica ad immaginare la soddisfazione di chi ha lavorato, in questi due anni e mezzo, quando la prua si è orientata verso il mare aperto e la Concordia ha intrapreso il suo viaggio. Stamattina le sirene l’hanno salutata alla partenza, se tutto andrà bene, la settimana prossima commenteremo il più grande recupero di un relitto mai effettuato.

Non dimentichiamo le vittime e il dolore di questa tragedia, ma non dimentichiamo nemmeno l’enorme lavoro che è stato fatto, dai primissimi istanti fino ad oggi, per rimettere il più possibile tutto a posto, uno sforzo senza precedenti, nel vero senso della parola.

5 aprile 1994 – 5 aprile 2014

Vent’anni fa, nella serra della sua casa sul lago, Kurt Donald Cobain si toglieva la vita con un colpo di fucile alla testa, dopo aver abusato di eroina e Valium.

Di lui sono state dette molte cose. Genio, drogato, pazzo, mito, poeta. Ma anche, ad esempio, che puzzava di Teen Spirit, un deorodante piuttosto comune, in America.

Secondo molti, Cobain è stato uno dei più grandi musicisti degli anni Novanta. Secondo me, il grunge, e quindi i Nirvana, è stato l’unico movimento musicale davvero nuovo degli ultimi trent’anni, ad esclusione del rap, che però ha più nell’accezione sociale che musicale in senso stretto il suo senso. È facile idealizzare quello che si amava ai tempi del liceo, quindi sicuramente sono di parte, quando parlo del grunge. Tenetene conto. Il grunge è figlio del punk e del metal. Il punk era ribelle, anarchico, irriverente; il metal duro, cattivo, arrabbiato: il grunge è rassegnato. La stessa minoranza schiacciata dal rampantismo degli anni Ottanta, dalla Thatcher e da Reagan, da Craxi e Italia1, dall’ubriacatura ottimista e festaiola a base di cocaina e soldi facili, prima ha provato a ribellarsi e poi si è emarginata da sola. Con meno rabbia, con meno nemici e con più amore, ma senza nessuno a cui darlo.

Quanto può essere ancora attuale un approccio del genere non lo so. Se il punk era l’espressione più estrema della generazione X e il grunge era già tipico della generazione Y, ormai mi sa che siamo oltre la Z. Da una parte, il senso di emarginazione in una società fatta di persone convintissime delle proprie opinioni, che siano mutuate da Renzi, Grillo o Berlusconi, è ancora forte. Anzi, fortissimo. Dall’altra, la coscienza collettiva è molto evoluta, da allora. Si parla di ambiente, sviluppo sostenibile, globalizzazione. Il mondo è diverso, sotto tanti punti di vista. Non necessariamente migliore, ma diverso sicuramente. È difficile pensare Miley Cyrus o Lady GaGa che fanno un concerto come l’Unplugged in New York del 1993, secondo me. Vale ancora la pena di ascoltare quel concerto, però.

Kurt Cobain è morto vent’anni fa e le sue canzoni sono ancora vive, le sue musiche pesanti come la pioggia d’inverno e le sue parole leggere come la cenere nel vento. Le più profonde, per me, sono le ultime frasi della sua lettera di addio, trovata vicino al suo cadavere.

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“Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.”

Di navi fantasma e scorie nucleari

Una ventina di giorni fa, una nave bianca e blu, presumibilmente battente bandiera russa, ha attraccato al porto militare di La Spezia per caricare, in massima segretezza, del materiale da portare a destinazione ignota. Vigili del fuoco vestiti da astronauti, mezzi militari ovunque, gli ingredienti per la spy story ci sono tutti. Pare che nei registri del porto non sia rimasta traccia né dell’attracco, né del carico, né della partenza di questa nave fantasma.

