Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

L’estaca.

C’è una canzone, “L’estaca” di Lluis Llach, che è diventata un inno per tutti i popoli che si sentono oppressi da qualcuno. In origine era stata scritta sotto la dittatura di Francisco Franco, per dire. In un modo o nell’altro, tutti ci sentiamo oppressi da qualcun altro, forse Putin meno degli altri, ma bisognerebbe essere lui, per esserne sicuri. Preferisco non essere lui, però.

L’originale è in catalano.

È stata tradotta in polacco

In còrso

In occitano

In basco

In francese

E probabilmente anche in qualche altra lingua. Tempo fa, ho provato a tradurla in genovese, poi però non so cantare, quindi non ci ho mai fatto niente. È qua.

A stanga.

Me messè o me parlava
l’atra matin in scia scâ
i gatti o sô aspetavan
e i cari amiavan passâ.

O me dixe se veddo a stanga
dove semmo tutti ligae
se no poriemo desfala
mai no poriemo anâ.

Tiemmo tutti e a cazziâ
tanto tempo a no duâ
seguo ca cazze, a cazze a cazze
tanto ferma a no a l’è ciù.

Se ti tii forte chì
e mi tio forte là
seguo ca cazze, a cazze a cazze
e gh’aviemo a libertae.

Ma mi l’è tanto che tio
che me bruxa e muen
e se me manca e forçe
a veddo ciù forte ancon.

Ti veddi comm’a l’è marsa
ma ad ogni moddo a sta lì
che finna e forçe me mancan
se rimettiemo a cantâ.

Tiemmo tutti e a casiâ
tanto tempo a no duâ
seguo ca cazze, a cazze a cazze
tanto ferma a no a l’è ciù.

Se ti tii forte chì
e mi tio forte là
seguo ca cazze, a cazze a cazze
e gh’aviemo a libertae.

Me messé ciù o no parla
o se n’è anaeto in çé
a l’inferno o chissà dove
mi son sempre inscia scâ.

E quande passa e atre gente
tio sciù a testa a cantâ
a cansun de me messé
l’urtima ch’o m’ha insegnou.

Tiemmo tutti e a casiâ
tanto tempo a no duâ
seguo ca cazze, a cazze a cazze
tanto ferma a no a l’è ciù.

Se ti tii forte chì
ìe mi tio forte là
seguo ca cazze, a cazze a cazze
e gh’aviemo a libertae!

Del perché i complottisti sono invincibili.

Non vorrei che pensaste che sono accondiscendente con i complottisti di vario genere, non è così. Sono anche fortemente critico nei confronti della Chiesa, quando esprime giudizi strampalati su questioni che non la riguardano. Ciononostante, penso sia una battaglia contro i mulini a vento, quella contro certe categorie umane.

Prendete i complottisti. Sono convinti di conoscere una verità “scomoda”, che qualcuno, per loschi ed oscuri interessi, è intenzionato a tenere celata alle masse. Questo ci può portare a due conclusioni possibili: è vero (ma non mi viene in mente nessun esempio), oppure è una minchiata. Poniamo il caso di credere che sia vero. Ad esempio, potremmo considerare un ipotetico complotto per decristianizzare la nostra società, anche nelle piccole cose.

Pensate alle viti. C’erano una volta le viti Phillips:
phillips
Il loro significato mistico non può che esservi evidente. Portano una CROCE, il simbolo di Gesù e della cristianità. Ora, però, sui nostri computer portatili e i nostri smartphone (che, con Internet pretendono di assorbire completamente la nostra sfera spirituale) non ci sono più le viti Phillips, ma le Torx
torx
o peggio ancora le pentalobate
penta
che ricordano oltre ogni ragionevole dubbio una stella di Davide e un simbolo comunista, rispettivamente. Come non credere che ci sia un disegno, dietro tutto questo?

Poniamo che uno di noi scriva un perfetto ed esauriente post che dimostra come questa sia una minchiata, dicendo che è un modo del costruttore per scoraggiarti ad aprire il device senza essere capace (scoraggiarti, perché per 2 euro puoi comprare il cacciavite più strano nel primo negozio di cianfrusaglie cinesi che trovi). Chi ci crede reagirà dicendo che, essendo scienziati, cioè materialisti, cioè mangiapreti, cioè, presumibilmente, comunisti, facciamo parte del complotto e quindi ovviamente cerchiamo di negare che il complotto esista, tutti sanno che un complotto fallisce quando viene scoperto. Inoltre, molto spesso, chi crede alle teorie del complotto lo fa per una sua esigenza interiore: essendo insoddisfatto della realtà ed incapace a cambiarla, deve credere che ci sia un qualcuno che trama per impedirglielo. Questo ha risultati terribili, come insegna la storia dei Protocolli dei Savi di Sion, ad esempio.

