Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

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Diaz.

È uscito pochi giorni fa il film Diaz, sull’irruzione della Polizia nella scuola dove dormivano parecchi contestatori venuti per protestare e manifestare in occasione della riunione del G8 che si svolse a Genova nel 2001. Non andrò a vedere quel film, i ricordi di quei giorni sono ancora troppo vivi e troppo tristi. I blindati e i fumogeni nelle strade che percorri ogni giorno per andare al lavoro sono qualcosa che lascia il segno. La città fortificata, le vetrine sfondate, la paura della gente anche. Il G8 si svolse in luglio, fino a settembre, quando ci fu l’attentato alle Twin Towers di New York, non si parlò d’altro, sui giornali. A Genova si continuò a parlare anche del G8, e quello che si percepiva di più nei discorsi della gente era la paura. Paura che ci fossero manifestazioni e paura che le Forze dell’Ordine intervenissero.

Il G8 di Genova è stato un grande fallimento. Prevedendo l’arrivo di facinorosi, la città era stata blindata. Il centro era stato chiuso e migliaia di uomini delle Forze dell’ordine erano all’interno della “zona gialla”. Le operazioni erano state gestite direttamente dai vertici della Polizia, Gianni de Gennaro, Spartaco Mortola, Arnaldo La Barbera, Francesco Gratteri. Per la maggior parte del tempo, insieme a loro al comando operativo, sedettero anche l’allora Ministro degli Interni, Claudio Scajola, e l’allora Vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini. L’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, faceva gli onori di casa, nello splendido Palazzo Ducale, servendo ai suoi ospiti del blasfemo pesto senz’aglio, ché a lui l’aglio non piace, ma questa è un’altra storia.

Tutti i poliziotti, i carabinieri e gli uomini della Finanza erano all’interno della zona gialla, quella all’interno della quale non si poteva entrare se non residenti, quella all’interno della quale erano stati saldati i tombini, perché nessuno si infiltrasse. Ma era anche difficile uscirne. Al punto che, ad un certo punto, l’allora Sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, andò a parlare coi manifestanti, per convincerli a lasciare uscire le Forze dell’Ordine. Il Sindaco, nessun altro. Per la cronaca, Pericu era stato eletto Sindaco di Genova nel 2007, vincendo di pochi voti al ballottaggio contro Sergio Castellaneta; nel 2002, presentandosi per la rielezione, prese oltre il 60% dei voti al primo turno. Pochi mesi dopo il G8. Tornando a quel venerdì 20 luglio 2001, poche ore dopo veniva ucciso Carlo Giuliani.

In un clima di grandissima tensione, sabato 21 luglio 2001 si svolse la grande manifestazione unitaria. Per seguire i movimenti dei vari gruppi, farò riferimento alla carta di Wikipedia. Il corteo principale si snodava sul lungomare, seguendo i numeri rossi, lungo la direzione 6->10->9. Le forze dell’ordine erano schierate a protezione della zona gialla, a sinistra del 9. Un gruppo di black bloc, prima dell’arrivo del corteo, stazionava all’altezza del 9 stesso. Per avere un’idea delle dimensioni, diciamo che dal 9 al 5 ci sarà circa un chilometro. Tra le Forze dell’Ordine, ricordiamo questo elemento (GdF) per la sua divisa fuori ordinanza e decisamente fuori luogo.

Grande tensione, dicevo, ma relativa calma finché non arriva il corteo. Allora i black bloc iniziano a tirare sassi, la polizia lacrimogeni, e scoppia il delirio. Il corteo, stimato in qualche centinaio di migliaia di persone, avanza lentamente, ma anche per fermarsi ha difficoltà. Indietregga su una strada laterale, mentre davanti infuria lo scontro. Dopo parecchi minuti, i black bloc decidono che è ora di scappare e scappano. Considerando che su un lato hanno il mare, di fronte lo sbarramento della polizia, dietro il corteo e sull’altro lato una linea ferroviaria sopraelevata, sulla linea (sempre sulla cartina di prima) 20-19-14, viene logicamente da pensare che siano presi nel sacco. Invece no, attraversano la linea ferroviaria (che ha 3 sottopassaggi 3) raggiungono e superano il punto 18 e si disperdono nel quartiere circostante. Nei giorni successivi molti si sono fatti domande su chi veramente fossero questi black bloc: anche volendo pensare che fossero quello che ufficialmente erano, be’, per le Forze dell’Ordine esserseli fatti scappare così è stata una cosa terribilmente vergognosa.