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Già pochi giorni dopo il grosso del mistero si era attenuato molto, con il Prefetto che spiegava come si trattasse di “sostanze fissili non irraggiate” (definizione curiosa, almeno all’orecchio di un fisico nucleare) trasportate dal Centro Italia alla Spezia per essere rimosse definitivamente dall’Italia. Il Secolo parla di plutonio, che, a rigore, non corrisponde alla definizione del Prefetto, visto che il suo isotopo fissile più comune, il Pu239, si ottiene facendo assorbire un neutrone all’isotopo 238 dell’uranio, cioè irraggiandolo, ma non andremo così tanto per il sottile.

Più interessante è il riferimento al vertice sulla sicurezza nucleare di Seul del 2012, nel cui documento finale si legge:
“Riconoscendo che l’uranio altamente arricchito (HEU) e il plutonio purificato richiedono precauzioni speciali, noi sottolineiamo ancora una volta l’importanza di tenere sotto controllo, mettere appropriatamente al sicuro e consolidare questi materiali. Incoraggiamo anche gli Stati a considerare una sicura, affidabile e immediata rimozione di tutto il materiale dagli impianti non più in uso, come si ritenga appropriato e in accordo con la sicurezza nazionale e gli obiettivi di sviluppo.”

L’Italia ha rinunciato alle centrali nucleari per uso civile con un referendum nel 1987 (e tuttora attendiamo, ad esempio, un sito per lo stoccaggio del materiale fissile, fissionato e irraggiato, che, val la pena sottolinearlo, non è soltanto derivante dalle centrali nucleari, ma anche da diverse altre attività, non ultima la medicina), ribadendo questa decisione con un altro referendum nel 2011. Inoltre, ha aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare nel 1969, tra i primi paesi al mondo. La presenza di HEU e plutonio purificato in Italia aveva quindi solo scopi di ricerca e di sviluppo, ad esempio, di sistemi per la sicurezza nei trasporti, per scoprire se qualcuno trasporta materiale fissile nascosto in un container, per dire. La quantità di materiale fissile per questo tipo di attività, comunque, poteva e doveva essere ridotta al massimo, visto che, di fatto, si tratta della stessa roba con cui si fanno le bombe.

Il Governo italiano aveva pianificato, al più tardi nel 2012, la rimozione di tutto il materiale fissile dal territorio italiano entro il summit per la sicurezza nucleare del 2014, che si sta tenendo in questi giorni. Questa decisione era nota nell’ambiente da tempo, come si può vedere qui e qui, ad esempio. Che cosa facesse e da dove venisse la nave incriminata a La Spezia si poteva scoprire sul sito dell’armatore (scoprendo tra l’altro che si tratta di una nave britannica) e, a quel punto, il puzzle sarebbe stato quasi completo. Il Nuclear Security Summit 2014 è in corso in questi giorni e, prontamente, la Casa Bianca si congratula con l’Italia per aver completato l’opera di rimozione del materiale fissile in eccesso dal suo territorio.

Il mistero è svelato, come ci dice anche il Secolo, ma ne resta uno ancora più profondo ed inquietante: perché nascondere la verità, fomentando complottisti e deficienti di ogni sorta, quando bastava raccontare questa storia, semplice, linda e tutto sommato rassicurante, già il giorno dopo la partenza della “nave misteriosa”?

700 anni fa.

Il 18 marzo 1314, a Parigi, avremmo visto un certo trambusto. Su una pira, vicino alla cattedrale di Notre Dame, venivano arsi vivi Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, rispettivamente ultimo Gran Maestro e Precettore per la Normandia dell’Ordine dei Cavalieri Templari. L’Ordine, dopo essere stato fondato tra la fine dell’XI e linizio del XII secolo, aveva assunto grande importanza nelle Crociate e accumulato grande potere e ricchezza, unendo una vocazione monastica (i cavalieri facevano voti di castità, povertà ed obbedienza) all’appoggio e all’adesione di membri delle famiglie più importanti d’Europa.

Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay vengono arsi vivi in un'illustrazione della fine del XIV secolo.

Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay vengono arsi vivi in un’illustrazione della fine del XIV secolo.