Mettendo insieme tutto questo, mi sono rassegnato all’idea che il complottista sia invincibile, a meno che si verifichi una delle seguenti condizioni. Primo caso, che la teoria crolli in modo inequivocabile e roboante, poniamo Vannoni che muore dopo aver provato la cura Stamina (ma non credo che sia tanto pirla da provarla su se stesso). Secondo caso, non nasca una teoria del controcomplotto che faccia serpeggiare il sospetto che chi dice che le viti Torx e pentalobate sono “emissari del laicismo sfrenato” sia in realtà mosso da oscure e inconfessabili mire a sua volta. Voglio dire, normalmente, la reazione di chi crede alla teoria del complotto è emotiva, quella di chi non ci crede è razionale. Con uno scossone emotivo puoi far cambiare idea ai primi, con una prova razionale (un test clinico serio sul metodo Stamina che dia risultati positivi) puoi far cambiare idea ai secondi. Finché non si entra nel registro comunicativo dell’altro, si tende ad arroccarsi sulle proprie posizioni senza poter fare nessun passo avanti, anzi, al limite rafforzando le convinzioni dell’avversario.

La guerra di Crimea.

La Crimea, all’estremo oriente dell’Ucraina, sembra stia per diventare un nuovo focolaio di guerra, dopo esserlo stato un sacco di volte in passato. Già nel 988 era stata teatro di una guerra sanguinosa tra Bizantini e Rus’ di Kiev: il Gran Principe di Kiev Vladimir I si alleò con l’Imperatore bizantino Basilio il Bulgaroctono, destituito in una rivolta, per riprendere il potere contro Barda Foca il Giovane, autoproclamatosi imperatore dopo una rivolta. Fondamentale fu la conquista di Cherson in Crimea, per ricacciare i ribelli e restituire l’Impero a Basilio. La città di Cherson, capitale del Chersoneso, era la principale città di Crimea, assoggettata ai bizantini. Con la caduta di Costantinopoli nel 1204 fu assoggettata all’Impero di Trebisonda e, rapidamente, passò sotto il controllo dei genovesi, che la tennero fino alla distruzione ad opera dei mongoli nel XV secolo.

La posizione strategica della Crimea al centro del Mar Nero ne ha sempre fatto un luogo conteso tra le potenze militari circostanti, infatti i mongoli la tennero per un tempo relativamente breve: nel 1476 l’Impero Ottomano ne aveva ripreso il controllo, fino alla guerra russo-turca del 1735, che ne decretò la spartizione in due aree di influenza. I russi erano particolarmente interessati ad un grande porto sul Mar Nero, che ottennero nella città di Azov: due successive guerre tra russi e turchi, nel 1768 e 1787, sancirono l’annessione dell’intera penisola all’Impero Russo. Dopo pochi decenni, nel 1854, l’Impero Russo da una parte e i turchi alleati con diverse potenze occidentali (tra cui il Regno di Sardegna) si ritrovarono a combattere in Crimea per questioni riguardanti il controllo delle zone sante della cristianità in Turchia. Nonostante la sconfitta, i russi non mollarono la Crimea, rinunciando a diverse altre regioni della Moldavia e della Bulgaria.

Nel frattempo, la città di Cherson era stata rifondata, nel 1783, con il nome di Sebastopoli, che nel frattempo era diventata il porto militare più importante della regione. Durante la guerra civile, in Crimea si svolsero aspre battaglie, essendo particolarmente forte il radicamento dell’Armata Bianca contro i Bolscevichi. Solo nel 1920 l’Armata Rossa prese completamente il controllo della penisola: dopo poco più di due decenni, in piena seconda guerra mondiale, fu invasa dai tedeschi, che presero Sebastopoli dopo un lungo e sanguinoso assedio.

Crimea

Nel 1954, l’allora leader sovietico Nikita Kruscev decise di “regalare” la provincia di Crimea, allora parte della Russia, all’Ucraina, per celebrare un trattato di pace siglato nel 1654 da russi e ucraini. C’è chi dice che fosse completamente ubriaco, quando prese questa decisione. In ogni caso, non fu probabilmente un’idea particolarmente sagace, tutt’ora la maggioranza della popolazione della Crimea è russa e non si riconosce, o si riconosce con difficoltà, nella Repubblica di Ucraina.

