Un Bombarolo

There is nothing, nowhere, neither on earth nor in heavens, that can make the true untrue or the untrue true. (Bartolomeo Vanzetti)

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5 aprile 1994 – 5 aprile 2014

Vent’anni fa, nella serra della sua casa sul lago, Kurt Donald Cobain si toglieva la vita con un colpo di fucile alla testa, dopo aver abusato di eroina e Valium.

Di lui sono state dette molte cose. Genio, drogato, pazzo, mito, poeta. Ma anche, ad esempio, che puzzava di Teen Spirit, un deorodante piuttosto comune, in America.

Secondo molti, Cobain è stato uno dei più grandi musicisti degli anni Novanta. Secondo me, il grunge, e quindi i Nirvana, è stato l’unico movimento musicale davvero nuovo degli ultimi trent’anni, ad esclusione del rap, che però ha più nell’accezione sociale che musicale in senso stretto il suo senso. È facile idealizzare quello che si amava ai tempi del liceo, quindi sicuramente sono di parte, quando parlo del grunge. Tenetene conto. Il grunge è figlio del punk e del metal. Il punk era ribelle, anarchico, irriverente; il metal duro, cattivo, arrabbiato: il grunge è rassegnato. La stessa minoranza schiacciata dal rampantismo degli anni Ottanta, dalla Thatcher e da Reagan, da Craxi e Italia1, dall’ubriacatura ottimista e festaiola a base di cocaina e soldi facili, prima ha provato a ribellarsi e poi si è emarginata da sola. Con meno rabbia, con meno nemici e con più amore, ma senza nessuno a cui darlo.

Quanto può essere ancora attuale un approccio del genere non lo so. Se il punk era l’espressione più estrema della generazione X e il grunge era già tipico della generazione Y, ormai mi sa che siamo oltre la Z. Da una parte, il senso di emarginazione in una società fatta di persone convintissime delle proprie opinioni, che siano mutuate da Renzi, Grillo o Berlusconi, è ancora forte. Anzi, fortissimo. Dall’altra, la coscienza collettiva è molto evoluta, da allora. Si parla di ambiente, sviluppo sostenibile, globalizzazione. Il mondo è diverso, sotto tanti punti di vista. Non necessariamente migliore, ma diverso sicuramente. È difficile pensare Miley Cyrus o Lady GaGa che fanno un concerto come l’Unplugged in New York del 1993, secondo me. Vale ancora la pena di ascoltare quel concerto, però.

Kurt Cobain è morto vent’anni fa e le sue canzoni sono ancora vive, le sue musiche pesanti come la pioggia d’inverno e le sue parole leggere come la cenere nel vento. Le più profonde, per me, sono le ultime frasi della sua lettera di addio, trovata vicino al suo cadavere.

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“Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.”

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