La fortuna dei Templari si interruppe di colpo all’inizio del XIV secolo, quando le voci sulla loro presunta blasfemia divennero insistenti e finirono con l’avvelenare il loro nome. Venerdì 13 ottobre 1307, su ordine del Re di Francia, Filippo IV il Bello, tutti i Templari vennero arrestati e i loro beni confiscati. Con la tortura, Jacques de Molay e gli altri capi dell’Ordine confessarono ogni adddebito, dall’adorazione del diavolo alla sodomia. Per questo furono condannati all’ergastolo e l’Ordine fu sciolto. In seguito, alcuni cavalieri ritrattarono, per cui la condanna passò dall’ergastolo all’esecuzione. Uno strano concetto di revisione del processo, avevano nel Medio Evo.

Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, come detto, vennero arsi vivi a Parigi il 18 marzo 1314. Da allora, moltissimi ordini e movimenti si sono ispirati ai Cavalieri Templari, attribuendosi una discendenza più o meno diretta dall’Ordine originale. Dai Rosa-Croce, divenuti famosi nel  XVII secolo, ma secondo la leggenda fondati nel XV, a moltissime logge massoniche o ordini militari ed ospedalieri. Insieme agli emuli, poi, sorsero anche un’infinità di leggende, molte delle quali legate proprio alla morte dell’ultimo Gran Maestro.

Pare infatti che, mentre già le fiamme lo avvolgevano, Jacques de Molay abbia avuto il tempo di lanciare un certo numero di maledizioni, tutte fantasticamente avveratesi. I racconti concordano nel ricordare la maledizione lanciata contro il Papa di allora, Clemente V, il Re di Francia e il capo del tribunale che li aveva condannati, dicendo che li avrebbe chiamati a rispondere entro un anno (o entro un anno ed un giorno, a seconda delle fonti) delle loro azioni davanti a Dio. In effetti, nessuno dei tre sopravvisse fino a vedere il 1315. La maledizione era rivolta anche ai discendenti dei tre, fino alla tredicesima generazione: di questi, l’unica discendenza facile da ricostruire è quella di Filippo il Bello, i cui discendenti diretti morirono tutti entro il 1328, esaurendo la dinastia capetingia. Si racconta anche come, al momento dell’esecuzione di Luigi XVI, nel 1793, qualcuno abbia gridato “Jacques de Molay è vendicato”, ma non ci sono registrazioni dell’evento, nemmeno radiofoniche. In ogni caso, Luigi XVI era il ventitreesimo successore di Filippo IV, come successione di sovrani, e non era un suo discendente diretto: nel 1589, infatti, salì al trono Enrico IV di Borbone, designato secondo la legge salica dal suo predecessore, Enrico III di Valois, che era morto senza eredi.

Queste leggende “moderne” sono ritornate in auge in questi giorni, in prossimità del settecentesimo anniversario del rogo. Le imprecisioni sulla successione dei sovrani di Francia e la mancanza di riscontri in lingue che non siano l’italiano portano a non dar troppo peso ad una presunta maledizione ancora in piedi: secondo alcuni, Jacques de Molay aveva predetto anche la fine del Papato entro 700 anni dalla sua morte, cioè entro oggi. Nell’indecisione, fossi stato Papa Francesco, magari una preghierina l’avrei anche fatta, ma senza darci troppo peso.

Per certi versi, però, assistere ad un evento così grande sarebbe stato emozionante, per noi che guardiamo da fuori.

La guerra di Crimea.

La Crimea, all’estremo oriente dell’Ucraina, sembra stia per diventare un nuovo focolaio di guerra, dopo esserlo stato un sacco di volte in passato. Già nel 988 era stata teatro di una guerra sanguinosa tra Bizantini e Rus’ di Kiev: il Gran Principe di Kiev Vladimir I si alleò con l’Imperatore bizantino Basilio il Bulgaroctono, destituito in una rivolta, per riprendere il potere contro Barda Foca il Giovane, autoproclamatosi imperatore dopo una rivolta. Fondamentale fu la conquista di Cherson in Crimea, per ricacciare i ribelli e restituire l’Impero a Basilio. La città di Cherson, capitale del Chersoneso, era la principale città di Crimea, assoggettata ai bizantini. Con la caduta di Costantinopoli nel 1204 fu assoggettata all’Impero di Trebisonda e, rapidamente, passò sotto il controllo dei genovesi, che la tennero fino alla distruzione ad opera dei mongoli nel XV secolo.