La cacciata di Yanukovich e la successiva “svolta antirussa” dell’Ucraina delle settimane scorse ha provocato un’immediata reazione russa: dalle navi in porto a Sebastopoli (che è rimasta la base della Flotta russa del Mar Nero, anche dopo la dissoluzione dell’URSS) sono scesi migliaia di soldati che hanno, di fatto, preso il controllo della regione. Altri soldati sembra stiano arrivando in forze e già il premier ucraino parla di una Russia che ha dichiarato guerra contro di loro. La prevalenza tra la popolazione di russi in Ucraina orientale è, d’altra parte, una realtà oggettiva: se a Kiev il sentimento filo-europeo è forte e sentito tra la popolazione, a Sebastopoli, Kharkiv (in russo si chiamava Karkhov, potrebbe ricambiare nome a breve) e in molte altre città la situazione è probabilmente molto diversa.

L’importanza strategica della Crimea come “centro di controllo” del Mar Nero è evidente, le implicazioni politiche, economiche e sociali che un eventuale intervento armato russo sono più difficilmente prevedibili. Ciononostante, vista la vicinanza, l’importanza strategica degli attori in gioco (la Russia è tutt’ora la prima potenza mondiale in termini di armi atomiche, è molto difficile supporre che intenda usarle, ma il rischio è meno concreto se evita di mettersi in guerra coi vicini) e l’importanza economica della via di passaggio di beni tra l’Europa occidentale e la Russia, in primo luogo il gas, sarebbe molto opportuno che tutte le diplomazie occidentali fossero molto attente alla situazione e che anche nell’agenda politica dei nostri parlamentari la situazione ucraina fosse messa in cima alle priorità. Magari non proprio al primo posto, dove la questione lavoro mi sembrerebbe ancora prioritaria, ma davanti alle espulsioni del M5S e al cane Dudù almeno sì.

Tutti noi amiamo Ellen Page.

Ieri, Ellen Page (chi non la ricorda in Juno o Inception vada immediatamente a rivederseli) ha dichiarato di essere omosessuale, in occasione dell’apertura di una conferenza promossa da un’associazione per i diritti civili. Il suo discorso è interessante, a mio parere, soprattutto per noi eterosessuali, per due motivi. Primo, per ricordarci che non tutti la pensano come noi. Secondo, perché le parole di Ellen non si applicano solo alle inclinazioni sessuali, ma anche a tante altre “differenze”. Riporto qui il video e una traduzione (fatta da me, sicuramente imperfetta) del suo discorso.

“Grazie Chad per queste parole gentili e per l’ancora più bel lavoro che tu e la Human Rights Campaign Foundation fate ogni giorno per la comunità di giovani lesbiche, gay, bisessuali e transessuali qui e ovunque in America. È davvero un onore essere qui all’inaugurazione di questa conferenza ma è anche un po’ strano.

Io sono qui, in questa stanza, per un’organizzazione di cui ammiro il lavoro davvero molto profondamente, e sono circondata da persone che impegnano il lavoro di una vita per rendere la vita di altre persone migliore, profondamente migliore. Alcuni di voi insegnano ai ragazzi, alcuni di voi aiutano i ragazzi a star bene e a trovare la propria voce, alcuni di voi ascoltano, alcuni di voi agiscono. Alcuni di voi sono a vostra volta ragazzi, e in questo caso è ancora più strano per una persona come me essere qui a parlarvi.

È strano perché, mi vedete, sono un’attrice, che rappresenta, almeno in qualche modo, un’industria che impone standard molto pesanti su tutti noi, non soltanto sui giovani, su tutti. Standard di bellezza, di vita, di successo. Standard che, odio ammetterlo, mi hanno influenzato: tu hai delle idee, nella tua testa, pensieri che non avresti mai avuto, che ti dicono come ti devi comportare, come ti devi vestire e chi devi essere.

Ho cercato di respingerli, di essere autentica, di seguire il mio cuore, ma può essere duro. Però è per questo che sono qui, in questa stanza. Tutti voi, tutti noi possiamo fare così tanto di più, tutti insieme, rispetto a quello che qualunque persona può fare da sola e spero che questo stimoli tutti voi quanto stimola me. Io spero che gli workshop a cui parteciperete nei prossimi giorni vi diano forza, perché io posso soltanto immaginare che ci siano giorni in cui avete lavorato più ore di quelle che il vostro capo immagini mentre vi preoccupate di come aiutare un ragazzo che sapete che ce la può fare. Giorni in cui vi sentite completamente soli, impreparati o senza speranze.

E so che ci sono persone, in questa stanza, che vanno a scuola ogni giorno e che vengono trattati come merda senza una ragione. Oppure andate a casa e sentite di non poter raccontare ai vostri genitori tutta la verità circa voi stessi. E invece di cercare una vostra collocazione, vi preoccupate per il futuro, per il college, il lavoro e anche per la vostra incolumità personale. E quando cercate di crearvi un’immagine mentale della vostra vita, di cosa mai potrà accadervi, rischiate di comprimervi ogni giorno un po’ di più. Tutto questo è tossico, doloroso e profondamente ingiusto.