Alla fine del meeting, sono arrivati i commenti dei protagonisti. Silvio Berlusconi, Vittorio Agnoletto e Luca Casarini fecero dichiarazioni stranamente simili: sia da parte di chi aveva organizzato l’evento, sia da parte di chi aveva protestato contro di esso, venivano parole di grande soddisfazione. Tutti soddisfatti e convinti di aver fatto un buon lavoro. Buon per loro, che, tornandosene nelle loro città, lasciavano nella mia un morto, centinaia di feriti, devastazioni che sono rimaste visibili per anni.

In un paese normale, il cittadino onesto è rassicurato dalla presenza delle Forze dell’Ordine e collabora con esse. Quando i cittadini onesti hanno paura, a torto o a ragione, delle Forze dell’Ordine, un paese smette di essere normale.

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Palloni scoppiati.

Premessa importante: ci sono argomenti che vanno affrontati con cautela, soprattutto se appartieni ad un gruppo umano che per qualche motivo è in aperta contrapposizione con quello di cui vorresti parlare. Ecco, io sono sampdoriano e vorrei parlare di quello che è successo oggi al Genoa. Mi prendo il rischio, ma lo faccio con le migliori intenzioni.

Oggi la partita del Genoa è stata interrotta e ripresa dopo una cinquantina di minuti a causa della forte contestazione dei tifosi nei confronti della squadra. Ora, nel mio mondo ideale, sia Sampdoria che Genoa sono in serie A e alla fine la Samp vince e il Genoa perde. Oggi il Doria è in B, ma non spero che ci venga anche il Genoa, piuttosto vorrei che tornassimo noi in A. Per questo, una punizione alla squadra non mi farebbe felice, né, tutto sommato, mi farebbe felice una penalizzazione del campo, ovvero dei tifosi. A parte una fetta di teste calde, un centinaio, parrebbe dalle foto, si tratta di persone che ci patiscono, piangono, si arrabbiano, ma non tirano fumogeni in campo, dove stanno dei ragazzini a fare i raccattapalle.

D’altra parte, di fronte a scene di questo tipo, non si può nemmeno fare finta di niente.

Lo stadio di Genova è bellissimo, con le gradinate che arrivano a bordo campo, come gli stadi inglesi: in più, rispetto agli stadi inglesi, ha delle paratie che separano i tifosi dal campo. C’erano anche oltremanica, fino a qualche anno fa. Fino a qualche anno fa, gli hooligans erano l’incubo delle polizie d’Europa, ad ogni trasferta in giro per il continente. Poi è successo qualcosa. La Thatcher, nel 1989, ha iniziato una serie di leggi per prevenire il problema della violenza negli stadi. Per tutti gli anni 90 le forze dell’ordine (e le società, e le tifoserie organizzate) hanno identificato e allontanato gli elementi più pericolosi, fino a trasformare gli stadi inglesi in un posto tranquillo, dove le paratie non servono a nulla. Da noi non si fa niente di simile, anzi, anche quando arrivano informative su certi personaggi, che so, dalla Serbia, di solito si fa finta di nulla.

Mi dispiace un sacco per quello che è successo oggi allo stadio Luigi Ferraris.

Animali fantastici.

Il mondo degli animali è estremamente variegato, ogni anno decine di nuove specie vengono scoperte in qualche foresta, in mare, nei deserti. Sicuramente un sacco di apecie animali ci è ancora sconosciuto, sicuramente molte specie si sono estinte senza che nessuno le catalogasse. Questo lavoro di tassonomia è iniziato con Linneo e ancora continua: specie che si credevano uguali si sono trovate diverse, specie che si credevano diverse sono state riconosciute come uguali. Ogni nuova specie occupa una casella nuova nell’ecosistema globale, come l’ennesima tessera di un mosaico fantastico.

La conoscenza del mondo animale procede e si assottiglia lo spazio incognito dove ancora vivono animali di cui la gente ha sentito parlare, che qualcuno giura di aver visto, na che, in fondo, chissà se ci sono davvero. Sicuramente ce ne sono un sacco, praticamente ogni bosco, lago o vallata ne ha uno, come ci insegna Borges. Che poi, io non ne sapevo niente, finché non ho trovato Tegamini di Borges sulla mia strada. Centoventi creature fantastiche, del cielo, della terra e dell’acqua, da ogni parte del mondo, grandi, piccole, buone e cattive. Centoventi sono tante, ma sono convinto che, come per le nuove specie identificate nell spedizioni del National Geographic, ce ne siano, nascoste tra gli arbusti dei ricordi dei vecchi, un sacco di più.