La posizione strategica della Crimea al centro del Mar Nero ne ha sempre fatto un luogo conteso tra le potenze militari circostanti, infatti i mongoli la tennero per un tempo relativamente breve: nel 1476 l’Impero Ottomano ne aveva ripreso il controllo, fino alla guerra russo-turca del 1735, che ne decretò la spartizione in due aree di influenza. I russi erano particolarmente interessati ad un grande porto sul Mar Nero, che ottennero nella città di Azov: due successive guerre tra russi e turchi, nel 1768 e 1787, sancirono l’annessione dell’intera penisola all’Impero Russo. Dopo pochi decenni, nel 1854, l’Impero Russo da una parte e i turchi alleati con diverse potenze occidentali (tra cui il Regno di Sardegna) si ritrovarono a combattere in Crimea per questioni riguardanti il controllo delle zone sante della cristianità in Turchia. Nonostante la sconfitta, i russi non mollarono la Crimea, rinunciando a diverse altre regioni della Moldavia e della Bulgaria.

Nel frattempo, la città di Cherson era stata rifondata, nel 1783, con il nome di Sebastopoli, che nel frattempo era diventata il porto militare più importante della regione. Durante la guerra civile, in Crimea si svolsero aspre battaglie, essendo particolarmente forte il radicamento dell’Armata Bianca contro i Bolscevichi. Solo nel 1920 l’Armata Rossa prese completamente il controllo della penisola: dopo poco più di due decenni, in piena seconda guerra mondiale, fu invasa dai tedeschi, che presero Sebastopoli dopo un lungo e sanguinoso assedio.

Crimea

Nel 1954, l’allora leader sovietico Nikita Kruscev decise di “regalare” la provincia di Crimea, allora parte della Russia, all’Ucraina, per celebrare un trattato di pace siglato nel 1654 da russi e ucraini. C’è chi dice che fosse completamente ubriaco, quando prese questa decisione. In ogni caso, non fu probabilmente un’idea particolarmente sagace, tutt’ora la maggioranza della popolazione della Crimea è russa e non si riconosce, o si riconosce con difficoltà, nella Repubblica di Ucraina.

La cacciata di Yanukovich e la successiva “svolta antirussa” dell’Ucraina delle settimane scorse ha provocato un’immediata reazione russa: dalle navi in porto a Sebastopoli (che è rimasta la base della Flotta russa del Mar Nero, anche dopo la dissoluzione dell’URSS) sono scesi migliaia di soldati che hanno, di fatto, preso il controllo della regione. Altri soldati sembra stiano arrivando in forze e già il premier ucraino parla di una Russia che ha dichiarato guerra contro di loro. La prevalenza tra la popolazione di russi in Ucraina orientale è, d’altra parte, una realtà oggettiva: se a Kiev il sentimento filo-europeo è forte e sentito tra la popolazione, a Sebastopoli, Kharkiv (in russo si chiamava Karkhov, potrebbe ricambiare nome a breve) e in molte altre città la situazione è probabilmente molto diversa.