A volte è qualcosa di piccolo e insignificante che può davvero buttarti a terra. Io mi sforzo di non leggere di gossip, ma l’altro giorno su un sito ho letto un articolo con una foto di me con i pantaloni della tuta mentre andavo in palestra. L’articolista chiedeva “perché questa piccola bellezza insiste a vestirsi come un omaccione?” Perché mi piace stare comoda. Ci sono un sacco di stereotipi pervasivi sulla femminilità e la mascolinità che definiscono come dovremmo comportarci, vestirci, parlare e non servono a nessuno. Chiunque esca da queste cosiddette regole diventa passibile di commenti e sospetti. E la comunità LGBT conosce tutto questo molto bene.

Tuttavia c’è coraggio, tutto intorno a noi. L’eroe del football Michael Sam, l’attrice Laverne Cox, i musicisti Tegan e Sara Quinn, la famiglia che supporta la figlia o il figlio che ha dichiarato la sua omosessualità. E c’è coraggio in questa stanza, in tutti voi. E io sono ispirata dall’essere in questa stanza perché ognuno di voi è qui per la stessa ragione, Voi siete qui perché avete adottato come filosofia di vita il semplice fatto che questo mondo sarebbe un posto molto migliore se facessimo uno sforzo per essere meno orribili gli uni con gli altri.

Se noi prendessimo cinque minuti per riconoscere la bellezza che c’è nell’altro, invece di attaccarci a vicenda per le nostre differenze. Questo non è difficile. È davvero un modo più semplice e migliore di vivere. E, in fondo, salva delle vite. Quindi, ripeto, non può essere la scelta più difficile. Perché amare gli altri inizia con l’amare e l’accettare noi stessi. E io so che molti di voi hanno lottato con questo. E io aspiro alla vostra forza e al vostro supporto in modi che non potrete mai immaginare.

E io sono qui oggi perché sono gay. [applausi] Grazie. E forse perché io posso fare qualcosa per aiutare gli altri ad avere una vita più facile e più piena di speranze. A parte le considerazioni personali, sento un obbligo morale e una responsabilità individuale. Lo faccio anche per me stessa perché sono stanca di nascondermi e stanca di mentire nascondendo la verità. Ho sofferto per anni perché ero spaventata all’idea di dichiararmi. Il mio spirito ha sofferto, la mia salute mentale ha sofferto e le mie relazioni hanno sofferto. E ora sono qui oggi con tutti voi dall’altra parte di quel dolore.

E io sono giovane, sì. Ma quello che ho imparato è che l’amore, la sua bellezza, la sua gioia e sì, anche i suoi dolori, è il più incredibile dono da dare e da ricevere come essere umano. E tu hai il diritto di sperimentare l’amore, pienamente, nell’uguaglianza, senza vergogna e senza compromessi. Ci sono troppi ragazzi, là fuori, che soffrono per il bullismo, l’emarginazione o semplicemente per l’essere maltrattati per quello che sono. Troppe persone che si arrendono, troppi abusi, troppi homeless, troppi suicidi. Voi potete cambiare tutto questo e voi lo state cambiando. Ma voi non avete mai avuto bisogno che io venissi qua a dirvi tutto questo, ed è perciò che tutto questo è un po’ strano.

L’unica cosa che voglio veramente dire, ed è quello che sto cercando di mettere insieme da cinque minuti, è grazie. Grazie per avermi ispirato. Grazie per avermi dato speranze. E, per favore, continuate a cambiare il mondo per persone come me. Buon san Valentino, io vi amo.”

Scientificast.

Dopo secoli dall’ultimo post (“che hai fatto in tutti questi anni?” “sono andato a letto presto”, naturalmente), vorrei dire che non sono morto. Non è nemmeno che non abbia più niente da dire, tutt’altro. Ma sono affaticato. Unbombarolo cercava di far nascere dubbi nella gente, raccontava storie curiose, sperando che questo servisse a far venir voglia al lettore di approfondire qualcosa.

È sempre una cosa importante, sia chiaro. Il problema è che mi sembra sempre più contrario ai metodi di comunicazione dominanti nella nostra società. Spero di sbagliarmi e che mi torni la voglia di scrivere che avevo qualche mese fa. Nel frattempo, ho ricevuto con piacere l’invito a collaborare con i ragazzi di Scientificast, dove scriviamo di scienza cercando di farlo per chi legge, non per chi scrive. Dateci un’occhiata, ogni tanto.

A presto.

La surreale storia di Ruby Rubacuori.