Almeno una ci deve essere, perché sta nei boschi delle colline del ponente di Genova, e non c’è nel libro di Borges. Si chiama Muiùn, ed è cattivissimo. In certi scritti in genovese si trova scritto Moión, ché il genovese si può scrivere in due modi, ma io preferisco il primo, che ha regole di pronuncia più simili all’italiano. Ma parlavamo del Muiùn, che è un serpente cattivissimo che non lascia scampo a chi lo incontra. All’origine, il Muiùn è una vipera. Per la precisione, una vipera maschio: dalle descrizioni, è un po’ una sorta di patriarca delle vipere maschio del posco, perché di Muiùn ce n’è sempre uno solo. Quando un Muiùn muore, il vipero più grande del bosco si trasforma in Muiùn a sua volta e ne prende il posto.

Della vipera, però, il Muiùn mantiene poco. Perde la coda e cresce fino alla dimensione dell’avambraccio di un uomo. Gli crescono delle zampe, secondo alcuni con gli artigli, secondo altri solo abbozzate (ma forse quest’ultimo era un Muiùn giovane, ancora nella fase di evoluzione). Gli crescono le scaglie sulla schiena, come spine, o setole molto grandi. Sulle testa ne ha di particolarmente grandi, forse alcune fungono anche da padiglioni auricolari. Ma la cosa più pericolosa del Muiùn è il suo respiro. Il Muiùn emette un fiato dall’odore pestilenziale, come di carogne e zolfo, che si sente anche a grande distanza. Ed è meglio mantenersi a grande distanza, quando lo si sente, perché oltre ad essere nauseabondo, è anche tossico e provoca malattie a chi non si allontana rapidamente.

Qualcuno ritiene di averlo intravisto, molti (me compreso) hanno sentito il suo odore, in certi boschi. C’è chi dice di averne trovato la carcassa senza vita, ma nessuno ne ha uno impagliato in casa. I vecchi del paese, però, mi dicevano dell’ultimo incontro ravvicinato, avvenuto almeno una cinquantina d’anni fa. Pare che un uomo del paese, un giorno, sia tornato da funghi molto agitato e spaventato, per aver dovuto fronteggiare il Muiùn che gli sbarrava la strada, in quest’atomsfera mefitica. Molti non gli credettero e lo presero anche in giro, ma pochi mesi dopo il pover’uomo scoprì di avere la tubercolosi, e morì. Ciascuno pensi quel che vuole, del Muiùn, ma io, se sento un odore strano nel bosco, cambio strada.

È pazzo di gioia!

È Pasqua. Per il Cristianesimo, la festa più importante dell’anno. Per il consumismo no, in fondo si regalano prevalentemente dolciumi, ne stanno bene solo i pasticceri. Pasqua sarebbe una festa gioiosa, resurrezione, ritorno alla vita, rinascita (e infatti si festeggia in corrispondenza dell’equinozio di primavera, come tutte le feste di rinascità precristiane), ma per qualche motivo, la Chiesa ha messo in secondo piano questa gioiosità, marcando molto di più l’aspetto della passione e della morte di Cristo.

Quaranta giorni di preghiera ed astinenza, magro il venerdì e digiuno alle ceneri e il venerdì santo, via crucis, penitenze varie. Anche nei modi di dire Pasqua perde. Si mangia come a Natale, si festeggia come a Capodanno, è un’Epifania. D’altra parte, è una via crucis, un Calvario, una quaresima. Potremmo pensare che questo è un problema dei cristiani, che non sanno godersi le feste e si crogiolano nella sofferenza, ma no! esiste una piccola comunità che mantiene vivo il senso della Pasqua come festa della vita e della gioia, e in questo momento sta facendo girare per le vie del paese la statua del Cristo Risorto, “u Gioia”, come lo chiamano da quelle parti, su un fiume di fedeli che cantano, ballano, pregano, mangiano e bevono.

Scicli, provincia di Ragusa. Lì il Cristo risorto, dopo una gita che non deve essere stata proprio gradevolissima nell’aldilà, torna a girare per le strade ed è pazzo di gioia.

Nirvana.

Oggi è il diciottesimo anniversario della morte di Kurt Cobain. Kurt Cobain non è stato forse un artista di altissimo livello, forse le sue canzoni non sono profonde o musicalmente valide come quelle di qualcun altro, ma sicuramente è stato un personaggio particolarmente influente negli anni 90. Hanno fatto tre dischi, un unplugged dei più famosi e poco altro. In queste poche cose sta la maggior parte del movimento grunge.