L’importanza strategica della Crimea come “centro di controllo” del Mar Nero è evidente, le implicazioni politiche, economiche e sociali che un eventuale intervento armato russo sono più difficilmente prevedibili. Ciononostante, vista la vicinanza, l’importanza strategica degli attori in gioco (la Russia è tutt’ora la prima potenza mondiale in termini di armi atomiche, è molto difficile supporre che intenda usarle, ma il rischio è meno concreto se evita di mettersi in guerra coi vicini) e l’importanza economica della via di passaggio di beni tra l’Europa occidentale e la Russia, in primo luogo il gas, sarebbe molto opportuno che tutte le diplomazie occidentali fossero molto attente alla situazione e che anche nell’agenda politica dei nostri parlamentari la situazione ucraina fosse messa in cima alle priorità. Magari non proprio al primo posto, dove la questione lavoro mi sembrerebbe ancora prioritaria, ma davanti alle espulsioni del M5S e al cane Dudù almeno sì.

Tutti noi amiamo Ellen Page.

Ieri, Ellen Page (chi non la ricorda in Juno o Inception vada immediatamente a rivederseli) ha dichiarato di essere omosessuale, in occasione dell’apertura di una conferenza promossa da un’associazione per i diritti civili. Il suo discorso è interessante, a mio parere, soprattutto per noi eterosessuali, per due motivi. Primo, per ricordarci che non tutti la pensano come noi. Secondo, perché le parole di Ellen non si applicano solo alle inclinazioni sessuali, ma anche a tante altre “differenze”. Riporto qui il video e una traduzione (fatta da me, sicuramente imperfetta) del suo discorso.

“Grazie Chad per queste parole gentili e per l’ancora più bel lavoro che tu e la Human Rights Campaign Foundation fate ogni giorno per la comunità di giovani lesbiche, gay, bisessuali e transessuali qui e ovunque in America. È davvero un onore essere qui all’inaugurazione di questa conferenza ma è anche un po’ strano.

Io sono qui, in questa stanza, per un’organizzazione di cui ammiro il lavoro davvero molto profondamente, e sono circondata da persone che impegnano il lavoro di una vita per rendere la vita di altre persone migliore, profondamente migliore. Alcuni di voi insegnano ai ragazzi, alcuni di voi aiutano i ragazzi a star bene e a trovare la propria voce, alcuni di voi ascoltano, alcuni di voi agiscono. Alcuni di voi sono a vostra volta ragazzi, e in questo caso è ancora più strano per una persona come me essere qui a parlarvi.

È strano perché, mi vedete, sono un’attrice, che rappresenta, almeno in qualche modo, un’industria che impone standard molto pesanti su tutti noi, non soltanto sui giovani, su tutti. Standard di bellezza, di vita, di successo. Standard che, odio ammetterlo, mi hanno influenzato: tu hai delle idee, nella tua testa, pensieri che non avresti mai avuto, che ti dicono come ti devi comportare, come ti devi vestire e chi devi essere.

Ho cercato di respingerli, di essere autentica, di seguire il mio cuore, ma può essere duro. Però è per questo che sono qui, in questa stanza. Tutti voi, tutti noi possiamo fare così tanto di più, tutti insieme, rispetto a quello che qualunque persona può fare da sola e spero che questo stimoli tutti voi quanto stimola me. Io spero che gli workshop a cui parteciperete nei prossimi giorni vi diano forza, perché io posso soltanto immaginare che ci siano giorni in cui avete lavorato più ore di quelle che il vostro capo immagini mentre vi preoccupate di come aiutare un ragazzo che sapete che ce la può fare. Giorni in cui vi sentite completamente soli, impreparati o senza speranze.

E so che ci sono persone, in questa stanza, che vanno a scuola ogni giorno e che vengono trattati come merda senza una ragione. Oppure andate a casa e sentite di non poter raccontare ai vostri genitori tutta la verità circa voi stessi. E invece di cercare una vostra collocazione, vi preoccupate per il futuro, per il college, il lavoro e anche per la vostra incolumità personale. E quando cercate di crearvi un’immagine mentale della vostra vita, di cosa mai potrà accadervi, rischiate di comprimervi ogni giorno un po’ di più. Tutto questo è tossico, doloroso e profondamente ingiusto.