In apertura su tutti i quotidiani online sta un articolo sull’attesa della sentenza sul caso Ruby Rubacuori. Prima ancora che accada, è già la notizia del giorno. Non vorrei stare qua a ripetere le accuse dei magistrati o le controaccuse degli avvocati, direi che ne abbiamo già sentito abbastanza, soltanto, ripensando a tutta la vicenda, mi ritrovo sempre a trovarci una quantità di aspetti surreali tale da rimanere quantomeno basito. F4. Basito.

Per mantenere al massimo il livello del discorso su fatti che nessuno mette in dubbio, cerherò di fare riferimento solo a giornali stranieri, che, in linea di principio, dovrebbero essere meno marcatamente schierati di quelli italiani. La storia perde così un sacco di aspetti piccanti, ma resta, secondo me, surreale come una commedia di Ionesco.

Karima el Marough arriva in Italia nel 2003, a 10 anni, dopo aver subito violenze da parte di due zii, stando al suo racconto, con i genitori e i fratelli. Rimane coinvolta in episodi di fuga dalla famiglia, piccoli furti, case di correzione.

A 16 anni partecipa ad un concorso di bellezza (l’ho incontrata una volta per strada, effettivamente non passava inosservata) e viene notata da Emilio Fede, giurato del concorso, che la fa conoscere a Lele Mora. Di lì partecipa a diversi “eventi”, comprese alcune serate in una discoteca genovese, che metteranno nei guai il titolare per un’accusa di pedopornografia. Cercando su google si trovano foto e filmati.

Nel frattempo, avendo preso il nome Ruby Rubacuori a tempo pieno, partecipa a diverse serate a casa di Berlusconi, in cui succedono cose che lei stessa riporta e che si possono leggere anche sui giornali australiani. Berlusconi dovrebbe iniziare a preoccuparsi della stampa marxista leninista australiana, prima che sia troppo tardi.

Un brutto giorno, Ruby, ancora diciassettenne, viene arrestata con l’accusa di aver rubato delle cose a casa di amiche. È straniera, senza documenti, abita con una escort, Michelle Conceiçao. Questa viene presumibilmente contattata, mentre per Ruby viene disposto l’inserimento in una comunità per minori. Qui scatta il primo colpo di scena. Michelle Conceiçao telefona a Berlusconi per dirgli che Ruby è stata arrestata. Io non ho il numero di Berlusconi, lei sì.

Berlusconi chiama (o fa chiamare, poco importa) in questura, e qui parte il crescendo rossiniano, dichiara che Ruby è parente di Mubarak (potrebbe anche crederci sul serio, per quel che ne sappiamo: al limite è qualcosa che non depone a favore del suo acume) e che, per evitare un incidente diplomatico, è opportuno che venga rilasciata e data in custodia ad una persona fidata. Di lì a poco si presenta Nicole Minetti, sulla sua fiammante Mini blu (dono di Berlusconi stesso, la stessa auto che qualche mese dopo sarebbe stata sequestrata al fidanzato di Marysthell Polanco, altra ragazza del giro delle cene di Arcore, che ci portava a spasso dodici chili di cocaina – 12 chili!) che porta la ragazza a casa sua e ce la tiene per un po’.

Una volta scoppiato lo scandalo in tutto il suo fragore, la maggioranza del Parlamento italiano certifica con il voto che Berlusconi ha agito in perfetta buona fede e nell’interesse del Paese. A prescindere dall’esito del processo, la storia ha risvolti teatrali fantasmagorici. Anche considerando solo quelli che nessuno mette in dubbio.

Sipario.

Tutti contro tutti in Siria.

La guerra civile in Siria è uno di quegli argomenti di cui si parla sempre troppo poco. La situazione è oggettivamente drammatica, non si capisce bene che posizione la comunità internazionale stia prendendo e, da qualche giorno, inizio a non capire più nemmeno tanto bene come siano gli schieramenti. Ho smesso di capire con la notizia dell’uccisione di un genovese, Giuliano “Ibrahim” Delnevo, convertito all’Islam, entrato clandestinamente in Siria, affiliato ai ribelli, ucciso dai lealisti.

Ora viene fuori che questo ragazzo era sotto controllo da parte della DIGOS da anni, frequentava personaggi forse legati ad Al-Qaeda, per qualcuno era addirittura un potenziale “reclutatore di aspiranti terroristi”. Non so se queste storie sull’italiano siano vere, ma a quanto pare Al-Qaeda è davvero in aperta e dichiarata contrapposizione al regime di Bashar al-Assad. Si potrebbe fare qualche supposizione religiosa, al riguardo, Bashar al-Assad è sciita alawita, religione minoritaria in Siria, mentre il fondatore di Al-Qaeda, Osama Bin Laden, era sunnita. A quanto pare, molti sunniti dall’estero sono andati a combattere in Siria, anche svariate decine di sunniti salafiti di nazionalità francese.