Io credo che chi era adolescente nella prima metà degli anni 90 abbia subito l’influenza dei Nirvana, o del grunge, volente o nolente. Il grunge ci ha cambiato i vestiti, i capelli, l’umore. Usciva Bleach e improvvisamente gli anni 80 sono finiti. Fine dei jeans attillati, fine del kiodo lucido, fine dei capelli cotonati. Non dico che sia merito di Bleach, dico che Bleach (come tante altre cose) è stato uno dei punti di svolta. Improvvisamente eravamo tutti meno impegnati a mostrarci ricchi e carini, tutti un po’ arrabbiati e tutti più pronti ad un po’ di intimismo.

Perché i testi dei Nirvana sono tristi. Parlano di gente che perde, nella vita. Parlano di gente che va all’inferno, dopo morta. Parlano di cose di cui abbiamo paura. Stupri, sociopatia, rifiuto della società, depressione, violenza, amore problematico, famiglie incasinate. Ce n’è per tutti i gusti. La musica poi è piuttosto basilare, sia come struttura strofa-ritornello-strofa, che come sonorità, un po’ punk e un po’ metal, fatte di solo chitarra, basso e batteria. Musica pesante, con la voce del cantante trascinata e quasi sofferente. Bisogna essere dell’umore giusto, per apprezzarla.

Quando sono di cattivo umore, la apprezzo un sacco ancora oggi, vent’anni dopo. A volte la gente mi chieda se quella musica non mi deprime ancora di più. La risposta è no. Assolutamente no. Il pregio più grande che trovo nella musica dei NIrvana è quello, parlando un linguaggio triste, di entrare in sintonia con l’ascoltatore (o almeno l’ascoltatore “me stesso”) e farlo sentire meno solo nei momenti difficili. Farlo sentire compreso.

Tutti abbiamo qualcosa sulla nostra strada che ci impedisce di raggiungere la felicità.

Perché la gente fa le cose?

La gente fa un sacco di cose. Anche io ne faccio qualcuna. Di solito non so perché, però. Intendiamoci, ho un (quasi) lavoro e cerco di farlo come posso, ma questo conta fino ad un certo punto. Uno il suo lavoro lo può fare bene e con i migliori risultati in tanti modi diversi, nel mio lavoro si va spesso in trasferta (una quindicina di volte all’anno, io), spesso mi capita di chiedermi quante volte sia davvero necessario farlo. Ad esempio, me lo chiedo in questo momento, in una camera d’albergo invasa di vestiti e carabattole, con una carta d’imbarco già stampata per tornare a casa tra poco.

Un contratto a termine che finisce prima del lavoro che stai facendo non ti aiuta a dare il tuo meglio. Non ti aiuta ad avere i migliori stimoli. Tu scadi due anni prima, comunque. Allora diventa precaria anche la tua forza di volontà. E scopri che tutto è precario, ti accorgi che la mancanza di stimoli non ce l’hai più solo nel lavoro, ma anche in tutto il resto. Scopri che hai fatto le cose per anni credendo di avere un motivo, ma che non sai più qual è. Scopri che il sorriso di una persona a cui vuoi bene è più importante di qualunque altra cosa, e ti domandi se quello che fai ti porterà a quel sorriso.

Alla fine ti rendi anche conto di quanto poco sei un buon partito. Fine settimana in trasferta, lavoro precario, spesso la sera e nel weekend ti metti a finire un lavoro che non hai fatto durante il giorno. Se avessi un’amica single, non so se me la presenterei. E finisce che lo scopo per cui si fanno le cose diventa sempre più sfumato.

Libiamo ne’ lieti calici.

Questo post parla di un evento grandissimo, ma di cui nessun giornale scriverà nemmeno una riga. Se sarà una cosa che non colpirà nessun altro come ha colpito me, vorrà dire che i giornali hanno ragione.

Noi brindiamo per festeggiare un lieto evento, nascite, matrimoni, vittorie sportive, successi lavorativi, ogni volta che c’è una festa, c’è anche un brindisi. E quando si brinda, si fanno toccare i bicchieri. Non ho idea del perché, ma si fa. I bicchieri, quando toccano gli uni contro gli altri, fanno un suono particolare, tanto più acuto e fine quanto più alta è la qualità del cristallo. È un suono che sa di festa.

Questo suono sa di festa ancora più forte se è il primo suono che una persona sente dopo un intervento volto a restituirle l’udito. Questo è successo. Ieri. Il tintinnio di calici che vale il brindisi più grande del mondo.