A volte è qualcosa di piccolo e insignificante che può davvero buttarti a terra. Io mi sforzo di non leggere di gossip, ma l’altro giorno su un sito ho letto un articolo con una foto di me con i pantaloni della tuta mentre andavo in palestra. L’articolista chiedeva “perché questa piccola bellezza insiste a vestirsi come un omaccione?” Perché mi piace stare comoda. Ci sono un sacco di stereotipi pervasivi sulla femminilità e la mascolinità che definiscono come dovremmo comportarci, vestirci, parlare e non servono a nessuno. Chiunque esca da queste cosiddette regole diventa passibile di commenti e sospetti. E la comunità LGBT conosce tutto questo molto bene.

Tuttavia c’è coraggio, tutto intorno a noi. L’eroe del football Michael Sam, l’attrice Laverne Cox, i musicisti Tegan e Sara Quinn, la famiglia che supporta la figlia o il figlio che ha dichiarato la sua omosessualità. E c’è coraggio in questa stanza, in tutti voi. E io sono ispirata dall’essere in questa stanza perché ognuno di voi è qui per la stessa ragione, Voi siete qui perché avete adottato come filosofia di vita il semplice fatto che questo mondo sarebbe un posto molto migliore se facessimo uno sforzo per essere meno orribili gli uni con gli altri.

Se noi prendessimo cinque minuti per riconoscere la bellezza che c’è nell’altro, invece di attaccarci a vicenda per le nostre differenze. Questo non è difficile. È davvero un modo più semplice e migliore di vivere. E, in fondo, salva delle vite. Quindi, ripeto, non può essere la scelta più difficile. Perché amare gli altri inizia con l’amare e l’accettare noi stessi. E io so che molti di voi hanno lottato con questo. E io aspiro alla vostra forza e al vostro supporto in modi che non potrete mai immaginare.

E io sono qui oggi perché sono gay. [applausi] Grazie. E forse perché io posso fare qualcosa per aiutare gli altri ad avere una vita più facile e più piena di speranze. A parte le considerazioni personali, sento un obbligo morale e una responsabilità individuale. Lo faccio anche per me stessa perché sono stanca di nascondermi e stanca di mentire nascondendo la verità. Ho sofferto per anni perché ero spaventata all’idea di dichiararmi. Il mio spirito ha sofferto, la mia salute mentale ha sofferto e le mie relazioni hanno sofferto. E ora sono qui oggi con tutti voi dall’altra parte di quel dolore.

E io sono giovane, sì. Ma quello che ho imparato è che l’amore, la sua bellezza, la sua gioia e sì, anche i suoi dolori, è il più incredibile dono da dare e da ricevere come essere umano. E tu hai il diritto di sperimentare l’amore, pienamente, nell’uguaglianza, senza vergogna e senza compromessi. Ci sono troppi ragazzi, là fuori, che soffrono per il bullismo, l’emarginazione o semplicemente per l’essere maltrattati per quello che sono. Troppe persone che si arrendono, troppi abusi, troppi homeless, troppi suicidi. Voi potete cambiare tutto questo e voi lo state cambiando. Ma voi non avete mai avuto bisogno che io venissi qua a dirvi tutto questo, ed è perciò che tutto questo è un po’ strano.

L’unica cosa che voglio veramente dire, ed è quello che sto cercando di mettere insieme da cinque minuti, è grazie. Grazie per avermi ispirato. Grazie per avermi dato speranze. E, per favore, continuate a cambiare il mondo per persone come me. Buon san Valentino, io vi amo.”

La surreale storia di Ruby Rubacuori.

In apertura su tutti i quotidiani online sta un articolo sull’attesa della sentenza sul caso Ruby Rubacuori. Prima ancora che accada, è già la notizia del giorno. Non vorrei stare qua a ripetere le accuse dei magistrati o le controaccuse degli avvocati, direi che ne abbiamo già sentito abbastanza, soltanto, ripensando a tutta la vicenda, mi ritrovo sempre a trovarci una quantità di aspetti surreali tale da rimanere quantomeno basito. F4. Basito.