Dato per plausibile che, tra i ribelli, ci sia una componente di entità che fino a ieri definivamo “terroriste”, è interessante capire chi c’è dalla parte del regime. Un alleato storico della Siria è la Russia, che finora ha posto il veto, in Consiglio di Sicurezza dell’ONU, a qualunque azione della comunità internazionale. Non ho idea di come questa amicizia si sia generata, un po’ il sospetto che sia figlia della contrapposizione Israele amico degli USA contro paesi arabi amici dell’URSS mi viene, però. Ad aiutare militarmente l’esercito lealista sono arrivati militanti di Hezbollah dal Libano e Pasdaran dall’Iran. Tutti sciiti, peraltro, alawiti i primi e duodecimani i secondi.

Ora, non sono sicuro di aver capito niente di tutto questo, né credo che attraverso i giornali sia troppo semplice farsi un’idea chiara della situazione. In compenso, nel tentativo di raccapezzarmi un momento, mi sono sorte un sacco di domande. Davvero tra i ribelli ci sono gruppi “terroristi”? Aiutandoli non rischiamo di fare come la CIA con i talebani, che per fare dispetto ai sovietici ci siamo ritrovati con l’Afghanistan retrocesso a paese medioevale? Davvero c’è una base religiosa in queste rivolte nel mondo arabo? Se sì, che rischio c’è di rovesciare un regime per ritrovarsene un altro, magari più findamentalista del precedente (il partito Ba’th di Saddam Hussein e Bashar al-Assad nasceva laico, almeno a parole)?

Ma, soprattutto, Hezbollah, Pasdaran e Al-Qaeda non erano tutti alleati contro di noi? Mi sa di no, a questo punto.

Nome in codice: Gabbiano.

Cinquant’anni fa, guardando il cielo, avremmo forse potuto vedere un puntino luminoso muoversi velocemente: all’epoca non erano molti, gli oggetti costruiti dall’uomo in orbita e viaggiare nello spazio era un’impresa pionieristica. Solo da un paio d’anni Jurij Gagarin era diventato il primo uomo in orbita, e praticamente ad ogni missione si stabiliva un nuovo primato. Il 16 giugno 1963 la prima donna entrava in orbita a bordo della navetta Vostok 6: si chiama Valentina Tereshkova. Le navette Vostok potevano portare una sola persona, lo spazio era estremamente angusto e non potevano garantire una permanenza nello spazio molto lunga. I primi cosmonauti (i russi chiamavano cosmonauti quelli che per gli americani si sono sempre chiamati astronauti) erano selezionati tra i migliori piloti dell’aviazione militare, con prove fisiche durissime. Gagarin era stato scelto tra oltre 3000 candidati, per dire.

Il programma Vostok (che significa Est, in russo) nasceva dall’esperienza del programma Sputnik (che significa “compagno di viaggio”), con cui i russi avevano inviato nello spazio il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1, e il primo essere vivente, la cagnolina Lajka. Sulla base delle navette Vostok furono sviluppate le navette Voshkod (“sorgere del sole”), in grado di portare tre persone nello spazio, da cui si fece anche la prima “passeggiata spaziale”, e da queste le capsule Sojuz (“unione”), attualmente gli unici mezzi in attività in grado di portare esseri umani in orbita. Il programma Vostok si articolava su sei missioni. Vostok-1 (nome in codice: Cedro) portò il primo uomo in orbita, come detto. Il Cosmonauta Titov, a bordo del Vostok-2 (Aquila), fu il primo uomo a trascorrere più di un giorno in orbita. Vostok-3 (Falco) e Vostok-4 (Aquila Reale), lanciati ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, eseguirono il primo “rendez-vous” spaziale, stabilendo un contatto radio tra loro, quando si trovavano ad una distanza di pochi chilometri. Vostok-5 (Astore) fu il primo veicolo con equipaggio umano a rimanere oltre 5 giorni in orbita. Vostok-6, nome in codice Gabbiano, finalmente, portò la prima donna nello spazio. Sarà forse un caso, dopo tutti questi rapaci, per una donna si è preferito un uccello altrettanto nobile, ma  molto più delicato ed elegante.

Erano i tempi in cui la guerra fredda si combatteva anche tra le stelle, tutti questi progetti erano finanziati dai militari: di fatto, i razzi usati in tutte queste avventure spaziali altro non erano che missili balistici intercontinentali e l’idea di mettere satelliti artificiali in orbita aveva come scopo primario lo spionaggio. Mentre i russi inanellavano tutti questi primati, gli americani non rimasero troppo indietro, intraprendendo la strada che, nel giro di sei anni, li avrebbe portati sulla Luna. I russi, sempre alla ricerca di nuovi primati, si concentrarono sulla costruzione di un laboratorio permanente per ospitare cosmonauti per lunghi periodi. Nacquero così le stazioni spaziali Saljut (che in russo è un saluto simile al nostro “salve”) e, dalla emtà degli anni 80, della prima vera grande stazione spaziale, la Mir (che in russo significa svariate cose belle, come “mondo” o “pace”). Decine di cosmonauti sono stati ospitati sulla Mir, non solo russi: dopo la caduta del muro di Berlino, Stati Uniti e Russia iniziarono a collaborare, alla Mir venne installato un modulo per l’aggancio con lo Space Shuttle e improvvisamente le distanze tra le superpotenze si azzerarono.