Per mantenere al massimo il livello del discorso su fatti che nessuno mette in dubbio, cerherò di fare riferimento solo a giornali stranieri, che, in linea di principio, dovrebbero essere meno marcatamente schierati di quelli italiani. La storia perde così un sacco di aspetti piccanti, ma resta, secondo me, surreale come una commedia di Ionesco.

Karima el Marough arriva in Italia nel 2003, a 10 anni, dopo aver subito violenze da parte di due zii, stando al suo racconto, con i genitori e i fratelli. Rimane coinvolta in episodi di fuga dalla famiglia, piccoli furti, case di correzione.

A 16 anni partecipa ad un concorso di bellezza (l’ho incontrata una volta per strada, effettivamente non passava inosservata) e viene notata da Emilio Fede, giurato del concorso, che la fa conoscere a Lele Mora. Di lì partecipa a diversi “eventi”, comprese alcune serate in una discoteca genovese, che metteranno nei guai il titolare per un’accusa di pedopornografia. Cercando su google si trovano foto e filmati.

Nel frattempo, avendo preso il nome Ruby Rubacuori a tempo pieno, partecipa a diverse serate a casa di Berlusconi, in cui succedono cose che lei stessa riporta e che si possono leggere anche sui giornali australiani. Berlusconi dovrebbe iniziare a preoccuparsi della stampa marxista leninista australiana, prima che sia troppo tardi.

Un brutto giorno, Ruby, ancora diciassettenne, viene arrestata con l’accusa di aver rubato delle cose a casa di amiche. È straniera, senza documenti, abita con una escort, Michelle Conceiçao. Questa viene presumibilmente contattata, mentre per Ruby viene disposto l’inserimento in una comunità per minori. Qui scatta il primo colpo di scena. Michelle Conceiçao telefona a Berlusconi per dirgli che Ruby è stata arrestata. Io non ho il numero di Berlusconi, lei sì.

Berlusconi chiama (o fa chiamare, poco importa) in questura, e qui parte il crescendo rossiniano, dichiara che Ruby è parente di Mubarak (potrebbe anche crederci sul serio, per quel che ne sappiamo: al limite è qualcosa che non depone a favore del suo acume) e che, per evitare un incidente diplomatico, è opportuno che venga rilasciata e data in custodia ad una persona fidata. Di lì a poco si presenta Nicole Minetti, sulla sua fiammante Mini blu (dono di Berlusconi stesso, la stessa auto che qualche mese dopo sarebbe stata sequestrata al fidanzato di Marysthell Polanco, altra ragazza del giro delle cene di Arcore, che ci portava a spasso dodici chili di cocaina – 12 chili!) che porta la ragazza a casa sua e ce la tiene per un po’.

Una volta scoppiato lo scandalo in tutto il suo fragore, la maggioranza del Parlamento italiano certifica con il voto che Berlusconi ha agito in perfetta buona fede e nell’interesse del Paese. A prescindere dall’esito del processo, la storia ha risvolti teatrali fantasmagorici. Anche considerando solo quelli che nessuno mette in dubbio.

Sipario.

Nome in codice: Gabbiano.

Cinquant’anni fa, guardando il cielo, avremmo forse potuto vedere un puntino luminoso muoversi velocemente: all’epoca non erano molti, gli oggetti costruiti dall’uomo in orbita e viaggiare nello spazio era un’impresa pionieristica. Solo da un paio d’anni Jurij Gagarin era diventato il primo uomo in orbita, e praticamente ad ogni missione si stabiliva un nuovo primato. Il 16 giugno 1963 la prima donna entrava in orbita a bordo della navetta Vostok 6: si chiama Valentina Tereshkova. Le navette Vostok potevano portare una sola persona, lo spazio era estremamente angusto e non potevano garantire una permanenza nello spazio molto lunga. I primi cosmonauti (i russi chiamavano cosmonauti quelli che per gli americani si sono sempre chiamati astronauti) erano selezionati tra i migliori piloti dell’aviazione militare, con prove fisiche durissime. Gagarin era stato scelto tra oltre 3000 candidati, per dire.