589px-Atlantis-MIR-GPN-2000-001071(La foto è della NASA)

Oggi anche la Mir non esiste più ed è stata sostituita dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), dove astronauti e cosmonauti di svariate nazioni collaborano eseguendo esperimenti scientifici di interesse comune. Trascorrono mesi in orbita, in assenza di gravità, all’esterno c’è un vuoto che noi immaginiamo a fatica, un silenzio che non possiamo immaginare e una solitudine che non vorremmo mai immaginare. La ISS ha una cupola a vetri, da cui si può godere di una vista incredibile sul pianeta, come le foto del cosmonauta italiano Luca Parmitano, attualmente a bordo, dimostrano meravigliosamente.

Non ho idea delle emozioni che stare nello spazio possa dare. Credo che nelle parole sospese del Maggiore Tom, “sto qua seduto nella mia capsula di stagno lontano sopra il mondo, il pianeta Terra è blu e non c’è più niente che io possa fare” lo possano descrivere, seppure in modo pallidissimo.

(Questa versione di Space Oddity, una delle canzoni di David Bowie che amo di più, è stata cantata e registrata dal Comandante Chris Hadfield a bordo della ISS)

Genova.

La settimana scorsa c’era una conferenza, a Genova, a cui hanno partecipato un centinaio di colleghi da tutta Italia. Come organizzatori, abbiamo lavorato il triplo del solito, ma alla fine è andato tutto bene e sono soddisfazioni. La soddisfazione più grande, tuttavia, è stato per me sentire molti colleghi felici di aver visto un po’ della città, stupiti che fosse così bella. Oggi si parlava su twitter delle possibili vie di rilancio turistico di Genova e, tra le altre cose, mi hanno mostrato questa presentazione di Xavier Salomon, curatore del Dipartimento di Pittura Europea del Metropolitan Museum di New York. Il gioco consiste in questo: i dirigenti del museo lanciano una parola e spiegano perché è importante per loro. Salomon ha scelto Genova e spiega che “molta gente pensa a Roma, Firenze o Venezia, ma per me questi sono parchid i divertimento per turisti: Genova è rimasta una città vera”. La presentazione è bellissima e molto centrata, in fondo, se Salomon ricopre il ruolo che ricopre a 33 anni, un po’ bravo lo deve essere. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che dica esattamente quello che dico io, ovvero che, anche se artisticamente e storicamente meno rilevante di altre città italiane, Genova mantiene una natura di “città vera” che le conferisce un fascino particolare.

Per indirizzare i partecipanti alla conferenza verso le strade dove poter trovare dei ristoranti, avevo deciso di fare una piccola presentazione, descrivendo un po’ il centro storico (che per alcuni è il più grande d’Europa, ma dipende come si definisce “centro storico”…) e le parti da visitare e quelle da evitare. Per questo, avevo pensato di mostrare loro questo fantastico cartone animato di Lele Luzzati:

… ma sarebbe stato troppo lungo, quindi si sono dovuti accontentare di una presentazione mia, con qualche foto e nessuna animazione. La sua utilità l’ha avuta comunque, avendo se non altro spiegato loro che a Genova i numeri civici sono di due colori, neri per le abitazioni e rossi per i negozi, con numerazioni indipendenti, per cui dopo il 4 nero ci può essere il 26 rosso e poi il 6 nero. Lo facciamo per confondere il nemico, credo.

Per aiutare i nostri ospiti a trovare qualche buon ristorante nelle vicinanze dell’hotel dove tenevamo la conferenza, avevo anche preparato una mini-lista con una decina di nomi, un minimo di descrizione e un pallino nero sulla cartina per trovarli. Persino col cibo si sono trovati bene, nonostante la nostra cucina sia povera e l’ospitalità dei genovesi non sia rinomata… fin dai tempi di Dante, che scrisse Ahi Genovesi, uomini diversi | d’ogni costume e pien d’ogni magagna, | perché non siete voi del mondo spersi? In realtà aveva questioni politiche contro un maggiorente della città dei suoi tempi, ma tant’è. Notavo come la nostra cucina abbia tratti in comune con tanti altri popoli del Mediterraneo, ché il mare, per noi, ha sempre unito e mai diviso. Le nostre trofie assomigliano alle sagne ‘ncannulate del Salento, le panissette alle panelle palermitane, la torta di Mazzini a quella di Santiago (di Compostela) e la pasqualina al börek turco (qua ci sono delle varianti, ma le 33 sfoglie della tradizione nostra e la pasta phyllo della loro non posso credere siano un caso). Che siano contaminazioni antiche o recenti, originali o copiate, conta poco. Sempre espressione di un popolo di viaggiatori sono.