Il programma Vostok (che significa Est, in russo) nasceva dall’esperienza del programma Sputnik (che significa “compagno di viaggio”), con cui i russi avevano inviato nello spazio il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1, e il primo essere vivente, la cagnolina Lajka. Sulla base delle navette Vostok furono sviluppate le navette Voshkod (“sorgere del sole”), in grado di portare tre persone nello spazio, da cui si fece anche la prima “passeggiata spaziale”, e da queste le capsule Sojuz (“unione”), attualmente gli unici mezzi in attività in grado di portare esseri umani in orbita. Il programma Vostok si articolava su sei missioni. Vostok-1 (nome in codice: Cedro) portò il primo uomo in orbita, come detto. Il Cosmonauta Titov, a bordo del Vostok-2 (Aquila), fu il primo uomo a trascorrere più di un giorno in orbita. Vostok-3 (Falco) e Vostok-4 (Aquila Reale), lanciati ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, eseguirono il primo “rendez-vous” spaziale, stabilendo un contatto radio tra loro, quando si trovavano ad una distanza di pochi chilometri. Vostok-5 (Astore) fu il primo veicolo con equipaggio umano a rimanere oltre 5 giorni in orbita. Vostok-6, nome in codice Gabbiano, finalmente, portò la prima donna nello spazio. Sarà forse un caso, dopo tutti questi rapaci, per una donna si è preferito un uccello altrettanto nobile, ma  molto più delicato ed elegante.

Erano i tempi in cui la guerra fredda si combatteva anche tra le stelle, tutti questi progetti erano finanziati dai militari: di fatto, i razzi usati in tutte queste avventure spaziali altro non erano che missili balistici intercontinentali e l’idea di mettere satelliti artificiali in orbita aveva come scopo primario lo spionaggio. Mentre i russi inanellavano tutti questi primati, gli americani non rimasero troppo indietro, intraprendendo la strada che, nel giro di sei anni, li avrebbe portati sulla Luna. I russi, sempre alla ricerca di nuovi primati, si concentrarono sulla costruzione di un laboratorio permanente per ospitare cosmonauti per lunghi periodi. Nacquero così le stazioni spaziali Saljut (che in russo è un saluto simile al nostro “salve”) e, dalla emtà degli anni 80, della prima vera grande stazione spaziale, la Mir (che in russo significa svariate cose belle, come “mondo” o “pace”). Decine di cosmonauti sono stati ospitati sulla Mir, non solo russi: dopo la caduta del muro di Berlino, Stati Uniti e Russia iniziarono a collaborare, alla Mir venne installato un modulo per l’aggancio con lo Space Shuttle e improvvisamente le distanze tra le superpotenze si azzerarono.

589px-Atlantis-MIR-GPN-2000-001071(La foto è della NASA)

Oggi anche la Mir non esiste più ed è stata sostituita dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), dove astronauti e cosmonauti di svariate nazioni collaborano eseguendo esperimenti scientifici di interesse comune. Trascorrono mesi in orbita, in assenza di gravità, all’esterno c’è un vuoto che noi immaginiamo a fatica, un silenzio che non possiamo immaginare e una solitudine che non vorremmo mai immaginare. La ISS ha una cupola a vetri, da cui si può godere di una vista incredibile sul pianeta, come le foto del cosmonauta italiano Luca Parmitano, attualmente a bordo, dimostrano meravigliosamente.

Non ho idea delle emozioni che stare nello spazio possa dare. Credo che nelle parole sospese del Maggiore Tom, “sto qua seduto nella mia capsula di stagno lontano sopra il mondo, il pianeta Terra è blu e non c’è più niente che io possa fare” lo possano descrivere, seppure in modo pallidissimo.

(Questa versione di Space Oddity, una delle canzoni di David Bowie che amo di più, è stata cantata e registrata dal Comandante Chris Hadfield a bordo della ISS)