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Non so se un giorno riusciremo a valorizzare davvero la nostra città, se apparirà nelle guide turistiche non troppo distante dalle altre città famose d’Italia, se tornerà ad essere “superba” come la definì Petrarca qualche secolo fa:

“Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica Signora del Mare: Genova.”

… non so niente di tutto questo, ma so che, se non ci proviamo nemmeno, sbagliamo sicuramente.

Classifiche alla Cordialmente.

Una delle mie trasmissioni radiofoniche preferite è Cordialmente, su Radio DJ. Ho scritto una buona fetta di tesi di laurea ascoltando Cordialmente e credo si vedessero i risultati, ma va be’. Chi non ne fosse un assiduo ascoltatore deve sapere che la trasmissione si articola in una serie di rubriche più o meno assurde, molte delle quali vengono presentate come colonne portanti della trasmissione e, in realtà, appaiono in una sola puntata. Molto spesso, invece, viene presentata una classifica, sempre un po’ assurda, ma sempre divertente, tipo la “classifica delle parole di senso compiuto che sembrano bestemmie ma che non lo sono da utilizzare nelle barzellette estreme per non urtare la sensibilità dell’elettore cattolico così importante in questa fase di cambiamento“, che ebbe grande successo dopo una famosa grezza di Berlusconi.

Una classifica che non hanno mai fatto, o che io non ho mai sentito, è quella delle “frasi che un leader di sinistra avrebbe dovuto dire almeno una volta nella storia e che invece non sono mai state dette da nessuno”. In realtà, stilare una classifica come questa sarebbe un’impresa titanica, ma una prima top five mi sento di proporla.

Al quinto posto, oscillante tra il terzo e il nono da più di vent’anni, troviamo “Non capisco perché le noie giudiziarie di Berlusconi debbano rappresentare un problema per un partito grande e radicato sul territorio come il PDL: quand’anche Berlsuconi dovesse sparire dalla scena politica, il PDL non avrebbe nessun problema, ne sono certo.”, a cui si può rispondere ammettendo che il PDL senza Berlusocni muore o con altre affermazioni fortemente autolesive.

In quarta posizione, in discesa, “Uscire dall’Euro sarebbe un’ottima idea, per me, se avessi un’azienda con i dipendenti in Italia, a cui svaluterei lo stipendio, e i capitali all’estero, dove potrei mantenerli in Euro, o Sterline, o Talleri di Maria Teresa.”: il tema dell’uscita dall’Euro sta perdendo un po’ campo in favore di altre amenità, come Ruby o gli scontrini. Strano che nessuno abbia ancora messo insieme le cose e proposto che il meretricio sia sottoposto allo stesso regime fiscale di medici ed avvocati, magari con un ordine professionale apposito.

Terza stabile, un grande classico, è “Vorrei ricordare che, dalle valli lombarde dove la Lega raccoglie montagne di voti, partono anche migliaia di lavoratori frontalieri che, per gli omologhi svizzeri della lega, sono la peggiore feccia dell’umanità.”, chiaro esempio di relativismo culturale applicato alla scala del razzismo, una scala che ha un sacco di scalini in basso e nessuno in alto.

Al secondo posto, una new entry pompatissima dai recenti stravolgimenti elettorali,”Vorrei commentare le ultime dichiarazioni di Grillo abbondando nel turpiloquio e chiamandolo Bellachioma, per essere in linea con il suo modo di esprimersi, ma non riesco ad abbassarmi a tanto, per cui non le commenterò proprio.”, va bene un po’ per ogni occasione e, in fondo, non va a detrimento della comprensione da parte dell’elettore del messaggio politico degli uni e degli altri, almeno per come è espresso oggi.

Prima da tempo, stabile e inarrivabile, troviamo “Un partito che ha bisogno di un leader forte è un partito che non ha idee, un partito con delle idee non ne ha bisogno e può confrontarsi con altri partiti sulla base delle idee: il PDL ha Berlusconi e il M5S ha Grillo, non abbiamo nessuno con cui parlare.”. Il problema, però, è che, oltre a non esserci qualcuno che dice le frasi che vorrei sentir dire, anche le idee vacillano e ci sono troppi aspiranti leader forti. Persone che, spesso, di forte hanno solo il tono di voce.